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	<description>la piazza dove pensare nottetempo</description>
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		<title>amore è il mese più crudele</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 14:59:13 +0000</pubDate>
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guarda il booktrailer di Gloria Guerrera 
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1627 alignnone" title="Alberti_Amore_cover_CHIARA" src="http://www.piazzaemezza.it/wp/wp-content/uploads/2012/05/Alberti_Amore_cover_CHIARA2.jpg" alt="Alberti_Amore_cover_CHIARA" width="300" height="429" /></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #800000;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=KnsX1cXDZIo" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.youtube.com/watch?v=KnsX1cXDZIo&amp;referer=');">guarda il <strong>booktrailer </strong>di Gloria Guerrera</a> </span></span></p>
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		<title>che genere di fabbrica?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 12:41:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ognuno di noi – scrive Robert Antelme nel suo capolavoro, La specie umana –, scientificamente denutrito, deve trasformarsi nel morto previsto. Il libro, come si sa, venne definito, ma solo a distanza di qualche anno dalla sua pubblicazione, un classico della letteratura dei campi di concentramento. Il campo di concentramento è il grande buco nero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno di noi – scrive Robert Antelme nel suo capolavoro, <em>La specie umana</em> –, scientificamente denutrito, deve trasformarsi nel morto previsto. Il libro, come si sa, venne definito, ma solo a distanza di qualche anno dalla sua pubblicazione, un classico della letteratura dei campi di concentramento. Il campo di concentramento è il grande buco nero dell’umanità, lì dove sono gettate, se non addirittura riposte, le paure, le ossessioni più inconfessabili, sebbene ci si ripeta che nulla può essere mai paragonato a quell’esperienza, che nessuna sofferenza può essere posta a confronto con una simile catastrofe della specie. Ciò nonostante, quella consumazione di persone, di vite, di tempo umano è ormai il paradigma di un tempo che scorre unicamente in approssimazione alla morte, al cui rispetto la specie sopravvivente misura ancora sempre il proprio. Fabbriche della morte sono stati definiti i Lager nazisti.<span id="more-1615"></span> Ma che genere di fabbrica, che genere di morte? Ammesso che dei Lager non sapessero molto i tedeschi, non sapessero molto le diplomazie internazionali, il loro essere luogo della soluzione finale deve ancora sempre essere preso in parola, piuttosto che venire trasformato in assurdità. Rileggendo, a distanza di sessantacinque anni dalla pubblicazione, il libro di Antelme, sorge un dubbio, che getta un’ombra, se possibile, anche più nera sull’esperienza degli Häftlinge – che i Lager abbiano rappresentato una sorta di luogo di olocausto del nazismo, presso il quale cioè si lavorava la mitologia generatrice di una nuova specie umana, che scaturiva in negativo dalla trasformazione, secondo previsioni accuratamente elaborate, di individui in morti. La segretezza dei campi di concentramento mostrerebbe che le pratiche mortuarie che vi si svolgevano, nella misura in cui erano note principalmente ai quadri del nazismo, e secondariamente ai militanti, costituivano la prova dell’esistenza, e conseguente superiorità, di un soggetto al cospetto di una catastrofe permanente. Qui vale ciò che Adorno ha scritto a proposito di <em>Finale di partita</em>, laddove sostiene che il behaviourismo primitivo delle personæ è la forma comportamentale degli individui posti nella condizione di una catastrofe – “mosche che si contraggono dopo che lo scacciamosche le ha già mezzo spappolate”. Adorno tematizza al riguardo la nozione di phonyness, all’incirca falsità, e la falsità è quella nella quale sono gettati gli Häftlinge, contestualmente produttrice di mitologia per il nazismo. Trattasi di falsità allestita in teatro, dove si rappresenta la dissoluzione, oltre che la soluzione, in quanto smascheramento della continuità della vita ovvero che l’unica vita degna di essere vissuta, che solo alcuni possono meritare di vivere, sia quella che obietta a questa medesima continuità. Il nazismo lascia andare a vuoto la morte, come evento di continuità biologica privo di forza di comando, nello stesso tempo contrae la vita in una catastrofe senza fine, dominabile solamente da ciò che potrebbe definirsi stasi della dialettica, il nazismo. </p>
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		<title>la cartolina ritrovata</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 07:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo zio Procopio, in realtà zio della zia di mia madre, era partito per il Sudamerica quasi cent’anni fa. Aveva lasciato la casa colonica delle campagne venete per cercare fortuna nel lontano Perù dove si diceva che “anche la merda diventa oro”. Il guano, che ricopriva le isole della costa di Ica, aveva già riempito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo zio Procopio, in realtà zio della zia di mia madre, era partito per il Sudamerica quasi cent’anni fa. Aveva lasciato la casa colonica delle campagne venete per cercare fortuna nel lontano Perù dove si diceva che “anche la merda diventa oro”. Il guano, che ricopriva le isole della costa di Ica, aveva già riempito le tasche di molti imprenditori e l’industria peschiera non era da meno. Lo zio, contadino ma istruito, era sicuro che un giorno sarebbe ritornato a Meolo come un re, tra l’invidia generale dei compaesani.</p>
