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	<title>piazzaemezza &#187; elisa ruotolo</title>
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	<description>la piazza dove pensare nottetempo</description>
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		<title>l&#8217;elefante</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[elisa ruotolo]]></category>
		<category><![CDATA[esor-dire 2011]]></category>
		<category><![CDATA[l'elefante]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<description><![CDATA[Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.</p>
<p>“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.</p>
<p>E non mi era sembrato il caso d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi andasse a genio. Sono pur sempre un uomo di seme antico, forse per questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno crescere.<br />
<span id="more-815"></span><br />
Io, della sua attività, non avevo voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre. Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui, o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Una volta poi ci invitò a cena, me e Laura.</p>
<p>“E tu che gli hai risposto?” le domandai con la faccia tinta e il sangue in disordine.<br />
“Che almeno il dolce lo portavamo noi,” rispose calma legandomi le parole.</p>
<p>Io me ne andai in camera e accesi la tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia moglie e girato sul cuore.</p>
<p>Solo che al mattino mi ci volle un po’ per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di Laura se ne stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:<br />
“Ma guarda un po’ che vado a sognare stanotte!”</p>
<p>Bisogna sapere che mia moglie crede più ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io tremavo ogni volta di mostrare qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei figli.<br />
Comunque quella volta funzionò, perché appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.<br />
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so. Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini. Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”</p>
<p>Per lei quella faccenda doveva essere una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’ perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’ perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:<br />
“Per favore, lasciamo a casa l’elefante.”</p>
<p>E non ci fu bisogno di perdersi in promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.</p>
<p>Finsi di non sapere: né dove si trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre. Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati: Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.</p>
<p>Quella volta, anche se avevo girato lentamente nel quartiere, e parcheggiato in un’ombra un po’ lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli grossi con le setole di cinghiale.</p>
<p>“Stiamo ridipingendo le pareti,” spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.</p>
<p>Di lì a poco io e Laura ci dividemmo: lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a mostrarmi le pareti fresche di pittura.</p>
<p>“Vieni,” disse a un certo punto guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.<br />
“Vedi?” mi chiese indicando una parete. “Vedi qui?”</p>
<p>Gli feci segno di sì e lui andò avanti.<br />
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti feci in camera,” disse. “Te lo ricordi?”<br />
Io non me lo ricordavo e stavolta non era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo il nemico e dovevo ammettere che faticavo parecchio a trovare il padre.</p>
<p>Rimasi fermo a fissare la parete giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma quando ci chiamarono dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere.</p>
<p>Mio padre s’avvicinò alla parete, prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio non capivo. Poi appena distinsi qualcosa mi accostai, cercai una matita in una busta appesa a un cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a lavarmi le mani.</p>
<p>Prendete un uomo, ma che sia appena cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono  durante una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai ricordato. E però ho deciso di crederci, come Laura aveva fatto con me: perché mio padre era un uomo vecchio che cercava ancora di vivere, e forse a quel punto si diventa onesti; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi spuntasse la ragione; e perché in fondo, su quella parete facemmo un buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne sono andati.</p>
