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	<title>piazzaemezza &#187; giorgio agamben</title>
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	<description>la piazza dove pensare nottetempo</description>
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		<title>su ciò di cui non si può discutere</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 05:30:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giorgio agamben]]></category>
		<category><![CDATA[salone del libro di torino]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è capitato di recente, invitato a parlare in pubblico su un certo tema, di dover innanzi tutto spiegare perché non ne avrei parlato. Si trattava per me di ricordare a coloro che scrivono e pensano che la ricerca e la scoperta del tema è parte integrante dell’esercizio del pensiero e della scrittura, che il momento che la retorica antica chiamava “invenzione” e i poeti provenzali “ragione del poema” non può essere così facilmente separato dall’atto di poesia o di pensiero. È qualcosa che non si sceglie – lo si trova e nessuno può trovarlo al nostro posto. Ma il rifiuto di parlare su un tema predeterminato ha anche un’altra ragione, non meno importante. Vi sono argomenti rispetto ai quali è inumano accettare che siano oggetto di opinione e di dibattito. Se qualcuno mi chiede se sono pro o contro lo sterminio degli ebrei o (che è lo stesso, ma facciamo finta di non accorgercene) se sono pro o contro il nucleare, non è giusto fare come se si trattasse di una questione di opinioni, che, per definizione, hanno tutte lo stesso valore. Se si accetta che lo sterminio di milioni di esseri umani o la distruzione della vita sulla terra siano questione di opinione, tutto è già perduto in partenza.</p>
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		<title>toro</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 21:25:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[la posta del cuore]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è il massimo maggio, ma i nodi si sciolgono, cambiamenti appaiono all’orizzonte e tornerete a essere fertili come il segno vuole da voi, nutrienti e materni. «Vorrei diventare una parola invulnerabile, magnifica» ha scritto Isabella Santacroce (30 aprile 1970) nel suo profilo su Facebook scegliendo una frase che la rappresenta in pieno, come scrittrice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non è il massimo maggio, ma i nodi si sciolgono, cambiamenti appaiono all’orizzonte e tornerete a essere fertili come il segno vuole da voi, nutrienti e materni. «Vorrei diventare una parola invulnerabile, magnifica» ha scritto Isabella Santacroce (30 aprile 1970) nel suo profilo su Facebook scegliendo una frase che la rappresenta in pieno, come scrittrice e come nativo del Toro. L’obiettivo è alto, irraggiungibile, anche questo tipico del segno: porsi mete esagerate per sfidare se stessi e dimostrare di essere in grado di farcela. E poi centrale è il linguaggio: il creativo Toro è sempre alla ricerca della perfezione del dire e sente la parola come il seme esplosivo che riattiva il ciclo della morte e della vita. A questo proposito, leggo ammirata la conferenza di Giorgio Agamben (22 aprile 1942) <em> La Chiesa e il Regno </em>(nottetempo) in cui il filosofo richiama la Chiesa al suo compito ineliminabile &#8211; salvo un totale discredito &#8211;<br />
<span id="more-364"></span><br />
di attesa messianica della fine del tempo, partendo dall’analisi delle parole bibliche, dal loro semplice e concreto significato: «soggiornare come uno straniero è il termine che designa la dimora del cristiano nel mondo».</p>
<p>Pensatori potenti, quelli del Toro (Freud e Marx sono dei loro), scrittori che stanno stretti dentro la lingua e allora la forzano, la innovano, la inventano, ma non per saggiare le possibilità delle parole inseguendone le assonanze e i doppi significati, come farebbe un Acquario, piuttosto per sfuggire alla loro prigione. «Del vocabolario precedente avevo tenuto poche parole» dichiara Erri De Luca (20 maggio 1950) in un altro sasso nottetempo dal titolo, ancora una volta stranito e straniato: Senza sapere invece.</p>
<p>E di quale segno se non del Toro la fantasia sfrenata e carnale, evocativa, sciamanica, virile, spiritosa di Roberto Bolaño (28 aprile 1953)? Cito un passo che potrebbe essere un autoritratto da <em>2666 </em>(Adelphi):</p>
<p>«La recensione, firmata da un certo Schleiermacher, cercava di fissare in poche parole la personalità del romanziere.<br />
Intelligenza: media.<br />
Carattere: epilettico.<br />
Cultura: disordinata.<br />
Capacità  di affabulazione: caotica.<br />
Prosodia: caotica.<br />
Uso del tedesco: caotico».</p>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 16:56:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il fondo]]></category>
		<category><![CDATA[falcone maltese]]></category>
		<category><![CDATA[faulkner]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio agamben]]></category>
		<category><![CDATA[humphrey bogart]]></category>
		<category><![CDATA[la materia di cosa sono fatti i sogni]]></category>
		<category><![CDATA[problemi spirituali]]></category>

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		<description><![CDATA[Faulkner ha scritto una volta che il vero problema del nostro tempo è che non ci sono più problemi spirituali.