<p>Di Procopio se ne parlò molto in effetti e per molto tempo, all’osteria della piazza e fino a Roncade dove tutti conoscevano la storia del contadino marinaio. Tuttavia non era delle sue infinite ricchezze che si parlava, ma della sua misteriosa scomparsa, dell’assoluto silenzio -erano passati più di quattro anni ormai- nel quale aveva lasciato la famiglia dall’arrivo, dopo alcuni mesi, al porto del Callao di Lima. Si era addirittura diffuso un proverbio in paese: quando qualcuno degli avventori dell’osteria si accomiatava per andarsene a casa in bicicletta gli altri lo ammonivano dicendogli scherzosamente “no sta’ far el Procopio, sa?”<br />
<span id="more-1613"></span></p>
<p>Questo era all’inizio del Novecento quando molti italiani emigravano nel Nuovo Mondo alla ricerca di una vita migliore. Molti anni dopo, nel 1996, uscivo dalla birreria “La mort subite” di Bruxelles e mi avviavo tranquillamente a camminare per Sablon, un vecchio quartiere della città belga, curiosando nei negozi di antiquariato e tra le bancarelle del mercato delle pulci. Ricordo che faceva molto freddo e mi fermai presso un carretto che vendeva hot-dog con crauti ed escargots, comprai un po’ di lumache e proseguii la mia passeggiata, fermandomi di tanto in tanto ad osservare le curiosità di ogni genere che offrivano quelle straordinarie bancarelle. Lampade, tazzine, chiavi e catenacci, foto, cartoline, orologi, bambole e set da barba, tavoli e credenze, quadri ed ex voto si accatastavano l’uno sull’altro in un susseguirsi fantasmagorico di oggetti che davano l’impressione che qualcosa fosse finito per sempre, irrimediabilmente perduto, come se un intero mondo avesse improvvisamente cessato di esistere lasciando case vuote ed oggetti muti.</p>
<p>Guardavo quegli antiquari e vedevo degli sciacalli che si erano appropriati di quei preziosi lasciati incustoditi dai loro proprietari che probabilmente erano dovuti fuggire in fretta e furia come se qualcosa o qualcuno stesse per mettere a sacco la città. Non potevo credere che in realtà ci fossero persone capaci di disfarsi della propria identità vendendo tutto ciò che ormai consideravano vecchio, passato di moda, inutile e ingombrante, come se ci si potesse disfare di se stessi. Mentre rimuginavo tra una lumaca e l’altra, mi avvicinai ad una bancarella di cartoline antiche. Ho sempre amato quelle vecchie immagini che ritraggono luoghi lontani nella geografia e nel tempo, testimoni di un turismo ormai inaccessibile, come le vecchie guide di viaggio che ci sconsigliano certe strade per evitare di essere derubati dai briganti o che invece ci suggeriscono hotels e ristoranti che non esistono più. Istantanee del passato che raccontano storie personali, tracciano rotte e legami, informano su luoghi ed eventi e sono cariche di nostalgie: di chi le manda per chi ha lasciato, di chi le riceve per chi è partito e di chi ora le colleziona per un mondo che non gli apparterrà mai. Le guardavo una per una, come schede di un casellario geografico, soffermandomi su quelle più esotiche che ritraevano bianche case coloniali immerse in una rigogliosa vegetazione tropicale. Mi facevano venire in mente i racconti di Somerset Maugham e la vita di quegli europei dimenticati dall’altra parte del mondo, magari ricchi, magari potenti ma sempre alla periferia dell’Impero, ai confini di quel regno che avevano contribuito a costruire, lontani da tutto ciò che realmente volevano e per cui, paradossalmente, erano partiti, come garimpeiros prigionieri della loro ricchezza. Una di quelle cartoline, dal bordo bianco e seghettato, ritraeva una piccola piazza circondata di case bianche con al centro una glorieta e tutt’intorno una fitta foresta.</p>
<p>La presi in mano e la girai per vedere di che posto si trattasse. Era una sconosciuta cittadina della selva amazzonica. Qualche collezionista aveva staccato i francobolli. Che strano oggetto, pensai. Uno strumento così composito per inviare un semplice messaggio. Un’immagine dalla quale siamo assenti ma che le nostre parole rendono in qualche modo unica, nostra e francobolli e timbri postali che ci assicurano che qualcuno almeno le leggerà, anche se forse non arriverà mai a destinazione. Una lettera smarrita rimane chiusa, in qualche deposito; una cartolina, invece, continua a comunicare qualcosa a qualcuno, ma mai la stessa cosa alla stessa persona.</p>
<p>L’indirizzo diceva: Sig.ra Santina Peloso, Megolo, Venezia, Italia.<br />
“Sono arivato al Peru. Go incontrato una bela tosa, la xè tanto più zovine de ti sa. Me dispiase vecia, me dispiace tanto. Fa pulito me racomando. Daghe un baso ai fioli e uno anca al pursel. Poro Enio anca lu…<br />
Procopio”</p>
<p>Dunque lo zio Procopio era fuggito con una peruviana e nessuno ne aveva più saputo nulla perché la cartolina era andata smarrita, forse anche grazie alla bizzarra toponomastica dello zio.<br />
L’ultima traccia del contadino scomparso era qui, a Bruxelles, ma senza timbro postale come sapere da che parte di quell’immenso paese proveniva la cartolina!<br />
Erano nate molte congetture in paese dai giorni della sua scomparsa, che persistono fino ad oggi come varianti di un mito locale. C’era chi sosteneva che non fosse mai arrivato nemmeno a Venezia, da dove doveva partire la sua nave, e che il pieno di merlot gli avesse fatto perdere il controllo della bicicletta finendo i suoi giorni a faccia in giù tra i copagatti di qualche scolina. Ma questa era la teoria del Tony, che faceva l’oste ma che tutti chiamavano “il benzinaio”.<br />
Secondo un’altra versione invece, ci sarebbe arrivato in Sudamerica e sarebbe diventato così ricco da dimenticare il paese e la famiglia cambiando il merlot per il mojito e il Meolo per l’Urubamba.<br />