<p>Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non manda rumore.</p>
<p>Quella sera rientrando mi tenni di nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no, che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.</p>
<p>Quando poi arrivammo spensi i fari e il motore, ma aspettai a scendere. Accesi la radio su una stazione qualsiasi e rimasi ad ascoltare. Laura per un po’ tenne le dita sulla maniglia della portiera ma poi lasciò perdere: si mise comoda, abbassò il sedile e si sfilò le scarpe. Voglio dire, avrebbe potuto rientrare, piantarmi in macchina, cercarsi un uomo che le desse dei figli. Ma non è andata così. A poco a poco non mi ha più nemmeno domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so proprio dove sia finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le mani l’ho aperta e ho riletto cosa aveva scritto tempo prima sull’elefante, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere capito.</p>
<p>Forse non ci credeva nemmeno lei che saremmo rimasti e invece ce l’abbiamo fatta.</p>
<p style="text-align: right;">«Sognare un elefante, in genere, è buon segno.»<br />
(Antica smorfia napoletana)</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questo racconto è stato scritto per <em>Esor-Dire</em> 2010 ed è uscito in tedesco nel febbraio 2011 in <em>A Casa Nostra - Junge italienische Literatur</em> a cura di Paola Gallo e Dalia Oggero, una antologia dei tipi di Wagenbach per i 150 anni dell'Unità d'Italia]</span></p>
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		<title>scorpione</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Oct 2010 07:30:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Tutte le grandi passioni hanno la disperata necessità di raccontare la loro storia»: prendo la frase da un romanzo che a uno Scorpione non può non piacere, Follia, di Patrick McGrath (Adelphi), per mettervi in guardia: anche se siete un segno che ama il segreto, ombroso e generalmente discreto, sono le persone che travolgete a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Tutte le grandi passioni hanno la disperata necessità di raccontare la loro storia»: prendo la frase da un romanzo che a uno Scorpione non può non piacere, Follia, di Patrick McGrath (Adelphi), per mettervi in guardia: anche se siete un segno che ama il segreto, ombroso e generalmente discreto, sono le persone che travolgete a sentire la necessità, spesso, di rivelare al mondo le straordinarie emozioni che hanno provato con voi.  Da qui potrebbero scaturire complicazioni sentimentali, liti di cui fareste volentieri a meno, fino alla rottura di un rapporto magari già logoro. Ma sono tempeste che potete superare dato che siete  avviati a una fine anno carica di doni, moderatamente solare (trattandosi di voi, signori delle tenebre), dove potrete far trionfare, una volta tanto, la parte ricostruttiva e tenere a bada la vostra proverbiale distruttività.<br />
Alla prima decade, incendiaria sotto le congiunzioni di Mercurio e Venere, consiglio la lettura di <em>Troviamo le parole</em> (nottetempo): le lettere che si scambiarono due sommi poeti, Ingeborg Bachmann e Paul Celan, protagonisti di una grande, contrastata storia d’amore. «Ti amo e mi rifiuto di amarti» dice lei a lui. <span id="more-515"></span>  «Domani ti trasferisci nella tua nuova casa: posso venire subito e andare a cercare insieme a te un lume?» scrive lui a lei. Così sono le vostre relazioni sentimentali: una giostra di fughe spasmodiche e complicità coniugali. Ma gli astri ce la mettono tutta perché il vostro amore non finisca tragicamente come quello di Ingeborg e Paul. Approfittatene.</p>
<p>Donne o uomini, può darsi che siate arrivati alla conclusione di Michel Houellebecq: «la femmine sono decisamente migliori dei maschi» (da <em>Le particelle elementari</em>, Bompiani, dove spiega: «più affettuose, più amorevoli, più compassionevoli e più dolci; meno portate alla violenza, all’egoismo, all’affermazione di sé, alla crudeltà»). Ne raccomando la lettura alla seconda decade, molto presa dal sesso, ma anche dal lavoro. Non esagerate con il bisogno di imporvi sugli altri: fate trionfare la parte femminile, arrendevole che si trova persino dentro di voi.</p>
