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	<title>piazzaemezza &#187; il fondo</title>
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		<title>nel volgere di pochissimo tempo</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 15:11:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel volgere di pochissimo tempo, un tale mai visto né sentito prima prende e rovescia l’ordine cinquantennale della più grande industria italiana, mette per strada migliaia di dipendenti, chiude fabbriche, delocalizza, straccia la contrattazione nazionale, sbatte fuori i comunisti, forse se ne va dall’Italia o forse no. Si chiama Marchionne. Di fronte a questo qua sono rimasti tutti a bocca aperta, nessuno sa bene che cosa fare, si può tenersi stretto l’articolo diciotto, questo sì, ma altro? La domanda è &#8211; che tipo di politica ci vuole per gente come questa, che nel prossimo futuro si prevede in aumento? Quale spazio polemico, di conflitto si deve pensare per istituire una nuova comunità degli uguali in questo scenario brutale e fulminante? Uno dei primi atti del governo-Monti è stato di rendere omaggio a questa specie di immaginetta scurrile dell’ancora sempre nuovo capitalismo, per mezzo di due suoi eminenti ministri. No, non per rendergli omaggio, per confrontare le strategia dell’azienda rispetto alla linea difensiva del governo. Si sa infatti che il governo-Monti è nato per difendere gli italiani dagli attacchi della speculazione internazionale. Ma la sensazione generale è di giacere sul letto di Procruste. Chi era e che cosa faceva questo qua. Era un individuo maligno che assaliva passanti e viaggiatori per rapinarli e per farlo li stendeva su un letto e ne amputava gli arti, li scorciava a misura del letto stesso. Ciò che infatti sta capitando ora da queste parti. Equità – occorre che ciascuno paghi secondo la propria misura – in un certo qual senso è l’amputazione consensuale, è concedere a questi Procruste di adesso la piena libertà di assalire, amputare, rapinare. Bisognerebbe piuttosto dire &#8211; disuguaglianza, non facciamo più una comunità degli uguali. La configurazione dell’essere insieme rimane indispensabile, ma quello che si sta vedendo attualmente è che la politica non è ormai più disgiungibile dalla gestione affaristica, e però è forse necessario che una parte dei tutti venga lasciata, che coloro i quali hanno oggi una posizione, non di privilegio, ma di Procruste, cui non intendono rinunciare, siano abbandonati a loro stessi e perdano la posizione – “E anche il perdere è nostro”, scrive Rilke allo scrittore tedesco Carossa – una volta nella perdita, torneranno a essere nostri, così come noi siamo sempre stati nostri perché siamo stati sempre nella perdita.</p>
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		<title>democrazia commissariata</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 08:32:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Recentemente Etienne Balibar, a proposito della crisi politica, consustanziale alla crisi economica e finanziaria, ha richiamato la nozione di <em>democrazia commissariata</em>, elaborata da Carl Schmitt e già prima da Jean Bodin. Evidentemente non solo l’Italia sta sprofondando in questa palude, ugualmente la Francia, per esempio, o la Germania. La specificità italiana sta nel fatto che il commissariamento della democrazia consegue a un governo sommariamente definibile come populista, i cui apparati ideologici ora sostengono <em>grosso modo</em> la medesima tesi sostenuta da Balibar. Al di là di quanto si sa e si può ancora sempre sapere della democrazia, essa è ormai percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale come la forma di una promessa costantemente delusa – con una mano promette uguaglianza a tutti, con l’altra assicura a pochi l’egemonia su molti. Infatti non va sempre a finire che i poveri restano sotto e i ricchi sopra, e non vuol forse dire questo che i poveri non sono intelligenti quanto i ricchi? In altre parole, ci si prova, si continua a provarci, ma si sappia che difficilmente ci si potrà riuscire. Trattasi della stessa procedura logica del capitalismo, tant’è vero che democrazia e capitalismo sono congiunti da tempo,  ma patrilocalmente congiunti.