La più tenebrosa delle varianti, invece, voleva che Procopio avesse fatto la fine che avrebbe dovuto fare il povero Ennio:<br />
-Musetti i gavarà fato chei quatro salvadeghi!<br />
-Musetti?<br />
-Da licarse i barboni!<br />
-Ma se nol gera neanca bon da brodo ch’el cancaro de ch’el vecio!<br />
-Briscola!<br />
E così continuavano le speculazioni sulle peripezie del vecchio Procopio. Anche il comune, molti anni dopo, volle aggiungere il suo nome alla lista dei personaggi illustri del paese dedicandogli una targa sulla piazza: “A Procopio Peloso contadino esploratore”.<br />
Dopo tre anni di silenzio la famiglia decise che era venuto il momento di dichiarare defunto lo scomparso parente e in paese cominciarono ad apparire sui muri delle case i tristi annunci funebri:</p>
<p style="text-align: center;">PROCOPIO PELOSO<br />
59 ANNI</p>
<p style="text-align: center;">MARITO FEDELE<br />
PADRE AMOROSO<br />
CONTADINO<br />
ALLEVATORE<br />
ESPLORATORE</p>
<p style="text-align: center;">TI RICORDERANNO SEMPRE<br />
LA MOGLIE<br />
SANTINA<br />
I FIGLI<br />
MIRKO E SANTE</p>
<p style="text-align: center;">E<br />
ANCHE<br />
ENNIO</p>
<p>In realtà, grazie ad una straordinaria cognizione della temporalità e ad una profonda critica dell’induttivismo, il vecchio Ennio era sopravvissuto al suo proprietario, morendo alla veneranda età, per un maiale, di ventisette anni. Di lui si diceva che all’approssimarsi del giorno di sant’Antonio, nefasto onomastico per ogni suino, alzasse seriamente e con misurata lentezza il grugno inzaccherato, accompagnato dalla semierezione dei pelosi e rosacei padiglioni auricolari -forse avvertito dallo scivolare stridente una sull’altra delle lame dei coltelli-  per scrutare l’orizzonte in direzione della cucina, mentre i suoi beoti compagni di porcherie continuavano impassibili a sguazzare nella merda anche l’ultimo giorno della loro poco onorabile esistenza.<br />
Ma Ennio no. Lui osservava, ascoltava, comparava con il suo sguardo porcino gli umani gesti e l’avvicendarsi delle stagioni, scoprendo una sottile rete di relazioni che legava oscuramente l’arrivo dell’inverno all’abbondanza di cibo, i versi sempre più equini di Procopio e Santina, nell’osservare incuriositi il pranzo di Ennio e dei compagni, con lo strano e fastidioso stridere emesso dalla cucina e la subita scomparsa del più ingordo del porcile. E poi quell’urlo che metteva la pelle di gallina anche alle vacche!<br />
Ennio allora mangiava poco, con grande soddisfazione dei suoi miopi e induttivisti amici incapaci di vedere nell’eccesso di ottimismo la genesi della catastrofe. Si manteneva accorto, vigile come una sentinella, pronto alla fuga. Non sarebbe stato un problema, infatti, per i suoi centoquindici chilogrammi superare nottetempo il muretto del porcile, rimanere immobile per qualche minuto dietro le casette scalcinate e puzzolenti per sincerarsi dell’eventuale presenza di cani e finalmente partire a pancia bassa verso i campi. Sarebbe bastato qualche giorno nella macchia alimentandosi di rifiuti per evitare il peggio poi, passato sant’Antonio, sarebbe potuto rientrare tranquillamente come da una vacanza tra il sempre più sparuto gruppo degli empiristi.<br />
Procopio, contadino coltivato, non ci mise troppo a comprendere il metodo di Ennio e così, lungi dal castigare il fuggiasco, rimase piuttosto sedotto dalle sue capacità abduttive trasformandolo quasi in un interlocutore privilegiato con cui esprimere le sue inquietudini esistenziali che lo spingevano, oltre il chiuso cerchio delle stagioni agricole, verso l’ignoto, verso un mondo che sfuggisse alla prevedibilità (che lo stesso Ennio aveva dimostrato essere erronea) della vita quotidiana.<br />
E così fu come Ennio si guadagnò un nome in paese, diventando quasi un oracolo, la prova vivente della caducità e dell’insensatezza della vita, ma al tempo stesso campione di pragmatismo, forgiatore del proprio destino. Alcuni, addirittura, attribuiscono al famoso suino la brusca trasformazione economica che seguì all’emigrazioni di molti giovani dalla campagna alle città. Se non possiamo essere certi del ruolo svolto da Ennio nella cinematica socio-economica di inizio secolo, non possiamo comunque escludere la sua influenza sulle decisioni di Procopio di lasciare la terra natia per lanciarsi alla scoperta dell’ignoto.<br />
-Cossa vustu mai vecia! Le storie le xè sempre le stese qua. Quei che viagia tanto, i ghe ne gà da contar&#8230; Ciò, ti vedi anca Enio, nel so picolo el ghe ne ga fate anca lu&#8230;<br />
-De ogni, sto porseo! –lo interruppe Santina-. Figurite cossa che ti xè bon de far ti se ti va al de la del acqua.<br />
-Ma dai ’more&#8230; i dise che se fa tanti de chei schei zo de là, che no ti ga gnanca n’idea.<br />
-Sì, sì e ti ghe va drio ti? Qua gavemo tuto, i nostri campi e nostre tradissioni! Cossa ghe conto mi ai fioli in stala?<br />
-Iii&#8230; quando che torno ghe ne gavarò da contar, che ’ndemo vanti par sie mesi!<br />
-Da vedarla. Par sto mona de sto porselo mi go da restar qua a far la calza e ti tiva in giro par el mondo!<br />
-Cossa c’entrelo Enio deso, povarin?<br />
-El c’entra, el c’entra.<br />
-Ma chi xè più mato qua? Tì, che ti disi ch’el porselo parla..<br />
-&#8230;o tì che ti ghe va anca drio?<br />
Insomma, Ennio ha sicuramente avuto una parte importante nella costruzione del mio mito familiare e forse anche della mia scelta di diventare un peruvianista. In fondo era suo quel pezzo di cotica secca che mia nonna teneva nella vetrina del salotto come una reliquia, o al meno così si diceva in famiglia.<br />
