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	<title>piazzaemezza &#187; il racconto</title>
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	<description>la piazza dove pensare nottetempo</description>
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		<title>incipit #1 &#8211; Scusate la polvere di Elvira Seminara (2011)</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 15:48:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[elvira seminara]]></category>
		<category><![CDATA[incipit]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa 2011]]></category>
		<category><![CDATA[nottetempo]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[scusate la polvere]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì,  me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo.<br />
Era mezzogiorno, circa.<br />
<span id="more-1471"></span></p>
<p>Mio marito si accasciò sulla sedia sospirando, come uno che ha fatto un sacco di strada  (beh, in effetti), e cominciò a parlare del tempo  &#8211; prima con voce incrostata e terrosa,  poi sempre più fluida e  umana &#8211; mentre io  facevo l’ultimo disperato tentativo.  Spostare cioè lo scolapasta dal vano di sopra a quello di sotto, e liberare lo spazio per il pentolino. Avrei fatto molto prima a lavarlo a mano, si capisce, ma chi pratica minimamente una lavastoviglie conosce benissimo quella lotta all’ultimo sangue fra te e quel maledetto cestello quando si rifiuta di accogliere l’ultima cosa che hai in mano, e non vuoi dargliela vinta, sposti e incastri finché la tazza o il mestolo avrà il suo dannato posto. Dopo aver finalmente assoggettato il pentolino, mi sedetti davanti a mio marito e  lo guardai meglio.  </p>
<p>E fui invasa dalla nostalgia. In effetti era diverso &#8211; gli dissi &#8211; tutto diverso quando c’era lui,  tutta un’altra vita, e mi mancava da morire  (che gaffe, accidenti)  perché lui era un mago in queste cose,  caricare i piatti, la valigia, il video-registratore, inclusi i consulti delle mappe stradali e di tutti i manuali di istruzione, essendo io &#8211; come diceva da vivo, sino a tre mesi fa &#8211;  negata per ogni operazione  scientifica e applicazione tecnica del pensiero. (Per non  offendermi, di solito a questo punto aggiungeva che io avevo un’intelligenza emotiva ). Lui sorrise e disse che non aveva molto tempo &#8211; ma come, anche loro che sono al di là ? &#8211; e dovevo ascoltarlo.   Era incredibile sentirlo parlare  come se in mezzo a noi ci fosse davvero solo un tavolo, e non invece cisterne di lacrime, cataste di rimpianti,  falò  di (mie) maledizioni, e soprattutto tre mesi, dico tre, dalla sua morte. Ma è  ancora più incredibile quello che mi disse, anche se confuso col rumore della lavastoviglie.  Rivelazioni.  E’ così che si chiamano queste cose.</p>
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		<title>leggere nottetempo rinfresca le idee&#8230; la vincitrice!</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 13:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[la gioia piccola d'esser quasi salvi]]></category>
		<category><![CDATA[leggere nottetempo rinfresca le idee]]></category>
		<category><![CDATA[leyla khalil]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; con un po&#8217; di ritardo pubblichiamo la recensione vincitrice del nostro concorso estivo. L&#8217;autrice è Leyla Khalil e potrà scegliere tra uno dei noistri freschi di stampa (dei quali speriamo vorrà fare un&#8217;altra recensione) 
Il sogno del Villaggio dei Ding di Yan Lianke
Chiusi dentro di Maria Pace Ottieri
Il libro russo dei sogni a colori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230; con un po&#8217; di ritardo pubblichiamo la recensione vincitrice del nostro concorso estivo. L&#8217;autrice è <strong>Leyla Khalil </strong>e potrà scegliere tra uno dei noistri freschi di stampa (dei quali speriamo vorrà fare un&#8217;altra recensione)<span style="color: #ff6600;"> </span></p>