<span id="more-1459"></span> Il regime forzaitalia-fascio-leghista, nel corso di diciassette anni, ha attuato questo modello ingannevole principalmente ovvero rovinosamente sulle fasce meno abbienti della popolazione, le quali, lasciandosene ingannare, lo hanno, a loro volta, perpetuato. È interessante notare che coloro i quali hanno agito questa gigantesca contraffazione sono gli stessi che ora paventano il pericolo di una democrazia commissariata, la cui rappresentazione forse più inquietante è stata offerta dal lutto vestito dall’on. Scilipoti, il giorno della votazione della fiducia al governo Monti. Si può dire di essere di fronte allo “schlechte Unendliche” hegeliano, dove la forma già ormai pervertita della democrazia subisce una ulteriore torsione. Tanto la nozione di socialismo, che la nozione di comunismo si sono (sono state) rese, almeno momentaneamente, inservibili, la democrazia è il luogo nel quale si sono ristrette le speranze di creare ancora una comunità della condivisione, è l’ultima parola che resta a fungere da antidoto contro (…), ma, a quanto pare, affinché anch’essa non venga contraffatta, non sono più sufficienti le pratiche di contro-potere.</p>
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		<title>governo Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:35:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Numerose e opportune possono essere le ragioni a sostegno dell’incarico a Mario Monti. Numerose e opportune le ragioni contrarie all’incarico del medesimo. Verosimilmente quello che si sta cercando di fare è creare un asse Roma-Francoforte ovvero Draghi-Monti per reinserire l’Italia nel circolo virtuoso, se così si può ancora dire, dell’euro, un’operazione in puro stile Realpolitik, all’altezza della formazione politica di Giorgio Napolitano, che, in seno al Partito Comunista Italiano, concorreva all’ala amendoliana, la fazione considerata moderata, industrialista, mercantilista. Al momento si ignora quante chance di successo possa avere il tentativo del Presidente della Repubblica, si sa che il PdL è attraversato da una forte spaccatura, è dunque prevedibile che il partito non sia in grado o non intenda garantire il sostegno al Presidente del Consiglio in pectore, ciò che, nel medio periodo, potrebbe originare una scissione che confluirebbe nel cosiddetto terzo polo. In questo caso Monti mancherebbe della maggioranza numerica, nondimeno parrebbe assai poco vantaggioso per il PdL subire una simile sorte, che lo indebolirebbe e sottometterebbe senza meno alla prevalenza della Lega. All’apparenza l’ex maggioranza è in un cul-de-sac, non sembra avere molti margini per sottrarsi alla prova di forza predisposta da Napolitano e dal suo<span id="more-1443"></span> entourage. Nel centro-sinistra la situazione si presenta assai meno agitata. Trascurando le riserve e le critiche alla nomina di Monti all’interno del PD, sicuramente poco pregnanti, l’IdV intende mostrarsi come una sorta di linea Maginot, nella misura in cui agirebbe l’unica resistenza all’avanzata degli gnomi di Francoforte, una posizione politica certo fondata, dalla quale tuttavia traspare con evidenza il calcolo politico, che eo ipso la indebolisce. Limitandosi per il momento a una osservazione superficiale, l’operazione di Realpolitik tuttora in corso non sembra essere granché diversa da quella attuata da Kohl all’indomani della caduta del muro di Berlino o da quella attuata da Ciampi nel 1993 – è la configurazione di un potere al quale si deve obbedire allo stesso modo in cui un essere vivente obbedisce alla legge del proprio organismo. Questo, almeno, è quanto si vorrebbe far credere, ma la politica è per davvero creazione di spazi finzionali, che divengono reali quando la ragione vi si trova irrimediabilmente implicata, come nel caso della presente congiuntura.</p>
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		<title>o la borsa o la vita</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 17:12:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Siamo vissuti per anni sotto il diktat, di stampo machiavellico, del &#8216;potere che logora chi non ce l&#8217;ha&#8217;. Era una stupidaggine, ma erano in pochi a saperlo. E soprattutto negli anni sono rimasti in pochissimi a esserne pienamente convinti, anzi come visione è diventata talmente originale da esser messa al bando, come ogni piccolo fiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo vissuti per anni sotto il diktat, di stampo machiavellico, del &#8216;potere che logora chi non ce l&#8217;ha&#8217;. Era una stupidaggine, ma erano in pochi a saperlo. E soprattutto negli anni sono rimasti in pochissimi a esserne pienamente convinti, anzi come visione è diventata talmente originale da esser messa al bando, come ogni piccolo fiato di pensiero indipendente è stata espunta in maniera capillare, altrimenti se no dimostrava che si può avere, un qualsiasi brano di pensiero indipendente.</p>