All’uscita dalla messa di Vallio, ogni domenica, togliendosi il fazzoletto nero, Santina scuoteva la testa ormai bianca e un po’ calva pensando ai suoi figli ormai lontani in quel di Treviso, al suo scomparso Procopio e a Ennio, l’unico rimasto in casa ad aspettarla.<br />
-Cossa ti ga vecia? –le chiedeva la vicina ritirando la bicicletta dalla rastrelliera appena fuori del portone della chiesa-.<br />
-Gnente, le solite robe&#8230; –rispondeva la Santina tristemente, e poi quasi con impeto-&#8230; a mì nissuni me lo cava dala testa che se no ghe iera ch’el pursel me mario el gera ’ncora qua.<br />
-Ma xè vero che ghe contava robe?<br />
-No so cossa ch’el ghe diseva o como che’l faseva, fato sta che Procopio el xè ’nda e Enio el xè ch’el dorme in cusina.<br />
-In cusina? –domandò attonita la vicina-.<br />
-Eh! Cossa te par?<br />
-El xè un diavolo sa ch’el porselo!<br />
-Varda no! E mi ghe domando sa! Ghe digo: “Ennio, desgrassià, cossa ti ghe ga dito al me vecio?”<br />
-E lu?<br />
-El me varda, Ma fisso sa!<br />
-Cossa gavaralo ne la testa?<br />
-No so sa.<br />
-E par cossa no ti te lo magni?<br />
-El xè masa vecio ormai, el xè duro incancario. E lu lo sa, e come che lo sa!<br />
-El se la ga scapolada sto birbante, e lo sa megio de ti.<br />
-E po’ Procopio ghe voleva cussi ben, che no poso coparlo. El se ga tanto racomandà prima de ’ndar via: “Vara Enio sa coca, che no ti me lo magni sa”.<br />
-Ah be’, alora&#8230; na promesa ti ga da mantegnerla.<br />
-Ciò. E po’ sa, so da sola, se me more el Enio cossa fasso? Ciò, al manco do ciacole le femo.<br />
E così fu come Ennio partecipò, al guinzaglio, alle esequie di Santina Peloso, la quale non ricevette mai la cartolina che portava scritte le sentite scuse del “marito fedele” e che avrebbe esonerato l’altrimenti porcino e abduttivo sguardo di Ennio dal rimanere estatico, le pupille eccentriche verso il grugno, fissando con le orecchie semierette lo scivolare dei coltelli l’uno sull’altro, in quella stessa cucina dove molti anni prima qualcosa d’indeterminato strideva minacciosamente. Una semplice cartolina avrebbe sicuramente dispensato il povero Ennio da quei subdoli interrogatori a cui doveva sottoporsi ogni sera, prima di cena, seduto sulle zampe posteriori, con la codina tra le natiche, in qualità di sospettato o quantomeno di suino informato sui fatti.<br />
-E alora? No ti fa più el filosofo ’deso! –inquiriva Santina da dietro il tavolaccio di marmo facendo sibilare i coltelli, mentre Ennio sembrava ridiscutere tra sè alcuni dei suoi presupposti epistemologici, quegli stessi che gli avevano fatto superare brillantemente, senza un graffio, ormai incontabili onomastici del santo padovano e che negli ultimi anni aveva tentato di falsificare sulla base di un comodo neoinduttivismo elaborato a partire dal nuovo status raggiunto grazie all’amicizia intellettuale nata tra il non più giovane suino e l’inquieto contadino.<br />
Una semplice cartolina avrebbe risparmiato tutto questo e molto di più: la trasformazione di un paese agricolo, la nascita dell’industria, l’emigrazione massiva, la perdita dei valori tradizionali, il vuoto culturale di un mondo in transizione, la ricerca di una personalità forte capace di superare la crisi, l’instaurazione di una lunga dittatura, una guerra mondiale&#8230; ma soprattutto non avrebbe permesso la nascita di una leggenda locale, di una storia da raccontare, di un mito familiare contenuto nella vetrina di un salotto altoborghese, di una ricerca delle origini e di una scelta di vita.<br />
Una semplice cartolina avrebbe mandato in bestia Santina Peloso e certamente condannato Ennio (ormai anche lui Peloso, dopo una lunga convivenza more uxorio) il quale, abbandonato il porcile e imbolsito dagli agi domestici, forse non sarebbe più stato in grado -sempreché le sue intorpidite qualità semiotiche gli avessero permesso di vedere nel postino l’incarnazione del temutissimo sant’Antonio- di scattare su per le scale trascinando con sé gli oltre duecento chilogrammi accumulati da una lunga e discutibile tradizione di cannibalismo suino. E poi, ammettendo pure di riuscire a superare la stretta scala di pietra che conduceva al solaio, che fare? Lanciarsi a capofitto contro una finestra sperando di cadere nel porcile e recuperare la libertà come un tempo? No, Ennio non aveva mai pensato a questo, non aveva un piano chiaro della casa, non avrebbe certo avuto il tempo di affacciarsi ad ogni finestra, magari chiusa -se la cartolina fosse giunta in inverno, anche se forse questo gli avrebbe dato qualche manciata di secondi in più considerando il significato dell’antico avvicendarsi delle stagioni-, facendo tremare i vetri con gli incerti zamponi mentre sentiva gli zoccoli sbattere sui gradini, il coltello strusciare scintillando sulla parete delle scale e quell’urlo per lui incomprensibile e al tempo stesso inequivocabile: “Ennio!!! Cossa ti ga fato?”<br />
Nonostante Ennio sapesse che Procopio cercava una vita migliore, come lui del resto, e nonostante avesse nostalgia delle lunghe passeggiate tra i campi e degli interminabili grugniti del suo amico bipede, non poteva certo immaginare che la carne fosse così debole e tenera anche per lui. In fondo tutti e due avevano lasciato i loro cari per una vita diversa, guadagnata proprio a spese di coloro che avevano lasciato. Nessuno sa cosa avesse pensato Ennio il giorno in cui Procopio con la valigia sotto il braccio, chiusa da quello stesso spago con cui legavano i suoi ex-compagni, si accomiatò grugnendo qualcosa circa un pezzo di cartone. Probabilmente Ennio non ci fece nemmeno troppo caso o forse il filosofo che era in lui pensò che così come una buona zuppa al giorno prima o poi fa di un porco un salame, magari anche ciò che dovrebbe arrivare non arriva e che ciò che dovrebbe essere potrebbe anche essere diversamente.<br />