<p><em>Il sogno del Villaggio dei Ding</em> di <strong>Yan Lianke</strong><br />
<em>Chiusi dentro</em> di <strong>Maria Pace Ottieri</strong><br />
<em>Il libro russo dei sogni a colori</em> di <strong>Gina Ochsner</strong><br />
<em>Change</em> di <strong>Mo Yan</strong><br />
<em>I demoni del deserto</em> di <strong>Bijan Zarmandili</strong><br />
<em>Eterna giovinezza</em> di <strong>Ricardo Coler</strong></p>
<p>Recensione de <em>La gioia piccola d&#8217;esser quasi salvi</em> (nottetempo, 2009) di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Nello spazio strettissimo di un condominio, fra mille piccole tragedie quotidiane, si muovono i personaggi di Chiara Valerio.</p>
<p>Giulia, traduttrice ed esperta di geografia, è tornata da Londra e vive con la nonna Agata, sempre più chiusa nel suo mondo ed incapace di dominare la sua mente e di trattenere anche i ricordi più elementari.</p>
<p>Marco, amico d&#8217;infanzia di Giulia, è innamorato segretamente di lei ma convive con un&#8217;avvenente prostituta polacca di nome Leni.<br />
<span id="more-1384"></span><br />
Sarebbe il quadro della normale vita di un condominio qualunque, se anni prima la scarpetta di Giulia non fosse caduta dal balcone e subito dopo, insieme a quella scarpetta, non fosse volata via anche Lucia, la mamma della piccola.</p>
<p>In questa versione macabra di Cenerentola, Marco si impossessa della scarpetta di Giulia che diventa reperto, mappa per guidarlo fino al suo cuore:la tragedia lega per sempre le sorti dei personaggi e la sua eco risuona fino all&#8217;ultima pagina.</p>
<p>L&#8217;attenzione si posa continuamente su balconi, scarpe, sangue, camminate a piedi nudi.</p>
<p>Giulia guarda sempre in giù, con gli occhi “fissi su qualcosa più in basso del bordo”.</p>
<p>Nonna Agata addossa a Giulia la responsabilità di quella morte, odia vederla scalza come se, se Giulia non avesse perso quella scarpa, sua figlia non si sarebbe suicidata.</p>
<p>Ciononostante Giulia cresce, e crescendo capisce che non esistono le favole, i tesori nascosti a cui sua mamma la faceva credere, ma soltanto reperti.</p>
<p>Pezzi di passato che tornano a galla e con i quali bisogna imparare a convivere.</p>
<p>Perchè ci sono quelli felici e contenti e quelli felici nonostante.</p>
<p>Nonostante Agata stia perdendo la memoria e la lucidità, nonostante i suoi ricordi siano un giardino segreto nel quale a volte sprofonda e a volte non sa tornare.</p>
<p>Nonostante l&#8217;amore di Marco per Leni sia soltanto richiamo carnale, nonostante il suo affetto più profondo per Giulia non potrà mai essere ricambiato e si limiterà ad una casta fraternità, una complicità in cui è sempre chiaro il limite:a Giulia piacciono le donne, sebbene tutti pensino ad un futuro matrimonio fra i due.</p>
<p>Tagliato fuori dalla quotidianità di Giulia, Marco cade vittima di mille ossessioni, diventa spia di una vita che un tempo era anche sua:armato di cannocchiale si fa spettatore malinconico e possessivo, con una brama quasi feticista raccoglie particolari che non gli appartengono.</p>
<p>Ma la scarpetta di Giulia, il reperto che doveva essere la mappa verso il suo cuore, non lo guiderà da nessuna parte. Come due linee parallele e vicinissime, le vite dei due ragazzi scorrono una accanto all&#8217;altra, si sfiorano con una tenerezza colma di empatia ma non si fondono mai completamente:l&#8217;amore vero e proprio resta un sogno lontano di Marco.</p>
<p>Il lettore rimane in silenzio di fronte ai limiti che né lui né i personaggi possono superare:un amore irrealizzabile, una vita stroncata all&#8217;improvviso, una che sfiorisce lentamente accompagnata dall&#8217;agonia di una memoria che svanisce giorno dopo giorno.</p>