<p>Ora che è vero il contrario è sotto gli occhi di tutti in molte parti del mondo, vale a dire che il potere è un fattore di logoramento inesorabile, si fa di tutto, mi sembra, per non accorgersene. La realtà infatti dimostra il contrario, e ha dimostrato miliardi di volte in migliaia di anni che l&#8217;assioma resta invece che, almeno da punto di vista cognitivo, intelligenza e potere sono incompatibili, vale dire, da una parte l&#8217;intelligenza autentica abbisogna di condivisione e apertura che la possono mettere a volte in balìa degli avvenimenti, altrimenti non può nemmeno crearsi e ricrearsi ad ogni momento, dall&#8217;altra quella del potere è condizione talmente intensa, faticosa, innaturale e stressante che uno può essere anche molto intelligente, ma man mano che si trova a gestirla deve necessariamente chiudersi, difendersi, rendendo difficile qualsiasi scambio e ricambio vero. Difatti la seduzione che il potere esercita ha fatto slittare il senso della parola intelligenza fino a equivalerla a furbizia, che invece ha poco a che fare, visto che è la reazione di difesa in uno stato di debolezza, di viltà perfino.</p>
<p>Ed è infatti la seduzione del potere l&#8217;unico immenso problema. Trattasi di una malattia che va curata assolutamente e personalmente, perché si annida anche in chi pensa e dice e sbraita di no, altrimenti ci verrà naturale continuare a credere che i potenti abbiano un buon grado di intelligenza, autentica intelligenza nel senso radicale di euristica delle cose del mondo, che siano in qualche modo capaci insomma. Cosí siamo portati a credere che se uno appare tutto il tempo e dappertutto, ha i galloni e la voce in capitolo, indossa una postura potente, che uno cosí minimo minimo sappia di cosa parla. <span id="more-1347"></span>Non solo i politici intendo dire, ma chiunque gestisca, come si dice, un brano del potere cosiddetto, vale a dire si trovi nella, a guardar bene sgradevole condizione di dover decidere per gli altri.</p>
<p>Se l&#8217;ottica non diventa invece che le idee gliele forniamo tutte noi, ogni giorno ed ogni momento, coi nostri comportamenti, non possiamo nemmeno sognare di uscirne, da questa che appare sempre piú una condanna a vita o forse, piú probabilmente, a morte. È il popolo, o la cosiddetta società civile a fornire le idee al potere, non il contrario, come vien fatto di credere alla mente pigra, rassegnata, sedotta dal potere e dalla sua presunta protezione.</p>
<p>Solo per fare un esempio a caso, la crisi cosiddetta attuale. Da dove viene l&#8217;idea del denaro immateriale, virtuale, astratto che ha permesso la girandola economica folle e mortale, ma del tutto logica a veder bene, in cui ci troviamo? Da dove l&#8217;idea della finanza creativa, con stravalutazioni che annientano il senso comune e susseguenti speculazioni? Se ci pensiamo proprio bene viene dal mercato dell&#8217;arte, che ha cortesemente fornito l&#8217;idea che questo tavolino su cui scrivo può essere di punto in bianco considerato &#8216;opera d&#8217;arte&#8217; e quindi valutato uno o dieci milioni, a patto che la sua &#8216;arte&#8217; sia verificata e certificata da certuni che sono deputati a farlo, vale a dire detengono tale potere. Anche il bicchiere qui davanti all&#8217;improvviso, di punto in bianco può valerne centosettanta. È cosí che è nata l&#8217;idea di un denaro inesistente, basato sul niente, o delle quotazioni che variano a seconda degli stati d&#8217;animo, o, col famoso fenomeno analizzato da Lorenz il meteorologo, del prezzo internazionale del barile di petrolio che cresce se c&#8217;è una lite familiare nelle Molucche. Non ci si crede ma è cosí, difatti è proprio con la crisi alla fine degli anni &#8216;20 che fu fatta una prima prova dell&#8217;efficacia dell&#8217;idea da parte degli speculatori.</p>
<p>Gli esempi possono essere migliaia. Il meccanismo è semplice, le idee al potere gliele forniamo noi, giorno per giorno, gesto per gesto, se da lui siamo sedotti. Questo lo stato delle cose, e bisogna sapere qual&#8217;è lo stato delle cose per inventarsi una via d&#8217;uscita, bisogna dire sono pazzo, o almeno mi comporto da pazzo, per prima cosa, per tentare una qualsiasi cura.</p>