Ancora oggi mi domando che cosa ne sarà stato di Procopio Peloso, se avrà fatto davvero fortuna, se sarà diventato proprietario di una grande hacienda per l’allevamento di maiali da compagnia, se si sarà poi sposato e se avrà avuto dei figli e se qualcuno di questi avrà mai ascoltato la storia di Ennio quand’era bambino, come io l’ascoltavo dai nonni guardando quella cotica secca nella vetrina. Ma soprattutto mi domando se qualcuno di loro sarà diventato antropologo e magari, mentre io mi aggiro per le Ande avrà “piantato la sua tenda” nel centro di Meolo per studiare le tradizioni contadine venete sulla lavorazione del maiale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>una lettera arriva sempre a destinazione</em><br />
J. Lacan</p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8230;una lettera può anche non arrivare a destinazione.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Non che la lettera non arrivi mai a destinazione, ma fa parte della sua struttura il potervi anche non arrivare. E senza tale minaccia&#8230; il circuito della lettera non sarebbe nemmeno cominciato. Ma, con tale minaccia, può anche non finire.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8230;una lettera può sempre – e dunque deve non arrivare mai a destinazione.</em><br />
J. Derrida</p>
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		<title>sì, è proprio quella!</title>
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		<description><![CDATA[Matt Groening, creatore di The Simpson, del loro cielo e della loro terra natia Springfield, festeggia i 25 anni della serie con un’intervista nella sezione Art&#38;Culture dello Smithsonian Magazine e rivela che delle 53 Springfield segnate sulle cartine degli Stati Uniti, quella a cui pensava, disegnando Homer e i suoi, è la più vicina a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Matt Groening, creatore di The Simpson, del loro cielo e della loro terra natia Springfield, festeggia i 25 anni della serie con un’intervista nella sezione Art&amp;Culture dello<em> Smithsonian Magazine</em> e rivela che delle 53 Springfield segnate sulle cartine degli Stati Uniti, quella a cui pensava, disegnando Homer e i suoi, è la più vicina a Portland, la città dove è nato e dunque la Springfield dei Simpson è in Oregon, a due ore di macchina da Portland. Che la Springfield dei Simpson sia lì non è tuttavia una notizia di carattere geografico. È solo una pessima notizia. La Springfield dell’Oregon è infatti un luogo, specifico, misurabile, raggiungibile mentre la Springfield dei Simpson era dovunque, anche in camera mia. O tua. La Springfield di Bart, di Lisa e degli altri era la galera di tutte le adolescenze di provincia, dei posti piccoli troppo per mantenere un riserbo qualsiasi. Tutto questo adesso è in Oregon. Perché Groening lo ha specificato dopo aver tenuto duro per anni, rispondendo “Sì, è proprio quella”, a tutti coloro che chiedevano “Ma è proprio questa la Springfield dei Simpson?”? Considerazioni personali e di un’adolescenza mai conclusa a parte, mi dispiace perché questa indefinitezza mandava avanti l’idea di letteratura come proliferazione verbale, collettiva, condivisa, falsificabile su persone e cose, non favoriva pellegrinaggi e ostensioni di case e corpi reali ma solo ipotesi narrative dalle quali gemmavano poi altri racconti che non miravano a un valore di verità ma solo alla condivisione, alla compagnia. A chi importa se “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno” sia proprio a Como?  Se la letteratura è forte abbastanza “Quel ramo del lago di Como” non trasforma forse in se stesso qualsiasi ramo di lago?, Io, dopo aver letto Manzoni dico di Sì. E quindi, scusa Matt, ma per me Springfield rimane dovunque.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">[queste righe sono state pubblicate su l'Unità il 13 Aprile 2012]</span></p>
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		<title>se la malattia è l&#8217;amore trasformato</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 07:47:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[la posta del cuore]]></category>
		<category><![CDATA[amore trasformato]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppina torregrossa]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono vedova milanese e da qualche anno sono innamorata di un fantastico divorziato siciliano. Sono stata operata di tumore al seno sinistro alla fine del 1999, e grazie al cielo tutto a posto fino a settembre del 2011 quando sento un &#8220;chicco di riso&#8221; vicino al capezzolo del seno destro. Dall&#8217;ecografia non si vedeva, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono vedova milanese e da qualche anno sono innamorata di un fantastico divorziato siciliano. Sono stata operata di tumore al seno sinistro alla fine del 1999, e grazie al cielo tutto a posto fino a settembre del 2011 quando sento un &#8220;chicco di riso&#8221; vicino al capezzolo del seno destro. Dall&#8217;ecografia non si vedeva, ma io ero certa&#8230; è lì e infatti era proprio lì. Intervento, kemio e tutto il resto. La mia vita è sempre stata una sorpresa tutto mi è capitato così all&#8217;improvviso da restare senza fiato e non mi sono cercata nulla. Sono stata sposata per 33 anni, eravamo compagni di scuola e così è stato il primo ed ero convinta l&#8217;unico amore della mia vita. L&#8217;ho amato fortemente e se un incidente non me lo avesse portato via saremmo felicemente insieme! Un dolore fortissimo da restare senza parole e senza più lacrime come quando successivamente mi resi conto che mi stavo innamorando di un altro  uomo. Non era previsto, ero stupita, incredula e spaventata:<span id="more-1607"></span> non avevo mai baciato un altro uomo, non credevo di sapere ancora amare e ancora più grave&#8230; lui è il mio ginecologo senologo  da 23 anni ed è fantasticamente siciliano! Mi ha operato lui a settembre e io ne vado fiera sia per la sua bravura che per l&#8217;alchimia che ci unisce e adesso con il suo amore affronto questo cammino faticoso!!! A volte penso: 2  &#8220;minne&#8221; 2 uomini e quindi adesso basta!! Quante cose può fare l&#8217;amore.<br />