<p>Tutto è possibile alla terza decade spinta da Giove su sentieri piacevolmente piani. Concedetevi la scoperta di una nuova scrittrice, Elisa Ruotolo (<em>Ho rubato la pioggia</em>, edito da nottetempo, raccoglie racconti che ruotano intorno all’ineluttabilità del destino, quando i progetti si divertono ad andare in direzioni diverse da quelle che credevamo). «Avrei fatto qualsiasi cosa, non appena avessi capito cosa mi restasse da fare». E’ la frase che chiude il libro. Ve la regalo come un viatico per dirvi che, anche se non lo capite, qualsiasi cosa farete, non dovrete pentirvene.</p>
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		<title>a Mantova, nottetempo [#2]</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 09:10:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il fondo]]></category>
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		<category><![CDATA[festivaletteratura di mantova]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura vintage]]></category>
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		<description><![CDATA[Egr. Signore,
sono spiacente di non poter esaudire la Sua richiesta. Pur avendo provato a scrivere il pezzo per il quale giorni fa mi contattava, alla fine ho concluso che in esso ci sarebbe stato qualcosa di inopportuno. Vintage… Avvitando i pensieri intorno a questo termine credo anche d’aver supposto di poter dare un contributo senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Egr. Signore,<br />
sono spiacente di non poter esaudire la Sua richiesta. Pur avendo provato a scrivere il pezzo per il quale giorni fa mi contattava, alla fine ho concluso che in esso ci sarebbe stato qualcosa di inopportuno. Vintage… Avvitando i pensieri intorno a questo termine credo anche d’aver supposto di poter dare un contributo senza troppe difficoltà: io non sono una persona contemporanea. Avrei potuto raccontare la mia infanzia maschia e i miei tormenti di bambina astemia, forzata a pigiare nel torchio i graspi e l’uva matura. Avrei potuto esibire a distanza di anni le macchie rosse che restavano alle dita fino al giorno dopo, che c’era scuola, e io le tenevo sotto al banco senza dare nemmeno una delle risposte per cui avrei dovuto mostrare l’indice. O avrei potuto scrivere della Necchi 76, la macchina per cucire che mia madre ebbe a 13 anni, <span id="more-495"></span>e la sua gliela pagò di mala grazia con una colonia di rate mensili. M’era venuta l’idea di dire che adesso, quando provo a farmi una piega ai pantaloni, mi buco sempre un’unghia perché non te l’aspetti che un meccanismo di 50 anni e passa, al quale hai sostituito e lubrificato giusto qualche pezzo, fili via come l’olio (e mentre ti disinfetti proprio non vedi che futuro abbia un’azienda che produce arnesi così affidabili). Ma ragionavo senza considerare l’opportunità. Santo cielo: ho scritto un libro e questo libro è uscito appena da qualche mese. Forse qualcuno lo leggerà. Vorrà interrogarmi su chi sono e come vivo. E io, io devo conservare il passo coi tempi. Occorre essere seri: avveduti. Contemporanei. Avevo accettato per ingenuità, sperando di potermela giocare con l’ironia. Ma c’è poco da stare allegri. Meglio tacere di questo mio vintage familiare. È con grande rammarico quindi che declino il Suo invito, per quanto interessante, dichiarandomi disponibile a fornirLe qualsiasi testo che non danneggi il mio avvenire o la mia dignità.</p>
<p>Cordialmente.</p>
<p>&#8211;</p>
<p><strong>Festivaletteratura, Mantova, sabato 9 settembre</strong><br />
10.30 &#8211; Palazzo d&#8217;Arco<br />
<strong>Michela Murgia</strong> ed <strong>Elisa Ruotolo</strong> hanno parlato di <em>Canne al Vento</em> di <strong>Grazia Deledda</strong></p>
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		<title>gita al festival</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 07:07:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il tema]]></category>
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		<category><![CDATA[francesco cataluccio]]></category>
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piazzaemezza porta i suoi lettori in gita a Mantova. Quest’anno nottetempo è a  Festivaletteratura in compagnia di Deliri di Antonella Moscati, di Ho rubato la pioggia di Elisa Ruotolo, di Che fine faranno i libri? di Francesco Cataluccio e di Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard di Said Sayrafiezadeh.