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		<title>leghismo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea fondamentale del leghismo è il cameralismo, la scienza della pubblica amministrazione elaborata fra il XVII e il XVIII secolo, allo scopo di dotare i principi di strumenti adeguati alla ricostruzione degli stati di lingua tedesca dopo la guerra dei trent’anni. È allora che la Germania assume il suo moderno impianto amministrativo, ancora oggi conservato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea fondamentale del leghismo è il cameralismo, la scienza della pubblica amministrazione elaborata fra il XVII e il XVIII secolo, allo scopo di dotare i principi di strumenti adeguati alla ricostruzione degli stati di lingua tedesca dopo la guerra dei trent’anni. È allora che la Germania assume il suo moderno impianto amministrativo, ancora oggi conservato nei Länder. Si deve al giurista Gianfranco Miglio il tentativo di applicare questo schema all’Italia e la Lega ne divenne presto il braccio militante. Verosimilmente il pensiero di Gianfranco Miglio non era di creare piccole patrie, ma di decostruire il mostro freddo. Dopo l’affaire-Moro, il corpo dello Stato italiano era esangue, non si poteva più credere all’esistenza di statisti, cui potersi affidare beneficamente. È in questa congiuntura, nella quale si avviò l’implosione congiunta dei due maggiori partiti italiani (entrambi legati a una idea di Stato come transustanziazione del popolo), che prese vita l’idea di una scomposizione dello Stato in alternativa alle strategie democristiana e comunista. Concretamente, questo significò l’inizio della crisi del consenso politico dei due partiti, già subito all’interno delle grandi concentrazioni industriali del nord. L’elaborazione teorica di Gianfranco Miglio aveva a suo vantaggio la ragione storica e la ragione contingente, ebbe già subito una necessità. Tuttavia, la macchina militante, cui questo progetto decise di affidarsi, si dotò di un apparato di formazione del consenso affatto reazionario, cosa in sé incomprensibile, dal momento che il progetto di Gianfranco Miglio non si connotava certo come reazionario tout court. Bisognava, però, comprensibilmente, mandare un messaggio netto alle popolazioni del nord (le uniche a essere davvero interessate al federalismo), diverso da quello democristiano, ma anche da quello comunista, che pure aveva costruito il partito nuovo su centinaia, migliaia di quadri, cresciuti sull’identità della buona amministrazione locale. L’identità reazionaria, xenofoba, fascista della Lega finì per determinare la rottura fra Gianfranco Miglio e i dirigenti leghisti. A quel punto, però, la Lega non aveva più bisogno del suo padre fondatore,<span id="more-1299"></span> ne inventò anzi un altro, che non era mai stato tale – volgari, insulsi rituali dissimulano questa infida sostituzione. Tuttora la Lega è questa dissimulazione, soprattutto è il progressivo, furtivo spostamento da una robusta, giustificata teoria politica a una banale, quanto rischiosa manovra di appropriazione di potere. Da questa prospettiva si spiega la ragione che ha indotto la Lega a stringere un’alleanza con Forza Italia e a non sottrarsi alle ripetute richieste di salvataggio del vecchio sistema politico, e si appresti ora a votare contro la richiesta di mandare sotto processo un ministro, indagato per gravi reati di mafia.</p>
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		<title>l&#8217;irriducibile Don Gallo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 07:37:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di un episodio televisivo andato in onda sabato 17 settembre sull’emittente la7, condotto da due giornalisti; ospiti, il già ministro della difesa, benché professore di una disciplina economica, Martino, e l’irriducibile don Gallo. Verosimilmente il motivo della presenza di Martino doveva essere la sua posizione critica nei riguardi della manovra, è immaginabile che da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di un episodio televisivo andato in onda sabato 17 settembre sull’emittente la7, condotto da due giornalisti; ospiti, il già ministro della difesa, benché professore di una disciplina economica, Martino, e l’irriducibile don Gallo. Verosimilmente il motivo della presenza di Martino doveva essere la sua posizione critica nei riguardi della manovra, è immaginabile che da parte dei conduttori si intendesse verificare la reale consistenza della fronda antiberlusconiana in senso alla maggioranza. Ma la presenza di don Gallo ha finito per determinare un’altra verifica, dal momento che questi ha preso subito a parlare di disuguaglianze, di ingiustizie, di resistenza, di lotta. A quel punto Martino ha cominciato a infastidirsi visibilmente, tanto da appellare don Gallo “pretacchione”. Uno dei due giornalisti ha cominciato a incalzare don Gallo chiedendogli quale fosse il suo programma concreto per far fronte alla crisi, alla recessione, a tutte queste cose qua, come a dire “al di là delle cazzate che ti escono di bocca” – ciò che, pure a mezza voce, ha proprio