Un grande abbraccio<br />
lettera firmata</p>
<p><em>Cara amica, </p>
<p>sono d’accordo: due minne e quindi basta! Ma ti confesso che sono sorpresa quanto e più di te. Laddove il tumore, <em>questa terribile sostanza granitica nel seno</em> (Alice James), di solito genera il vuoto, e le donne rimangono sole a ricostruire una identità danneggiata dalla malattia e dalle cure tu trovi un uomo, siciliano, perciò si suppone molto passionale, fantastico, sei tu che lo dichiari e io ti credo, insomma trovi un superman che l’ identità te la restituisce attraverso le sue cure mediche e i suoi gesti pieni d’amore. Passami l’espressione, ma che culo! Ci vorrebbe uno così nella vita di ogni donna, anche in condizioni normali, anche quando tutto gira bene, o perlomeno sembra che giri bene.  Ora, se è vero che i nostri comportamenti sono boomerang, e tutto quello che facciamo ci torna indietro, svelami, ti prego, la tua arma segreta, quella che ti permette di attirare persone costruttive, piene d’amore e di fiducia, capaci di prendersi cura dell’altra e di farla felice. Probabilmente è della tua gioia di vivere che stiamo parlando, o del sorriso da bambina che traspare tra le righe della tua lettera, o magari delle mani che tendi fiduciosa verso il mondo e che poi scopri con sorpresa essere piene di doni per te. Doni che ti affretti a restituire, perché è nella tua generosità il mistero della tua felicità. O del coraggio con il quale affronti l’esistenza, chiamando le cose con il loro nome, mentre in alcune situazioni “la parola stessa parola cancro sembra aver ucciso certi pazienti che non avrebbero ceduto con tanta rapidità al tumore maligno di cui soffrivano (Karl Menninger)”. Oppure è il caso, il fato, come tu ipotizzi. Ma io al caso non ci credo, e sono convinta che ognuno di noi il destino se lo costruisca da sola, mattone su mattone, o mollica su mollica.  Nella <em>Montagna incantata</em> Thomas Mann fa dire  a un suo personaggio  che “I sintomi della malattia non sono altro che una manifestazione mascherata dell’amore; e l’intera malattia è soltanto amore trasformato”. Vedi che hai ragione tu, quante cose può fare l’amore! Quello cattivo, dannoso e distruttivo può farti ammalare, ma quello buono, sano e pieno di generosità ti fa guarire. Quindi grazie mia cara amica risanata per questa bella testimonianza, ne farò tesoro, e un affettuoso in bocca al lupo. </em></p>
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		<title>sono passati trent&#8217;anni e sembra ieri</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 07:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[adrian bravi]]></category>
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		<description><![CDATA[
di Adrian Bravi
Il 2 aprile 1982 le truppe argentine sbarcarono nell’Isola Soledad e presero possesso di Puerto Argentino (Port Stanley per gli inglesi). Quel giorno i 79 marines che custodivano le Malvinas (Falkland per gli inglesi) si arresero dopo una breve sparatoria mentre un comando di mezzi anfibi cercava d’occupare la casa del Governatore. Non so [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.atlasweb.it/wp-content/uploads/2012/02/falklandsmalvinassoldatiinglesi.jpg" alt="" width="300" height="293" /></p>
<p>di <strong>Adrian Bravi</strong></p>
<p>Il 2 aprile 1982 le truppe argentine sbarcarono nell’Isola Soledad e presero possesso di Puerto Argentino (Port Stanley per gli inglesi). Quel giorno i 79 marines che custodivano le Malvinas (Falkland per gli inglesi) si arresero dopo una breve sparatoria mentre un comando di mezzi anfibi cercava d’occupare la casa del Governatore. Non so se era una riconquista o un’invasione. L’unica vittima di quel giorno, e la prima della guerra, era stato il capitano Pedro Giachino, comandante del plotone APCA (Agrupación de Comandos Anfibios). Mesi dopo, a guerra finita, avevo saputo che un caro amico d’infanzia era sbarcato pure lui il 2 aprile insieme al capitano, ma per fortuna era riuscito a scamparla, anche se alla fine di giugno era tornato a casa senza un piede. Da lì in poi era cominciata l’attesa della flotta inglese, che sarebbe arrivata poco dopo, prima della fine del mese, con un arsenale bellico spropositato. Quel 2 aprile di trent’anni fa io ero in caserma, a Buenos Aires, mi trovavo a fare il soldato di leva da una ventina di giorni, e dall’aeroporto della base militare di El Palomar si vedeva un gran via vai di aeri militari e civili. Addirittura mi ricordo di averne visto uno con la bandiera peruviana (forse l’unico paese che si era schierato concretamente dalla parte argentina).<br />
<span id="more-1604"></span><br />
