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	<title>piazzaemezza &#187; la materia di cosa sono fatti i sogni</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 16:56:20 +0000</pubDate>
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Il significato di questa diagnosi è più spietato di quanto sembri e ci riguarda molto da vicino. Che non ci siano più problemi spirituali, che essi non siano più sentiti come qualcosa di decisivo e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faulkner ha scritto una volta che il vero problema del nostro tempo è che non ci sono più problemi spirituali.</p>
<p>Il significato di questa diagnosi è più spietato di quanto sembri e ci riguarda molto da vicino. Che non ci siano più problemi spirituali, che essi non siano più sentiti come qualcosa di decisivo e di ineludibile, genera, infatti, un’ angoscia senza precedenti. Lungi dal liberarci dal malessere, il fatto che i problemi dell’umanità siano diventati calcolabili, questioni fattuali urgenti e eventualmente complicate, ma che, in ultima istanza, richiedono di essere governate e non vissute né pensate, proprio questo ci consegna a un’angoscia speciale, tanto più intollerabile quanto più, almeno in apparenza, risolvibile. Nel suo diario, Fallot racconta così di aver provato l’esperienza più profonda dell’angoscia di fronte alla morte quando, dopo aver ordinato al ristorante il suo solito dessert , si sentì rispondere che quel giorno non c’era. In quell’istante egli seppe con assoluta certezza che di quell’angoscia non si sarebbe più liberato, che essa l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.<br />
<span id="more-44"></span><br />
Se il film giallo è il paradigma di un mondo in cui tutto dipende unicamente  dalla soluzione di un problema fattuale, allora, in un universo senza più problemi spirituali, gli uomini stanno ansiosi ed estranei di fronte alla loro vita come i personaggi di una detective story davanti al delitto. E mentre economia, medicina e  tecnologie di ogni specie (che sono sempre, in ultima analisi, tecniche di governo) assumono la guida delle sorti umane, i problemi spirituali (e le tecniche che ne trasmettevano l&#8217;esperienza: poesia, filosofia, arte) scivolano insensibilmente nella sfera della cultura, cioè cessano di essere decisivi. Poiché –occorre ricordarlo?- oggi si continuano a costruire musei (perfino, senza accorgersi della contraddizione, “musei di arte contemporanea”), auditori e teatri, ma è chiaro che tutto ciò non riguarda più le questioni che decidono della nostra possibilità di vivere e di essere felici. Il cosiddetto “spirito”, che non era altro che il nome che gli uomini davano  al punto di maggior intensità in ogni ambito della loro vita, diventa così una sfera autonoma e separata, tutto sommato trascurabile e spesso noiosa. Ciò per cui ciascuna cosa vale la pena di essere vissuta si trasforma  in uno svago sempre più incrinato dal dubbio che, forse, “non ne vale la pena”, che vivere si possa soltanto cercandosi in internet un’altra vita e un volto che sembra più vero, proprio in quanto è costitutivamente segnato  dalla falsità e dalla maschera.</p>
<p>Significa questo, come certi benpensanti consigliano, che si debba tornare alle “cose dello spirito” (espressione ancora più contraddittoria che “museo di arte contemporanea”), quasi che poesia, arte e filosofia se ne stessero in attesa, separate e accessibili, da qualche parte? O che, piuttosto, come suggerisce Humphrey Bogart alla fine del Falcone maltese, che veramente spirituale  e poetica è  la consapevolezza che le cose e i fatti cui siamo irrevocabilmente consegnati sono, come la statuetta del falco, soltanto “la materia di cui sono fatti i nostri sogni”? Che, nel nostro errare fra i fatti e le cose, non dobbiamo smarrire il ricordo di quel punto di intensità (spirituale, cioè evanescente e sottile) che decide ogni volta del nostro desiderio e della nostra forma di vita?</p>
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