detto Martino (“sta dicendo un mucchio di cazzate”). Don Gallo non è sembrato, per la verità, molto efficace nelle sue risposte, pareva più che altro assegnare l’efficacia delle argomentazioni a un gesto perequativo che compiva compulsivamente, appaiando le mani davanti a sé per significare che si deve essere tutti allo stesso livello, avere tutti le stesse opportunità, ricchi e poveri ugualmente, poiché la terra è di Dio e nessuno può appropriarsi per sé un posto migliore. Su Poros e Penia si è incentrata la replica di Martino. Egli ha detto, più o meno: dove ci sono i ricchi, vivono meglio anche i poveri; ha fatto molto più per i poveri il padre di San Francesco che San Francesco, che invece ha ipostatizzato – non ha usato questo verbo – la povertà. Qui è il fondo del pensiero liberale – quale è l’orientamento politico di Martino – e neoliberista a un tempo. <span id="more-1292"></span>Però è vero, Francesco ha ipostatizzato la povertà, una lezione e una prassi che dobbiamo ancora sempre assumere, che torna alla mente dopo ogni sciagura, dopo ogni catastrofe, allorché gli umani sempre fingono di volgere le spalle al possesso dei beni materiali. Martino non ha avuto il tempo di argomentare adeguatamente il suo pensiero in merito alla crisi, ha solo potuto auspicare sbrigativamente il fallimento della Grecia, per nessun’altra ragione, deve presumersi, se non quella che del fallimento si gioverebbe Poros, che allora potrebbe ricomprarsi l’intera Grecia per due lire. Così è risultato chiaro il fondo di questa crisi, le ragioni dello scontro fra le diverse anime del capitalismo, le sue prospettive; dunque aveva senza meno ragione don Gallo, quando cercava di dire – braccato dai cani neoliberisti che lo hanno immobilizzato – che la soluzione è la piazza, ma avrebbe dovuto articolare eventuali nuove modalità di lotta di questa vecchia guerra, che altrimenti non potrebbe più essere combattuta, viste le ripetute sconfitte subite da Penia. Invita infatti il saggio Qoelet a fare senza reticenze, come unica, triste verità dell’esistenza umana, tutto quanto si è temporaneamente in grado di fare; in altre parole si tratta dell’etica fondamentale del capitalismo, ormai abbracciata da tutti – in ragione di questa etica generalizzata, la debolezza ovvero piccolezza, da intendersi almeno in senso gesuano, di Penia è resa in operativa.       </p>
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		<title>il dio denaro</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 21:20:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il denaro è (un) dio. Non si tratta del comune modo di dire blasfemo per significare che l’umanità si è votata totalmente a Mammona; il denaro ha effettivamente subito una transustanziazione, è super-smaterializzato (andato oltre la propria intrinseca non materialità), dunque è quasi ormai un puro ente. Da quando è stato dichiarato nullo il Trattato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il denaro è (un) dio. Non si tratta del comune modo di dire blasfemo per significare che l’umanità si è votata totalmente a Mammona; il denaro ha effettivamente subito una transustanziazione, è super-smaterializzato (andato oltre la propria intrinseca non materialità), dunque è quasi ormai un puro ente. Da quando è stato dichiarato nullo il Trattato di Bretton Woods, per il denaro non c’è più alcun obbligo di prendere valore dall’altro da sé, esso riconosce per sé il proprio valore – si è ormai di fronte a un processo di autovalorizzazione, che non può che agire, come infatti ha agito, un’euforia diffusa (vedasi il fenomeno delle bolle speculative, le quali delineano perfettamente la logica di deviazione ormai perseguita dal capitale nel post-fordismo). Tale processo si è consolidato nel ciclo di crescita 1983-2007, definito della deregulation, che ha avviato una interazione virtuosa fra espansione dell’indebitamento privato, inflazione e creazione di quella che gli economisti chiamano moneta endogena o privata, in altre parole la moneta che si fa da sé (neoliberismo). Si tratta di un vero e proprio ciclo economico, e non, come si vorrebbe far credere, di decisioni assunte dalle banche. Questo ciclo ultraventennale ha subito un arresto, per la verità niente affatto brusco, allorché si è delineato uno scenario recessivo, di conseguenza è crollata la fiducia nelle capacità di rispettare gli impegni di pagamento, il debito è rimasto e la moneta si è distrutta. Sono intervenuti i governi espandendo la base monetaria e del debito pubblico, il risultato non è stato risolutivo, ma quest’arma – stampare moneta – è forse l’unica in mano ai