Il significato di questa diagnosi è più spietato di quanto sembri e ci riguarda molto da vicino. Che non ci siano più problemi spirituali, che essi non siano più sentiti come qualcosa di decisivo e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Faulkner ha scritto una volta che il vero problema del nostro tempo è che non ci sono più problemi spirituali.</p>
<p>Il significato di questa diagnosi è più spietato di quanto sembri e ci riguarda molto da vicino. Che non ci siano più problemi spirituali, che essi non siano più sentiti come qualcosa di decisivo e di ineludibile, genera, infatti, un’ angoscia senza precedenti. Lungi dal liberarci dal malessere, il fatto che i problemi dell’umanità siano diventati calcolabili, questioni fattuali urgenti e eventualmente complicate, ma che, in ultima istanza, richiedono di essere governate e non vissute né pensate, proprio questo ci consegna a un’angoscia speciale, tanto più intollerabile quanto più, almeno in apparenza, risolvibile. Nel suo diario, Fallot racconta così di aver provato l’esperienza più profonda dell’angoscia di fronte alla morte quando, dopo aver ordinato al ristorante il suo solito dessert , si sentì rispondere che quel giorno non c’era. In quell’istante egli seppe con assoluta certezza che di quell’angoscia non si sarebbe più liberato, che essa l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.<br />
<span id="more-44"></span><br />
Se il film giallo è il paradigma di un mondo in cui tutto dipende unicamente  dalla soluzione di un problema fattuale, allora, in un universo senza più problemi spirituali, gli uomini stanno ansiosi ed estranei di fronte alla loro vita come i personaggi di una detective story davanti al delitto. E mentre economia, medicina e  tecnologie di ogni specie (che sono sempre, in ultima analisi, tecniche di governo) assumono la guida delle sorti umane, i problemi spirituali (e le tecniche che ne trasmettevano l&#8217;esperienza: poesia, filosofia, arte) scivolano insensibilmente nella sfera della cultura, cioè cessano di essere decisivi. Poiché –occorre ricordarlo?- oggi si continuano a costruire musei (perfino, senza accorgersi della contraddizione, “musei di arte contemporanea”), auditori e teatri, ma è chiaro che tutto ciò non riguarda più le questioni che decidono della nostra possibilità di vivere e di essere felici. Il cosiddetto “spirito”, che non era altro che il nome che gli uomini davano  al punto di maggior intensità in ogni ambito della loro vita, diventa così una sfera autonoma e separata, tutto sommato trascurabile e spesso noiosa. Ciò per cui ciascuna cosa vale la pena di essere vissuta si trasforma  in uno svago sempre più incrinato dal dubbio che, forse, “non ne vale la pena”, che vivere si possa soltanto cercandosi in internet un’altra vita e un volto che sembra più vero, proprio in quanto è costitutivamente segnato  dalla falsità e dalla maschera.</p>
<p>Significa questo, come certi benpensanti consigliano, che si debba tornare alle “cose dello spirito” (espressione ancora più contraddittoria che “museo di arte contemporanea”), quasi che poesia, arte e filosofia se ne stessero in attesa, separate e accessibili, da qualche parte? O che, piuttosto, come suggerisce Humphrey Bogart alla fine del Falcone maltese, che veramente spirituale  e poetica è  la consapevolezza che le cose e i fatti cui siamo irrevocabilmente consegnati sono, come la statuetta del falco, soltanto “la materia di cui sono fatti i nostri sogni”? Che, nel nostro errare fra i fatti e le cose, non dobbiamo smarrire il ricordo di quel punto di intensità (spirituale, cioè evanescente e sottile) che decide ogni volta del nostro desiderio e della nostra forma di vita?</p>
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