<p>Con una narrazione a più voci che procede per dettagli ma lascia un&#8217;immagine sempre leggermente sfumata della realtà, Chiara Valerio narra – a tratti con discrezione intimista, a tratti con tono disinvolto e sensuale – la storia di quattro personaggi che si muovono nello spazio angusto del condominio, sottostando ai limiti invalicabili di una realtà più grande sulla quale non possono incidere:non si muoveranno da dove sono, non faranno niente di rivoluzionario, rimarranno incastrati nelle loro stanze, nei loro balconi e nella loro impossibilità di essere completamente salvi.</p>
<p>Rimarranno “felici nonostante”.</p>
<p>Chiara Valerio racconta con incredibile maestria l&#8217;equilibrio provvisorio e scricchiolante di quel condominio, plasmando personaggi e riproducendo fedelissimamente con i monologhi interiori le loro paure, i ricordi passati, i loro atti goffi e patetici, la disperazione con cui si gettano in passioni clandestine, fisiche ed istintive; la disperazione di un angolo di mondo in cui il padreterno non è altro che l&#8217;insieme dei tic e pensieri ossessivi di una nonna in fin di vita.</p>
<p>L&#8217;autrice ci porge con le sue frasi un cannocchiale, perché possiamo spiare anche noi, da fuori, i dettagli, numerosissimi ma sempre sfumati della vita di Marco, Giulia, Leni ed Agata.</p>
<p>“La gioia piccola d&#8217;esser quasi salvi” va letto contemplandolo, astenendosi da qualsiasi giudizio morale, in silenzio. Proprio come si guardano i boschi nell&#8217;attesa di sentire i fruscii degli animali nascosti, facendo attenzione a non far rumore per non farli scappare, per non turbare né quel già inquieto equilibrio che accompagna la narrazione né quella quasi-salvezza che fa capolino alla fine del romanzo, come in una ritrovata armonia dopo la tragedia, una catarsi rammendata dopo troppe scuciture.</p>
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		<title>pettegolezzi di condominio</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 07:29:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[enza buono]]></category>
		<category><![CDATA[gransasso]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[nottetempo]]></category>
		<category><![CDATA[pettegolezzi di condominio e altri racconti]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa storia emerge dalle acque limacciose di un passato che non mi appartiene. Ma i suoi protagonisti, le loro vicende mi sono apparsi a lungo su uno schermo, era proprio uno schermo il balcone di fronte alla mia finestra. E anche adesso il succedersi di quelle vicende mi appare nella memoria, con i contorni netti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa storia emerge dalle acque limacciose di un passato che non mi appartiene. Ma i suoi protagonisti, le loro vicende mi sono apparsi a lungo su uno schermo, era proprio uno schermo il balcone di fronte alla mia finestra. E anche adesso il succedersi di quelle vicende mi appare nella memoria, con i contorni netti e i colori fermi che i sentimenti successivi hanno reso misteriosamente stabili. Sono scivolati gli anni leggeri sulle mie spalle, altri tempi, altri luoghi sono diventati memoria, ma basta che io riveda solo un particolare di quella storia perché di nuovo mi senta immersa in essa.</p>
<p>Seduta alla mia scrivania, talvolta alzavo gli occhi dalle pagine dei miei libri e guardavo la grande magnolia che nasceva dal giardino recintato del nostro palazzo e stendeva i suoi rami armoniosi dalle foglie lucenti fin quasi alle mie mani. <span id="more-1142"></span>D’estate grandi fiori bianchi dal profumo avvolgente mi facevano chiudere gli occhi nel ricordo o nell’immaginazione di non so quali terre che avrei voluto vedere. Erano fantasticherie un po’ stupide di un’adolescente prigioniera dei libri. Ma una voce stridula mi richiamava alla realtà. Attraverso il ricamo robusto dei rami vedevo la sagoma massiccia di Tecla, la cameriera della signora di fronte, che sgridava il piccolo cane di Daniele. Tatí era un bastardino di fiero carattere e di fiuto infallibile: tra lui e Tecla non c’era possibilità alcuna di dialogo, e in assenza di Daniele potevano anche arrivare allo scontro fisico. Ma quando sopraggiungeva il ragazzo, con lo zaino