governi, poiché con il denaro stampato si acquistano i titoli del debito (divenuto ora pubblico, da privato che era) e la moneta da endogena si fa esogena, cioè teoricamente dovrebbe sottomettersi al<span id="more-1271"></span> controllo politico da parte dell’autorità pubblica. Come altro si può chiamare questo processo se non autopoiesi? E non è forse nell’ordine del divino che si deve rintracciare la capacità di autocostituirsi? In tutto ciò, verosimilmente, non c’è nulla di immorale; al contrario, il denaro può davvero essere uno strumento di democratizzazione, ciò che già aveva affermato Spinoza con la sua idea della Borsa come luogo di valore immanente e che Marx ha definito nella formula D-M-D&#8217;, laddove il denaro si muta, nello scambio, in una entità plusvalente ovvero connessa alla produzione di plusvalore agita dall’Arbeiter. Il nodo sta tutto nel controllo politico. È evidente che le banche centrali, il settore finanziario, continueranno a reclamare la propria sovranità, ma non bisogna star troppo dietro ai ragionamenti degli economisti, dei governanti, i quali fanno mostra d’esser allarmati per la situazione finanziaria; essi pensano a altro e parlano fra loro in una lingua criptica; ciò nonostante, è in loro potere far crollare il potere d’acquisto del denaro e aprire un ciclo di impoverimento diffuso, come altre volte è successo. Forse allora è interessante che il capo degli economisti tedeschi abbia rassegnato le dimissioni dalla BCE in segno di disapprovazione verso la politica di sostegno della banca europea nei riguardi dell’Italia. Che la BCE smetta di acquistare i titoli di Stato italiani! Nei confronti della Grecia, la BCE sta ormai mollando la presa – la Grecia andrà in bancarotta –, può fare altrettanto nei confronti dell’Italia; qualcuno ne recupererà i resti a basso costo, se non addirittura a costo zero (come fece Kohl con la DDR all’indomani della caduta del muro). In questa esortazione non si deve leggere alcun distruzionismo, può invece essere un’occasione di falsificazione di un governo truffaldino e a un tempo di veridificazione di nuovi scenari.</p>
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		<title>molti si stanno chiedendo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 12:53:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti si stanno chiedendosi che cosa c’entri la licenza di far fuori un lavoratore dal posto di lavoro con il risanamento del bilancio dello Stato. Forse che a licenziare si fa cassa? Si direbbe proprio di no. Ma si immagina quale possa essere la risposta del ministro Sacconi, quello che più di ogni altro si è battuto per modificare in questo senso la norma che fin qui ha regolato i contratti di lavoro, e cioè: licenziare i neghittosi fa bene alla produttività di un’azienda, pertanto contribuisce al risanamento del bilancio. Non si può dire che sia un ragionamento bizzarro. Questo Sacconi qua viene dal riformismo socialista, è uno che concepisce il profitto dalla prospettiva dell’organizzazione del lavoro.<br />
In un libro di Jacques Rancière pubblicato trent’anni fa, <em>La nuit des prolétaires</em>, <span id="more-1247"></span>un’opera di archivio su quello che egli chiama il “sogno operaio”, si legge la seguente professione di fede di un saint-simoniano: “È bene che il lavoro sia indispensabile, perché, se non lo fosse, i poveri sarebbero completamente sottomessi all’arbitrio dei ricchi, i quali sarebbero padroni di farli vivere o di farli morire, dando o rifiutando loro quanto è di primaria necessità per l’esistenza”. Siamo alla metà del XIX secolo. È la grande illusione del lavoro come strumento di emancipazione, ciò che senza dubbio, nel corso di un secolo e mezzo, ha prodotto risultati notevoli sotto il profilo dei diritti; da alcuni decenni in qua, tuttavia, la situazione è assai cambiata. Ora non sembra più risolutivo affermare il dato puro e semplice della merce-lavoro, dal momento che i capitalisti hanno appreso a desumere la produttività direttamente dai processi di soggettivazione degli individui. Un processo di soggettivazione, quello in cui un individuo pervenuto a un sapere lo agisce creativamente per sé, è stato a lungo irriducibile alle leggi della produzione, ora però i capitalisti stanno adoperandosi con ogni mezzo per renderlo riducibile alle leggi della produzione. Come? Per esempio, attraverso l’uso ormai generalizzato delle assunzioni a contratto, in specie per quanto riguarda il cognitariato. Il licenziamento su base contrattuale aziendale, l’abolizione dell’articolo 18, si inserisce nel quadro di impiego delle risorse umane in contesti produttivi