Solo che i libri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-474 aligncenter" title="festivaletteratura_2008" src="http://www.piazzaemezza.it/wp/wp-content/uploads/2010/09/festivaletteratura_2008.jpg" alt="festivaletteratura_2008" width="416" height="306" /></p>
<p><strong>piazzaemezza</strong> porta i suoi lettori in gita a Mantova. Quest’anno nottetempo è a  Festivaletteratura in compagnia di <em>Deliri </em>di Antonella Moscati, di <em>Ho rubato la pioggia</em> di Elisa Ruotolo, di <em>Che fine faranno i libri?</em> di Francesco Cataluccio e di <em>Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard</em> di Said Sayrafiezadeh.<br />
<span id="more-476"></span><br />
Solo che i libri a nottetempo sono spaccati di realtà politica, culturale, personale. E così, giacché le parole ci piacciono, possiamo dire meglio che dall’otto al dodici settembre nottetempo presenta, nel principale festival letterario italiano, quattro punti di vista su mondi piccoli o condivisi.</p>
<p>Uno. Le epifanie improvvise, le intuizioni filosofiche, l’euforia di un linguaggio che trapassa il reale dei <em>Deliri </em>che a intervalli regolari hanno accompagnato Antonella Moscati intorno ai suoi trent’anni e la logica che diventa follia.</p>
<p>Due. Le storie assorte di <em>Ho rubato la pioggia</em>, nelle quali Elisa Ruotolo (definita dal Festival “L’esordiente dell’anno”) costruisce un mondo con tranquilla ineluttabilità, e poi lo sospende a quei piccoli scarti della vita che somigliano al destino e affresca una provincia campana superstiziosa ed espediente.</p>
<p>Tre. Le analisi, i progetti e le ipotesi di Francesco Cataluccio che, in <em>Che fine faranno i libri?</em>, prova a capire che cosa ne sarà dell’editoria quando il libro elettronico si imporrà trasformando in modo radicale il mondo della scrittura e della lettura e le regole del copyright.</p>
<p>Quattro. La sorprendente ironia di <em>Quando verrà la rivoluzione tutti avremo lo skateboard</em> di Said Sayrafiezadeh, figlio di comunisti in una America luminescente e con qualche principio di consumismo, del quale Paula Fox ha detto “Il suo linguaggio ha la ferocia e il sense of humour di un racconto di Charles Dickens” e Dwight Garner ha scritto, sul New York Times, “Un libro d’esordio eccellente, preciso come un orologio”.</p>
<p>E per tutti quelli che non potranno seguirci in gita, finito il festival, i lettori di <strong>piazzaemezza</strong> (e di nottetempo), troveranno le brevi cronache dei nostri autori a Mantova. Buone letture sempre.</p>
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		<title>altre notti</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[appena svegli]]></category>
		<category><![CDATA[aprile]]></category>
		<category><![CDATA[elisa ruotolo]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>

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		<description><![CDATA[Per tutto il tempo della notte il bambino ha pianto. Ricordo d&#8217;essere rimasta a letto e d&#8217;aver immaginato in qualche modo che per me era giusto così. Ci sono state altre notti uguali e finisce sempre che lui smetta di colpo, appena la sete, un rumore alla finestra o l&#8217;acqua in circolo nel termosifone mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per tutto il tempo della notte il bambino ha pianto. Ricordo d&#8217;essere rimasta a letto e d&#8217;aver immaginato in qualche modo che per me era giusto così. Ci sono state altre notti uguali e finisce sempre che lui smetta di colpo, appena la sete, un rumore alla finestra o l&#8217;acqua in circolo nel termosifone mi fanno sbarrare gli occhi sul nero della stanza. Non ho pensato che potesse essere il rimprovero delle cose a una madre fuori natura, perciò stavolta mi sono alzata col sonno premuto ancora sulle ciglia e ho cercato il bambino contando di fare la cosa giusta. Solo che al primo spigolo venutomi contro ho aperto gli occhi e tutto è scivolato via, come i grani di un rosario quando la corda si spezza. Adesso fuori è giorno nuovo e mi viene in casa piano, come un&#8217;innocenza che minaccia. Mi guida fino alla cinta della tapparella e io la faccio salire, alta fino all´ultima stecca. Non ci sono culle in camera mia, così mi do pace e guardo fuori dove il pesco tardivo è rimasto tutta la notte. L&#8217;ho guardato a lungo prima di rientrare, e mi sono chiesta come potesse Aprile, far sbocciare i suoi fiori senza macchiarsi l´anima.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>il regalo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 08:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il vecchio aveva aspettato a lungo prima di parlare, poi aveva smorfiato la bocca e mentre si studiava un’unghia s’era messo a cercare le parole come i fagioli bacati in un setaccio. 
«I pacchi Americani sono sempre fregature!», disse alla fine con una voce cupa di catarro. 