dei libri ancora sulle spalle, e chiedeva a Tatí: “Ma che cosa ti è successo, perché gridi cosí?” La donna e il cane davano spiegazioni diverse dei fatti e tutto poi tornava nel silenzio. Almeno cosí mi pareva. Daniele era un ragazzino minuto, tranquillo non giocava quasi mai nel cortile con gli altri bambini del palazzo, lo vedevo spesso uscire dalla sua stanza – quando in primavera il sole invadeva il lungo balcone su cui si aprivano due ampie vetrate–, giocare col cane, poi tirar fuori il suo banchetto e mettersi a leggere i suoi giornalini, mentre Tatí si stendeva adorante ai suoi piedi.</p>
<p>Talvolta appariva la madre. Il bambino si alzava, le correva incontro, doveva dirle parole tenere, perché il volto della donna si illuminava di un largo sorriso, poi si abbracciavano, i capelli di un biondo cinerino del figlio si confondevano con quelli biondo acceso della madre, che si fermava per una conversazione animata e gioiosa col suo bambino, ma presto poi si allontanava con la sua andatura rapida ed elegante. Daniele la seguiva, ma non ritornava piú sul balcone, io tornavo ai miei libri.<br />
Una volta incontrai Daniele in giardino, con Tatí al guinzaglio, aveva un’aria crucciata, sembrava che avesse pianto.<br />
“Che cosa ti è successo?”<br />
Alzò verso di me i suoi grandi occhi grigi pieni di tristezza: “Sono in castigo, la mamma è uscita, papà mi ha rimproverato…”<br />
“Vuoi venire a casa mia, ti faccio vedere i pesci rossi”.<br />
“Sí, ma devo avvertire Tecla… altrimenti…” e poi aggiunse, come se ci fosse uno stretto legame tra le due cose: “Tecla non riesce proprio a sopportare Tatí. È un cane intelligentissimo… Vuoi sapere perché l’ho chiamato Tatí?”<br />
Una volta era andato con i suoi genitori a vedere un film di quel regista simpatico, Tatí, c’erano tanti cagnetti vivaci, buffi.<br />
“A me e alla mamma è piaciuto tanto quel film… papà invece dice che era stupido… Quando ho avuto il cane, l’ho chiamato Tatí”.</p>
<p>Daniele aveva un grande timore di Tecla, che governava e dominava la casa. La madre si affidava tutta a lei, che cucinava anche benissimo, e quando la sera la famiglia si riuniva a cena vedevo, tante volte – o indovinavo? –, il padrone di casa rivolgere sguardi di approvazione alla donna che, con efficienza continua e il volto chiuso e severo, portava i piatti in tavola.<br />
Daniele non amava Tecla, ubbidiva alle sue ingiunzioni per non sentire su di sé lo sguardo di disapprovazione del padre e soprattutto per non dispiacere alla madre. In quel gioco muto di sguardi si avvertiva il disagio profondo del bambino, la sua spaurita incertezza.<br />
Prese a frequentare la mia casa: gli piacevano i pesci rossi, nel piccolo acquario che guardava affascinato; e gli piacevano tanto i libri che riempivano tutte le stanze, le librerie, le scrivanie, poggiati confusamente sui mobili. “Sai,” mi diceva, “anche a me piace leggere, la mamma mi compra tanti libri, ma papà… a papà non piacciono molto”. Dopo questa affermazione un silenzio impacciato oscurava il suo volto.</p>
<p>La signora usciva ogni giorno, “ma tutto Tecla deve fare in quella casa,” si sussurrava nel condominio, e nel palazzo era molto ammirata per le sue tolette raffinate, molto diverse dal modo pratico di vestire delle altre inquiline, tutte con un lavoro fuori e una famiglia piú numerosa in casa. Ma quando le signore si incontravano per le scale, non mancavano sorrisi e apprezzamenti nel gioco prevedibile e ipocrita delle gentilezze sociali. Dopo le frasi di circostanza la signora scuoteva la sua bella chioma con un gesto istintivo di fastidio represso, sorrideva cortese e si allontanava rapida, chiusa nella sua misteriosa eleganza. Il piccolo mondo borghese in quegli anni del boom economico guardava alla ricchezza ostentata delle famiglie piú agiate come a un punto da raggiungere e da superare, ma non sempre il desiderio era accompagnato dalla capacità e dallo slancio, e nelle famiglie chiuse nel cerchio di una vita modesta stagnava talvolta il senso impotente dell’immobilità.<br />