fortemente coatti, per modo che ogni processo di soggettivazione possa essere istantaneamente trasferito nel processo produttivo senza alcun margine di perdita. In altre parole, si cerca di ottimizzare l’intera sequenza del processo produttivo, senza lasciare scarti ovvero senza che al lavoratore possa restare una produttività inespressa, ciò che lo rende potenzialmente pericoloso per il capitale. In questo senso i diritti devono essere ridotti, magari annullati – tutto deve essere di continuo rinegoziato e disporre del denaro per mangiare ogni giorno è già un traguardo. Dal punto di vista del lavoratore, evidentemente, questo programma, già in parte operativo, non può essere accettato, e per una ragione fondamentale, in fin dei conti sempre la stessa, la più banale – l’individuo non può venire ridotto a macchina. Per tornare alla professione di fede soprascritta, si dirà che, fino a quando il lavoro resterà indispensabile per i ricchi, sarà come se fosse superfluo – dovrà, al contrario, assumere una forza di critica per ciò che è, solo allora diverrà forse possibile sottrarsi “all’arbitrio dei ricchi”. </p>
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		<title>a che punto è la notte</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 13:49:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il declassamento degli Stati Uniti ha significato un ulteriore terremoto finanziario globale ovvero è l’esito di una instabilità dei mercati, che è già sempre divenuta la condizione imprescindibile di un nuovo dominio del Capitale. Segue recessione, ancora un’altra, dopo quella del 2008. C’è chi, negli Stati Uniti, sostiene che l’accordo fra democratici e repubblicani, più che essere una sconfitta per il Presidente Obama, costituisca invece il raggiungimento di un obiettivo comune ai conservatori e ai progressisti, tanto quanto comune era, all’epoca, la pervicacia con la quale si continuava la guerra in Vietnam, voluta per la verità da entrambi gli schieramenti senza soluzione di continuità. Le misure assunte nel 2008, si ammette ora, sono state troppo deboli, si potrebbe forse addirittura dire collusive con il sistema finanziario che si diceva di voler contrastare, sta di fatto che adesso si vorrebbe dare a intendere che sono allo studio misure impietose e efficaci, come per esempio, in primis, la tassazione delle transazioni finanziarie, la tassazione dei capitali ‘scudati’ oppure un <span id="more-1205"></span>ulteriore scudo fiscale, quindi la nazionalizzazione delle agenzie di rating, farne in altre parole istituti vincolati agli Stati, piuttosto che alla volatilità dei mercati (la trascendenza del Capitale). Le banche, tuttavia, non paiono affatto propense a lasciarsi impicciare da una riedizione della Tobin Tax, soprattutto le banche di investimento, e c’è da credere che daranno filo da torcere agli esattori di Stato. Secondo altri, la soluzione è lasciare che avvenga il default. Il default, agli effetti, non danneggerebbe i risparmiatori – è questo il caso dell’Italia, dal momento che il nostro debito è in larghissima parte esterno. Dunque, non potrà in ogni caso accadere, dicesi in Italia, quanto accadde anni fa in Argentina. Il default smaschererebbe le politiche delinquenziali delle banche d’investimento. Questo è certo. Dunque ci si potrebbe liberare una volta e per tutte di una banda di criminali internazionali. Resta da capire con quali technicality si potranno affrontare le conseguenze di una simile catastrofe, quale possa essere il personale politico a ciò preposto. In Italia, la manovra presentata nel corso di una conferenza-stampa il 4 agosto scorso, con la quale si intenderebbe governare la delicatissima congiuntura politico-finanziaria, sembra girare intorno a una regola, tutt’altro che nuova, esposta dal Ministro dell’Economia: rendere libero tutto ciò che non è vietato. Lentamente si sta comprendendo il significato di questa affermazione, tanto banale quanto criptica – trattasi evidentemente di quel che i sociologi del lavoro chiamano <em>Downsizing</em> ovvero riduzione della manodopera nelle modalità e nei tempi decisi unilateralmente dal datore di lavoro, dunque abolizione de facto dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, infine libertà di licenziamento allo scopo di rendere più efficienti le strategie economiche delle imprese. Oltre a ciò, sono allo studio altri dispositivi, come per esempio spalmare il TFR mese per mese (in modo da tassarlo) oppure sospenderlo del tutto. Ma i processi di <em>Downsizing</em> potrebbero risultare tutt’altro che indolori. Come hanno mostrato i recenti avvenimenti