«Sempre», approvò un tipo accarezzandosi la pancia, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vecchio aveva aspettato a lungo prima di parlare, poi aveva smorfiato la bocca e mentre si studiava un’unghia s’era messo a cercare le parole come i fagioli bacati in un setaccio. </p>
<p>«I pacchi Americani sono sempre fregature!», disse alla fine con una voce cupa di catarro. </p>
<p>«Sempre», approvò un tipo accarezzandosi la pancia, che teneva gonfia e fuori cinta perché pativa il mal dell’acqua.</p>
<p>Don Benedetto, che passava per un uomo di qualità perché viveva col sussidio pur essendo sano come un limone, alzò la scatola e la scosse un paio di volte. </p>
<p>«America o non America, qui dentro non ci sta un bel niente!», tagliò corto appendendosi coi pollici ai passanti dei calzoni.<br />
<span id="more-266"></span></p>
<p>Li sentivo azzardare spiando dallo spacco della porta. Dopo aver parlato a lungo, adesso mio padre lasciava dire restando con le braccia in croce sullo stomaco. Aspettava che finissero. A quel punto tirò fuori dalla tasca un mazzetto di fogli gialli e una matita nera, si avvicinò al tavolo e prima di sedersi domandò:</p>
<p>«Scommettiamo?»<br />
Quel pacco arrivò a tre giorni da Natale. Era una scatola grande abbastanza, avvolta nella carta gialla delle poste e legata con uno spago pesante e stretto, come se dentro ci fosse qualcosa di sostanzioso o un animale pronto a scappare. Sopra si vedevano tanti di quei timbri da farmelo capire subito, che veniva da lontano. Il nome di mio padre era scritto con un inchiostro nero che aveva preso acqua, ma qualcosa ancora si capiva, perché la mano che l’aveva segnato di sicuro non era entrata in amicizia con le scuole, ed era rimasta chiara, incerta, ingenua come la mia – anche se allora stavo nella terza classe. Quella mattina me la ricordo chiara come un mezzogiorno: c’era la poca luce che capita sempre sotto Natale, e qualcuno che ci bussava da fuori. Avevamo l’ordine di non aprire nemmeno al Creatore che venisse a farci grazia, perciò rimanemmo zitti dietro la porta, io e mio fratello, pure se quella sui vetri era solo l’ombra del postino: il vecchio Calogero in odore di pensione che ci aveva visti nascere e &#8211; a sentire la gente – all’occorrenza ci avrebbe trovati persino in fondo agli armadi o in cima ai pali della corrente elettrica. Eravamo bambini allora, e credevamo presto alle voci, perciò quella sagoma nera contro la lastra zigrinata ci mandò il cuore per aria e il sangue alla fronte. Aspettammo, buoni come i santi, che Calogero si stancasse di chiamare e lasciasse quel che aveva contro la porta. Era un tipo saldo di testa e ci volle parecchio per farlo capace: io e Giuseppe tenemmo duro finché non sentimmo la sua bicicletta di ruggine in fondo alla strada. Fu allora che aprii e la vidi: la scatola era lì, per terra, sul marmo umido dell’ingresso. Per un poco rimasi fermo, poi l’afferrai a due mani spingendo da parte mio fratello e richiusi, svelto come un ladro. Posai la scatola sul bordo del focolare e a quel punto mi sedetti con le mani infilate sotto le cosce: perché c’era tempo prima che tornasse mio padre, perché Giuseppe ci avrebbe pianto a sapere che il pacco non era per lui, e perché nonostante tutto era il solito Natale freddo e stentato, e i ceppi umidi nel camino facevano fatica a scaldare. </p>
<p>Mio padre quel giorno tornò dal collocamento direttamente alle tre e aveva odore di fumo in bocca. Aspettai che intiepidisse la pentola di cucinato che mia madre ci lasciava sempre sulla cucina economica. Lo misi pure nel largo di sedersi a tavola e a quel punto, come se raccontassi un fatto da niente, gli indicai la scatola. Lì per lì non rispose, ma poi quando si alzò per la prima volta in vita mia pensai che al mondo ci fosse una giustizia &#8211; lenta e tardiva, come mi facevano ripetere al catechismo, ma diavolo se c’era! Grazie alle premure di chi lo criticava, sul conto di mio padre ne sapevo tante da farmi benedire il cielo per avergli mandato un indennizzo che non avesse un prezzo, un sudore o un incomodo come rientro. Mi sembrava che per la prima volta quell’uomo con le scarpe in rovina e la faccia crepata dal bisogno, questa creatura malriuscita che viveva alla giornata e non s’era mai trovata nel bene d’una fortuna, ecco, mi sembrava che avesse finalmente un numero, un credito un valore che potesse levare anche me dalla vergogna. </p>