Sulla famiglia di Daniele si appuntavano gli sguardi indagatori delle donne e l’interesse apparentemente svagato degli uomini. Il padre di Daniele aveva raggiunto una solida posizione economica, con un grosso commercio di laminati d’acciaio; la corporatura robusta, i lineamenti regolari, ma con un che di grossolano nella piega della bocca denunciavano un temperamento aggressivo, forse collerico. Non riusciva simpatico a nessuno. Ma tutti, nel palazzo, gli invidiavano la macchina di lusso e i tanti piccoli segni che indicavano un tenore di vita piú che di benessere, di ostentata ricchezza. Era un uomo alto e massiccio il signor Gaetano, e quando – raramente – usciva con Daniele, il ragazzino aveva un’aria compunta, quasi forzata, come se stesse ubbidendo a un’imposizione o a un compito non troppo gradevole. Quanti sorrisi e cicalecci, invece, quando passeggiava con la mamma, la mano stretta nella mano. Se li incontravo per la strada, ci scambiavamo un amichevole cenno. Il bambino aveva fatto le sue scelte e la mamma lo assecondava. C’era un’intesa cosí profonda tra quei due che spesso suscitava la sorpresa o una sorta di riprovazione nelle altre signore.<br />
La signora Costantino, che era maestra elementare e desiderava mostrare il suo acume psicologico, sorretto da un lungo mestiere, quando incontrava per le scale quell’affiatata coppia, si fermava, sollevava il mento di Daniele con due dita, sorrideva scoprendo una fila di denti stanchi, e diceva: “Sempre con la mamma questo bambino, perché non vieni a giocare col mio giovanotto, che ha la tua età e ha tanti compagni e si divertono un mondo”.<br />
Mamma e figlio sorridevano, ognuno col suo sottinteso.<br />
Poiché non potevano espugnare la terribile corazza dell’alleanza di madre e figlio, le signore del palazzo si dovevano accontentare di attingere notizie dalla disponibile Tecla.<br />
“È viziato quel ragazzo, dalla madre, certo… il padre, no, è severo, certo ma è giusto, e poi… poi non mi fate parlare, perché a questa famiglia io sono affezionata…”<br />
In realtà, da quella casa si levavano spesso voci concitate, anche grida, si sentivano sbattere porte e poi improvvisamente, tutto silenzio. Un silenzio quasi innaturale. Io stavo studiando, ed ero colpita da quei bruschi mutamenti, guardavo il balcone di fronte: chiusi i vetri, le persiane, tutto.<br />
Un flash mi scopriva nella mente la faccia corrucciata del padrone di casa che avevo visto poco prima, il faccino spaventato di Daniele, no, lei non c’era. Usciva molto spesso, avvolta nella sua aria assorta e aristocratica, impenetrabile dal mondo esterno. Le apparizioni, gli incontri, le grida e i silenzi duravano a lungo, non ci facevo piú caso.</p>
<p>Poi ci fu una lunga estate deserta nel grande balcone, e anch’io per un certo periodo andai in viaggio. Quando tornai e guardai ammirata le mie belle magnolie, sentii uno di quei misteriosi richiami interni che costringono lo sguardo a muoversi in una certa direzione. Oltre il ricamo elegante dei rami, Daniele, appoggiato alla ringhiera, volgeva verso la mia finestra i suoi dolci occhi stranamente malinconici; era piú alto, coi capelli corti, abbronzato, la figura smilza di ragazzino già disegnava il futuro di una crescita precoce. Ci guardammo e ci sorridemmo nel piacere di ritrovarci. Lo invitai a venire a casa, e in fondo al suo assenso gli occhi disegnarono una piccola esitazione, quasi un timore. Ma venne, e mi raccontò delle sue straordinarie vacanze al mare: “Sai, adesso so nuotare bene, ho fatto lunghi bagni con la mamma, quando non aveva impegni con le sue amiche… qualche volta anche con papà…”<br />
Mi parlò, come sempre, delle sue letture.<br />
“Quest’anno vado alla scuola media, sono contento…”<br />
Era veramente cresciuto Daniele, ma un’impalpabile mestizia si annidava nei suoi sguardi interrogativi.<br />