londinesi, gli strati di popolazione avviliti da una crisi economica che fa pagare esclusivamente a loro i suoi effetti, possono manifestare la propria indignazione, dicasi così, con estrema determinazione. Quanto è accaduto a Londra somiglia parecchio a quanto accadde tempo fa nelle banlieues parigine – disoccupati, immigrati, precari, giovani senza futuro, criminalità organizzata uniti contro lo Stato, sì, ma anche contro il <em>Lebensraum</em> in cui vivono, infatti i rivoltosi indirizzano la violenza contro edifici e cose entro e fra i quali abitano; ciò dimostra verosimilmente che sta determinandosi un obiettivo di conflitto che può a ragione chiamarsi biopotere, nella misura in cui il conflitto non è rivolto unicamente all’esterno, ma anche all’interno; in altre parole, la vita non viene affatto giudicata migliorabile alla sola condizione di politiche governative (più) eque, lo spettro dello scontro a questo punto si è assai ampliato, investe la vita nella sua totalità (questo anche, se non soprattutto in ragione dell’accelerazione impressa dal Capitale sulle politiche del lavoro, governate in maniera disinvolta, se non proprio selvaggia). Per quanto se ne sa, gli abitanti dei quartieri investiti dalla rabbia degli insorti, non si sono schierati dalla parte di questi ultimi, li hanno anzi condannati, ciò che viene a dirci almeno due cose: i. l’antagonismo, insito nella nozione di <em>demos</em>, escluso da politiche democratiche tendenti a una definizione del comune come pubblicità solamente di quanto sia estraneo, eccedente al proprio, sta per esservi reintrodotto, si ignora con quali esiti; ii. gli Stati occidentali, come ha mostrato la strategia del Premier britannico, adottano modalità repressive assai simili a quelle adottate da Assad in Siria – impiego massiccio delle forze armate, unito alla minaccia, per il momento, di oscurare i social network e di tagliare le connessioni dei mobile, dal momento che a Londra la guerriglia è stata attivata attraverso l’uso di Smartphone BlackBerry. Dicesi di passaggio che la Ue sta attualmente considerando se chiedere al rais siriano di dimettersi per dare luogo a un processo di democratizzazione del paese.</p>
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		<title>è assai probabile</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 08:18:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È assai probabile, a questo punto, che il governo cada. La crisi interna che lo sta consumando da molti mesi si combina ora con il ritorno di fiamma di una crisi finanziaria, manifestatasi nel 2008 e solo apparentemente risolta. Ciò che vari analisti prefigurano da tempo può verificarsi da un momento all’altro, quando all’Italia verrà riservato lo stesso trattamento inflitto alla Grecia, quantunque con modalità diverse e effetti sperabilmente meno massacranti per la gran parte di persone che vivono di quanto riescono a portare a casa alla fine del mese. Si sente parlare di partito degli onesti, di una formazione rigenerata, in grado di fronteggiare il comando lontano – così intuito magistralmente da Hegel – che regola il funzionamento delle economie capitalistiche, ma l’onestà, spiega Marco Tullio Cicerone nel <em>De Officiis</em>, può solo consistere o nell’accurata e avveduta indagine del vero o nella conservazione della società umana dando a ciascuno il suo o nella grandezza di uno spirito sublime o nella sobrietà delle azioni e delle parole. <span id="more-1148"></span>Nessuna di queste consistenze è agita dal partito degli onesti. In realtà, l’annuncio di una tale formazione politica non può che chiudere un lungo periodo di disonestà. Ma qual è lo scenario che si prepara? Governo tecnico, governo di salvezza, governo di unità nazionale. Siamo ancora sempre nel regno dell’astruso, delle formule oscure. Agli effetti, in ogni stato, nel quale non possano eccellere molti, in esso non si fa, né mai si conserva quella che il grande poeta Ennio ha chiamato la santa società. Bisogna chiedersi perché tutte le volte che viene a manifestarsi una situazione di gravità estrema, non si faccia che rimettere le colpe commesse dai disonesti e a un tempo impedire ai molti di esprimersi, in definitiva di adempiere semplicemente al mandato della venuta al mondo di ciascun individuo, che non è d’esser nato solo per sé. Infine, dicesi santa quella <em>societas </em>orientata sì verso i<em> sacra</em>, ma nella misura in cui sia strutturata in <em>civitas</em>; un progetto che può essere pienamente assunto per una strategia attuale di <em>communis utilitas</em>.</p>
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