<p>Pensai che avrebbe detto qualcosa, almeno a me che stavo in età da capire, invece prese la scatola e andò a posarla ai piedi dell’abete sintetico. Lo sentii sfregare una mano contro l’altra come per scaldarsele, poi tornò in cucina, prese la giacchetta dall’attaccapanni, se la mise addosso e uscì. Non so cosa gli girasse per la testa ma gli vidi in faccia un colore vispo, come se qualcuno nell’altra stanza, proprio ai piedi dell’albero, lo avesse mortificato di schiaffi. Poco dopo rincasò tirandosi dietro una cricca di uomini senza mestiere che mandavano in febbre la pazienza di mia madre. Mio padre, fuori famiglia, aveva sempre avuto una parlantina che ti infinocchiava e ultimamente, da che il collocamento dava più speranze che lavoro, aveva cominciato a scommettere su tutto: sul tempo buono o cattivo, sulle partite della domenica, sulla fumata del Conclave, quando s’era trattato d’eleggere il papa, sulla quantità di punture a domicilio che mia madre avrebbe fatto la settimana successiva. Né quella volta perse la bussola. Parlò di quel regalo americano come d’una grazia meritata attraverso anni di strettezze, un miracolo dovuto. Parlò di miseria e ingiustizia, alzando la scatola come fosse il sacramento della domenica. Parlò e scommise. Il fatto che non avessimo nessuno fuori Italia, né parenti carnali né d’entratura, sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri. </p>
<p>Ricordo che se ne dissero tante, in quei tre giorni. A tutte le ore ci veniva gente in casa per guardare la scatola, pesarla cogli occhi e farsi segnare una scommessa sul taccuino di mio padre. Mia madre invecchiò di dieci anni perché la posta saliva e se mio padre era nel torto stavolta ci saremmo rovinati d’un pezzo. La vigilia di quel Natale veniva di domenica e la mattina andai a servire messa come al solito. Per la prima capitai alla destra del prete, a fare le cose importanti previste dalla funzione. Che mi lisciasse il pelo mettendomi dal lato del vino e del messale, si capiva dai chilometri. </p>
<p>Alla fine della messa, mi sentii chiamare dalla canonica. Trovai il prete che aspettava seduto, tenendosi ai braccioli della poltrona. Mi fece segno di accostare la porta e a quel punto aprì il cassetto dell’offertorio per i poveri, tirò fuori del danaro e fece la sua puntata mettendosi da subito contro mio padre. </p>
<p>«Di’ un po’», mi chiese coi soldi ancora in mano, «ma quanto è grossa la scatola?»</p>
<p>«Be’», risposi io grattandomi il mento e guardando in aria, «tanto…»</p>
<p>«Tanto?», si accigliò lui, «non potresti essere più preciso, figliolo?»</p>
<p>Allargai le braccia più del dovuto, per stare sicuro di mandarlo fuori via. Poi presi i soldi e l’imbasciata perché me ne morivo di metterlo in difetto col Padreterno. </p>
<p>Quella sera fin dalle sette cominciò il conto alla rovescia. Lasciammo la porta aperta perché tanto era inutile chiudere e la gente che aveva puntato aveva anche il diritto di vedere coi propri occhi l’apertura. Se avessi avuto qualche soldo da parte avrei puntato anch’io ma per dare ragione a mio padre e perché, come lui, allora pensavo che le cose potessero prendere improvvisamente una piega buona, nuova quanto un taglio di capelli, il foglio nuovo del calendario il primo giorno del mese. E poteva esserci anche per noi una speranza, ma vera, come il pane nero che mettevamo in tavola. </p>
<p>Erano quasi le otto quando in cucina entrò Calogero, il portalettere. Si asciugava la fronte con un fazzoletto e si vedeva chiaro come l’asso di bastoni che stava in difficoltà.</p>
<p>«Vengo per il pacco», disse rivolgendosi a mio padre.</p>