Fu un lungo e freddo inverno quell’anno, la mia finestra era chiusa, e il bel balcone di fronte era sempre deserto, ma spesso si sentivano grida soffocate, porte sbattute, silenzi gravidi.<br />
Qualche volta Daniele veniva a casa, aveva cominciato il latino a scuola e voleva farmi vedere come era bravo, sai stiamo già facendo le favole di Fedro, oppure, tutto orgoglioso.<br />
“Abbiamo fatto un gioco oggi, in latino, due parole, due significati con l’aggiunta di una lettera: nomen omen… ma nel mio nome quale presagio c’è?”<br />
Gli piaceva anche scambiare con me pareri e impressioni sulla scuola e sul mondo. I suoi begli occhi grigi si fecero scuri e scrutatori quando mi chiese: “Tu pure sei figlia unica, ma sei sempre andata d’accordo con i tuoi genitori?”</p>
<p>Intanto aumentavano le chiacchiere, i pettegolezzi sulla signora, sapientemente arricchiti dai suggerimenti, le mezze parole di Tecla. Io alla signora voglio bene come a una sorella, ma non si sta comportando bene, sempre fuori di casa, queste amiche, queste amicizie, non mi fate parlare… il padrone è burbero, ma è una brava persona, non merita…<br />
“Che cosa non merita?” le chiese una volta, raccogliendo l’invito, la signora Costantino, che era la portavoce e l’interprete degli avvenimenti del palazzo. Tecla alzò gli occhi, poi si strinse nelle spalle, e sussurrò con dolcezza: “Posso tradire la signora? E c’è quella creatura…”<br />
Da allora tutti ebbero la conferma di ciò che da tempo si sospettava.<br />
E l’atmosfera intorno divenne piú calma; una bella signora insoddisfatta, un marito geloso ma non ancora completamente informato, una banale storia di corna che, in quel tempo in cui il divorzio era solo una parola dei film americani, poteva diventare eccitante in attesa dello scoppio inevitabile e delle irrimediabili conseguenze. Solo e indifeso rimaneva il bambino.<br />
Quando tornava dalla scuola a quella casa dominata dall’ingombrante presenza della governante, Daniele si sentiva oppresso, si affacciava al balcone, dove era acciambellato in un angolo Tatí, che ormai disprezzava apertamente Tecla, e uscivano insieme, prima di pranzo, in attesa che tornassero i padroni di casa.<br />
Tornavano tardi, e non certo insieme, e a tavola regnava una calma minacciosa che la sapienza culinaria di Tecla non riusciva a dissolvere.</p>
<p>Passarono lunghi mesi di silenzio durante i quali la curiosità e l’attesa delle signore del condominio si afflosciarono in una sorta di stupita delusione, anche se un certo atteggiamento riservato di Tecla, le palpebre sempre abbassate e un mezzo sorrisetto all’angolo della bocca nascondevano, a detta della signora Costantino, qualche strano segreto.<br />
Era un bel pomeriggio di primavera avanzata quando incontrai Daniele, che non vedevo da tempo, in giro col cane; mi disse che a scuola andava benissimo, naturalmente gli piaceva sempre tanto il latino, sai, adesso leggiamo classici piú difficili, mica sempre favole di Fedro, sembrava contento, sereno come non lo avevo mai visto. Mi promise che sarebbe venuto a casa, per parlare di libri. Ma quando tornai a casa sentii un gran tramestio per le scale, e urla e porte sbattute violentemente. Il giorno dopo silenzio assoluto e persiane tutte chiuse.<br />
La settimana successiva ancora silenzio, la signora non era piú in casa, il ragazzo era da alcuni parenti. Tecla, bocca chiusa, anche se da quel suo perdurante sorrisetto qualche ghiotta notizia l’aveva fatta uscire: la signora era stata scoperta in compagnia, non si sapeva bene da chi era stata tradita, il marito l’aveva cacciata di casa.<br />
Daniele non tornò piú. Tutti scomparvero in maniera rapida e misteriosa.</p>
<p>Il condominio ritrovò il suo grigio equilibrio nel tran tran dei giorni tutti uguali, senza piú il brivido di una grande storia drammatica. Io avevo i miei concorsi da fare, la vita inghiotte le nostre emozioni e ci consegna all’ambito breve dei nostri interessi. Ma talvolta, quando vedevo il lungo balcone vuoto e silenzioso, mi si stringeva il cuore al ricordo di quel sorriso di bambino triste.<br />