Non sapevamo che cosa stesse succedendo, noi soldati non eravamo tenuti a essere informati, ma bastava poco per capire che ci nascondevano qualcosa. Mi ricordo un gruppo di persone che si era avvicinato fino al recinto della caserma con bandiere e urlava in coro: “Argentina, Argentina”, come se fosse allo stadio. Qualche giorno dopo i militari della caserma riunirono tutti i soldati della compagnia per dirci che dovevamo essere pronti a combattere, perché era cominciata una guerra contro gli inglesi per recuperare finalmente le Malvinas: “E noi (era sottointeso il “voi”) combatteremo fino all’ultima goccia di sangue”. A me ha fatto sempre un certo effetto quel concetto dell’ultima goccia di sangue (queste quattro parole mi hanno sempre rimbombato in testa, anche adesso). Fa strano sapere che sono passati trent’anni da quel conflitto e che ancora si discuta sulla sovranità delle isole. Di chi sono? Basta aprire una carta geografica per chiedersi: “Ma che ci stanno a fare gli inglesi laggiù?” Dopo le richieste diplomatiche recenti da parte dell’Argentina (appoggiata questa volta da tutti i paesi latinoamericani) gli inglesi, come risposta, hanno mandato una nave di guerra sulle isole. Dopo trent’anni continuano a difenderle con le unghie e con i denti, ma si sa, oramai a loro rimangono solo denti posticci.</p>
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		<title>la vita non è in ordine alfabetico</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 16:58:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[antonio tabucchi]]></category>
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Antonio Tabucchi
Pisa, 24 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012


La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare&#8230; un po&#8217; qua e un po&#8217; là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l&#8217;altro? A volte quello che sta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://ep00.epimg.net/cultura/imagenes/2012/03/25/actualidad/1332681908_033472_1332684768_noticia_normal.jpg" alt="" width="460" height="288" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Antonio Tabucchi<br />
Pisa, 24 settembre 1943 – Lisbona, 25 marzo 2012</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
</strong></p>
<p><em>La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare&#8230; un po&#8217; qua e un po&#8217; là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l&#8217;altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme&#8230; e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c&#8217;è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori</em>. (Tristano muore, 2004)</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #800000;">nottetempo</span> rimpiange l&#8217;uomo gentile e lo scrittore egregio.</p>
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		<title>il plenilunio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 09:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elisa ruotolo]]></category>
		<category><![CDATA[il plenilunio]]></category>
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		<description><![CDATA[di Elisa Ruotolo
In fondo, dovevamo saperlo anche noi che non era modo di svegliarlo così, tirandolo dal sonno come un secchio dal pozzo. Così, senza la promessa di una gita o uno svago, ma solo con la minaccia di levarti le coperte di schiena e l’uovo dal pane di mezzogiorno. Matteo brontolava tutte le volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elisa Ruotolo</strong></p>
<p>In fondo, dovevamo saperlo anche noi che non era modo di svegliarlo così, tirandolo dal sonno come un secchio dal pozzo. Così, senza la promessa di una gita o uno svago, ma solo con la minaccia di levarti le coperte di schiena e l’uovo dal pane di mezzogiorno. Matteo brontolava tutte le volte come il ragazzino che era, però si metteva a sedere, gli occhi ancora piombati dalla cispa mentre con la mano cercava i calzini del giorno prima nel tiepido delle lenzuola. Non gli piaceva trovarli freddi e cominciare la sua giornata con quella malagrazia nelle scarpe. Faceva così da sempre, anche quando andava a scuola, ma da lì mio padre lo aveva tolto appena fuori la quinta elementare e a niente era servito che il vecchio professore, il maestro, il prete e poi una guardia del comune avessero fatto la strada fino a casa.</p>
<p>Mio padre aveva rischiato due volte di dare i polsi alla galera e alla fine aveva piazzato un forcone dietro la porta, per chiunque venisse a preoccuparsi ancora del figlio grande. Era andata avanti per settimane, finché non venne il giorno che l’arnese lo imbracciò Matteo, <span id="more-1578"></span>e quello fu anche l’ultimo che si vide gente in casa. In seguito a mio fratello non è che gli fosse dispiaciuta quella mossa ma di non avere un pomeriggio per tirare le biglie contro il muro, questo sì che lo toccava dentro, e abbastanza in fondo da farlo patire come un adulto. La faccenda stava messa così: c’era chi andava in chiesa a pregare il suo dio all’ora della messa grande, invece Matteo il suo creatore ce l’aveva in casa, ci mangiava a gomito, gli portava gli attrezzi da lavoro e il calcestruzzo della betoniera per dodici ore a giornata, e lo temeva. Matteo temeva la collera del padre come gli egiziani della dottrina davanti alle piaghe del castigo.</p>
<p>continua <a href="http://www.sulromanzo.it/blog/internodue-elisa-ruotolo-il-plenilunio" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.sulromanzo.it/blog/internodue-elisa-ruotolo-il-plenilunio?referer=');">sulromanzo.it</a></p>