<p>Qualcuno tra la folla gli rispose che era tardi per le puntate e che oramai era tempo di aprirla, la scatola, che ognuno aveva pur diritto di ritirarsi in famiglia, a mangiarsi la sua vigilia di Natale. </p>
<p>Calogero non si fermò a sentirli, prese la scatola dal tavolo, accostò  gli occhi alla carta mentre con la dritta sollevava le lenti fino alla fronte e rilesse quell’indirizzo vago di pioggia. </p>
<p>«Domando scusa ma c’è stato un errore», disse mentre in faccia gli saliva l’inferno. E porse la scatola a uno sconosciuto che era entrato con lui approfittando della confusione.</p>
<p>La gente alzò la voce e mio padre poco ci mancò che venisse alle mani col tipo che a testa bassa già infilava la porta levandoci di casa il regalo. Solo quando si decise a guardare meglio sulla scatola abbassò le braccia, poi si prese la testa fra le mani e non parlò più. </p>
<p>Io ci pensai quella volta. Pensai che no, non c’era giustizia per noi se il bene poteva venirci in casa giusto per uno sbaglio, e mi misi anche in rotta col catechismo che alla fin fine ci contava solo un mucchio di fesserie.  </p>
<p>Adesso che di tempo ne è passato, di quel Natale non se ne parla più. Ognuno di noi ne ha preso un pezzo e ne ha fatto ciò che crede: uno lo ha portato via mio fratello quando si è trasferito lontano, un altro se ne sta chiuso nella tomba di mia madre, l’ultimo pezzo ce lo dividiamo io e mio padre, che quella volta passammo la notte del 24 e poi il giorno di Natale in giro per le vie, a restituire le poste e a scusarci per il fastidio e la delusione che portavamo. Quel pezzo ce lo rigiriamo tra le dita tutti i Natali che ci vediamo. Come fosse un arnese vecchio di cui non sai più che farne e dove posarlo. Sappiamo solo che quella volta ci rimettemmo, questo sì: alla fine, per restituire tutto, dovemmo dare del nostro &#8211; perché mio padre aveva il vizio di prendere il danaro a fiducia e sulle somme, grandi o piccole, era chiaro a tutti che l’avrebbero fregato finanche le galline. </p>
<p>Io ho una vita diversa dalla sua: sono un tipo che non si fida, e non vivo di speranze ma di un lavoro che non mi lascia un’ora di vuoto in tutta la giornata. </p>
<p>Il Natale, però, lo passiamo insieme e non c’è anno che sgarriamo. Arrivo sempre tardi anche se progetto quel giorno per settimane, anche se ho una macchina veloce e tutte le migliori intenzioni di questo mondo. Inchiodo fuori casa e gli do tre colpi di clacson. Prolungati e decisi, da quando corro il rischio che non mi senta. Lui mi aspetta dietro la porta. Lo so. Adesso sono io a dirgli di non aprire agli sconosciuti, come se il tempo si fosse improvvisamente rovesciato.</p>
<p>Lo guardo camminare stretto nel suo cappotto marrone, dall’aria troppo portata, e faticare sulla maniglia della portiera finché non spingo la mano ad aprirla dall’interno.</p>
<p>Appena si siede gli passo la lista dei regali da comprare per i miei figli e per mia moglie, dato che gli sono rimasti un paio d’occhi da ragazzino. Legge tenendo la carta ferma come può, sotto la luce dell’abitacolo, e anche se sente che la macchina fila veloce scuote sempre la testa.</p>
<p>«Non ce la faremo mai», dice guardando l’orologio sul cruscotto.</p>
<p>«Scommettiamo?», gli domando io, premendo l’acceleratore mentre fisso la strada.</p>
<p>E mi pare un regalo, adesso, essere suo figlio.  </p>
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		<title>se i libri spezzano il cuore</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 14:17:26 +0000</pubDate>
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A nottetempo ci preoccupiamo di testare le vostre coronarie. Forti dell’adagio di Virginia Woolf Oh quanti libri!- non ti si spezza il cuore a pensare a me con questa passione, eternamente divorata dal desiderio di leggere, anche quest’anno vi spezziamo il cuore con i nostri libri. E per dimostrarvi, che come di consueto, le nostre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-186" title="pag2" src="http://www.piazzaemezza.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/pag2.jpg" alt="pag2" width="461" height="309" /></p>
<p>A <strong>nottetempo</strong> ci preoccupiamo di testare le vostre coronarie. Forti dell’adagio di Virginia Woolf <em>Oh quanti libri!- non ti si spezza il cuore a pensare a me con questa passione</em>, eternamente divorata dal desiderio di leggere, anche quest’anno vi spezziamo il cuore con i nostri libri. E per dimostrarvi, che come di consueto, le nostre intenzioni sono pure, <strong>piazzaemezza</strong> inaugura il duemiladieci con un tema che è tutta una anticipazione della nostra narrativa dei prossimi mesi.<br />
<span id="more-189"></span><br />
Fra pochi giorni in libreria <em>Due di tutto e una valigia</em> di Mila Venturini, la storia di un divorzio, due fratelli, due genitori e non solo, nonni, baby sitter dell’est e uno sguardo tragicomico che tende sia sorprese che pensieri. Si prosegue con Eleonora Sottili che con <em>Il futuro è nella plastica</em> ci accompagna nelle giornate torinesi di Arturo, un Benjamin Braddok delle langhe <em>con una stupefacente propensione a trovare le cose che ti si possono fermare in gola</em>, comincia a fotografare il mondo e si innamora forse di una donna che in TV guarda Willy il coyote. <em>Il futuro è nella plastica</em> si legge come se qualcuno lo raccontasse in penombra sotto una tenda indiana costruita in salotto con le lenzuola.</p>
<p>Alberto Manguel, lettore e scrittore colto, vorace e curiosissimo, ne <em>Il ritorno</em>, racconta del rapporto tra libri e dittatura in un luogo immaginario che però è il fantasma dell’Argentina di oggi dove la giustizia si è volatilizzata insieme al lavoro e ai risparmi dei liberi cittadini. Karin Alvtegen viene dalla Svezia, come Mankell, Stieg Larsson e Lidqvist, e come loro scrive gialli, in <em>Ombra</em> un’impiegata del comune di Stoccolma si trova a scavare nella vita del premio Nobel Axel Ragnerfeldt e si trova ben presto coinvolta in una palpitante indagine sulle imposture, le misteriose sparizioni e gli oscuri segreti che circondano la figura del figlio di Axel, spregiudicato, ambizioso e… ancora suspence con Josephine Tey, la signora scozzese del giallo, che ne <em>Il caso Franchise</em>, scava nelle piccole ferocie di provincia e nella vita tranquilla di Marion Shape e sua madre quando la giovanissima Betty Kane, scomparsa per un mese, accusa entrambe di essere state i carcerieri della sua prigionia. I delitti a nottetempo non finiscono, anzi se ne stanno, come per Agata Christie, <em>as evil under the sun</em> perché in maggio Rosetta Loy, una delle maggiori scrittrici italiane, con mani e gomiti immersi nella cronaca racconta nel suo <em>Cuori Infranti</em> e con un italiano struggente e a tratti miracoloso, la premeditazione, la follia, l’umano troppo umano dei delitti di Erba e di Novi Ligure.</p>
<p>Senza sangue ma con l’esattezza di una lama Elisa Ruotolo, in <em>Ho rubato la pioggia</em>, racconta una provincia campana viva e superstiziosa, commovente e ricca di mestieri inverosimili da tempi immemorabili, costruendo un mondo di tranquilla ineluttabilità e sospendendolo, anche per un solo attimo, a quei piccoli scarti della vita che somigliano al destino. Destino che hanno pure gli oggetti se ne <em>Il trasloco</em> Paolo Morelli scrive di un uomo che comincia col passare da un appartamento vecchio a uno nuovo e finisce fuggendo per i tetti di Roma dopo che il suo fidato computer comincia a cambiargli le parole senza rispettare il senso della grammatica e delle intenzioni.</p>
<p>E, per un attimo di respiro, dopo letture rocambolesche, un attimo di voyeurismo insieme a Jonathan Littell, che in <em>Racconto su niente</em>, ferma un momento di una giornata qualsiasi e lo fa esplodere, frazione di secondo per frazione di secondo per fare eco con la sua quotidianità in quella di tutti gli ossessivi e i visionari. E dei lettori nottetempo.</p>
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