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		<title>britannica</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 18:35:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Un’enciclopedia cartacea diventa obsoleta nell’istante esatto in cui viene stampata”. Prima di aprire il sito di BBC News ieri pomeriggio non avevo mai sentito il nome di Jorge Cauz. Jorge Cauz è il presidente della società Enciclopedia Britannica e dopo 244 anni ha deciso di interrompere la pubblicazione cartacea dell’enciclopedia. L’ultima edizione rimarrà dunque quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Un’enciclopedia cartacea diventa obsoleta nell’istante esatto in cui viene stampata”. Prima di aprire il sito di BBC News ieri pomeriggio non avevo mai sentito il nome di Jorge Cauz. Jorge Cauz è il presidente della società Enciclopedia Britannica e dopo 244 anni ha deciso di interrompere la pubblicazione cartacea dell’enciclopedia. L’ultima edizione rimarrà dunque quella del 2010, 32 volumi, circa 120.000 voci. Non un’opera monumentale quanto sembra a vedersela davanti agli occhi, se si pensa che le voci di Wikipedia sono circa 4 milioni. Mamma e papà hanno comprat la Britannica per me e le mie sorelle diversi anni fa, ogni anno arrivavano gli aggiornamenti, era un po’ come una festa comandata, ci chiedevamo sempre Ma cosa avranno aggiunto? Scommettevamo anche. Non vincevamo mai. D’ora in avanti la Britannica sarà solo online – le voci sul sito sono aggiornate in tempo reale – e in Dvd. Le motivazioni di Jorge Cauz e dei suoi consulenti sono quelle che immagino mentre leggo. Velocità dell’informazione, diffusione di tablet et alia sui quali scorrere rapidamente voci enciclopediche (?), il fatto che nel grafico a forma di torta delle entrate 2011 solo la fetta 15% portava l’etichetta “vendita enciclopedia cartacea”. Capisco tutto e d’altronde l’articolo è giustamente su “BBC Business” e non sono nemmeno una persona troppo nostalgica. Tuttavia mi viene da pensare che per cancellare una riga scritta ci vuole un segno, per eliminare una linea su uno schermo invece basta premere un tasto. Così vorrei solo che, da qualche parte, la Storia, che pure è una parola che si sono inventati gli uomini e che quindi non esiste – come ha scritto Vasilij Grossman – rimanesse inchiostro su carta, potesse insomma portare memoria di tutte le cancellazioni. Da qualche parte.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 15 Marzo 2012]</span></p>
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		<title>se la feroce religione del denaro divora il futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 21:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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di Giorgio Agamben
Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un’altra parola, che non siamo più abituati a usare  se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia , non è possibile  futuro, c’è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1559 aligncenter" title="images" src="http://www.piazzaemezza.it/wp/wp-content/uploads/2012/02/images1.jpg" alt="images" width="224" height="225" /></p>
<p>di <strong>Giorgio Agamben</strong></p>
<p>Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un’altra parola, che non siamo più abituati a usare  se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia , non è possibile  futuro, c’è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos’è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni –esiste anche una disciplina con questo strano  nome-  stava appunto lavorando  sulla parola pistis , che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “ fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un  futuro esiste nella misura in cui la nostra fede  riesce a dare sostanza, cioè  realtà alle nostre speranze.<br />
<span id="more-1560"></span><br />
Ma la nostra, si sa, è un’epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un’epoca senza futuro e senza speranze –o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest’epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro?</p>
<p>Perché, a ben guardare, c’è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca –la trapeza tes pisteos-  è il suo tempio.  Il denaro non è che un credito e  su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non –chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci- sull’euro), c’è ancora scritto che la banca centrale promette  di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando –ma ciò che si chiama  “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo  del nostro tempo- è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario –e le banche che ne sono l’organo principale- funziona giocando sul credito –cioè sulla fede- degli uomini.</p>
<p>Ma ciò significa, anche, che l’ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità,  una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va  presa alla lettera. La Banca –coi suoi grigi funzionari ed esperti- ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e , governando il credito, manipola e gestisce la fede –la scarsa, incerta fiducia- che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso ( persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito,  governa  non solo il mondo, ma  anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi  fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.<br />
Finché dura questa situazione, finchè la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi  esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L’archeologia -non la futurologia- è la sola via di accesso al presente.</p>
<p><span style="color: #003300;">[da <em>La Repubblica</em> 16 Febbraio 2012. <a href="http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-84099618-8732-462e-a83b-971cb1ad5482.html" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-84099618-8732-462e-a83b-971cb1ad5482.html?referer=');">Qui</a> è possibile ascoltare <em>Il futuro secondo... Giorgio Agamben</em>, andato in onda per il programma Chiodo fisso su Rai Radio 3 il 25 Gennaio 2012]</span></p>
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