Ci sono tante vite nel corso di una esistenza, ma anche cesure e richiami improvvisi.</p>
<p>Passarono gli anni. Un giorno uscivo dal liceo dove insegnavo, quando un giovane alto e biondo mi venne incontro sorridendo.<br />
“Ti ho riconosciuta da lontano, mi fa piacere rivederti, è un sacco di tempo che…”<br />
“Daniele! Che gioia davvero che gioia! Fatti guardare… che bello che sei…”<br />
Dopo tanto tempo, ancora quell’ombra, che si disegnava sul volto anche quando voleva sorridere. Ritrovammo l’affettuosa familiarità del passato.<br />
“Mi sono laureato in Lettere”.<br />
“L’amore per il latino non ti ha abbandonato… saremo presto colleghi al liceo…”<br />
“Ah, no in questa città non torno, ho fatto i miei studi a Firenze e in Toscana voglio rimanere”.<br />
Fece una pausa, in cui sentii palpitare un dolore antico.<br />
“Vengo ogni tanto per trovare mio padre, è rimasto solo, dopo la morte della mamma…”<br />
Mi guardò, uno strano sguardo timidamente interrogativo. Nel volto aperto e fiducioso di quel giovane bello e biondo riapparve l’immagine del ragazzo sperduto di un tempo. Ma si riscosse subito e aggiunse, in tono sbrigativo: “Per fortuna c’è Tecla che bada alla casa”.<br />
Parlammo d’altro e non toccammo antiche ferite che sentivo ancora aperte. Lo invitai a casa, “da quando mi sono sposata abitiamo in un quartiere tutto nuovo,” mi affrettai ad aggiungere. Mi promise che sarebbe venuto.<br />
Non venne.</p>
<p>Un giorno qualche anno dopo, telefonò.<br />
Aveva vinto il concorso, la sede un paese della Toscana. Ma veniva, di tanto in tanto, per vedere il padre. Lo invitai di nuovo, non ti piacciono piú i pesci rossi… Mi rispose con una voce nuova, sentii che sorrideva a quel ricordo. Io rividi il balcone, la magnolia, il piccolo cane che disprezzava la donna iraconda che non lo amava. E quando Daniele fu a casa mia, e prese a conversare con aria distesa con me e mio marito, gli chiesi se avesse ancora un cane e lui, appoggiando la testa alla poltrona, guardando indietro, nel tempo, disse: “Tatí non era un cane, era il mio amico… certi amori sono irripetibili”.<br />
Sentii che c’era qualche cosa di irrisolto in lui, un cruccio cieco che non aveva sbocco. Divenne una bella amicizia la nostra, con mio marito Daniele si trovava a suo agio, stranamente si sentiva piú libero, senza il peso dei ricordi. Una sera lo invitammo a cena, mi portò dei grandi strani fiori bianchi dal nome difficile. Somigliano alle nostre magnolie…<br />
Fu una serata serena, gli piaceva parlare anche con i miei figli, si interessava ai loro studi, si divertiva alle loro battute. Mi accorgo adesso che per lui quelle erano pause tranquille nella grigia osservanza della visita al padre, gli piaceva la nostra casa, la nostra famiglia, lo sollevava dal peso evidente di quella ingombrante presenza paterna, di cui non amava parlare.<br />
Una sera discuteva con i ragazzi dei programmi di latino, e quando sentí che leggevano Seneca si animò tutto: “Che mente, che grande scrittore, sto rileggendo De brevitate vitae… che profondità di pensiero e che finezza di osservazioni… ‘noi moriamo ogni giorno’… cotidie morimur”.<br />
Pronunziò queste ultime parole quasi in un soffio e noi sentimmo che non era una citazione la sua, ma una sofferenza profonda che si annidava nelle parole di un grande scrittore, e le faceva sue.<br />
Fu proprio per amicizia, per il desiderio di aiutarlo a liberarsi dal groppo pesante di vicende dolorose che mio marito una sera lo costrinse a parlare della sua situazione di uomo solo.<br />
“Mio padre ha molto sofferto, in passato, e io pure… ma in maniera diversa, e adesso…”<br />
“Adesso sarebbe bene che tu avessi una famiglia tua, saresti un padre meraviglioso…”<br />
Daniele sorrise, guardando i ragazzi, poi si passò la mano sulla fronte.<br />
“È troppo tardi ormai…”<br />
Poi aggiunse, improvvisamente rivolgendosi a me: “Tu la ricordi mia madre?”<br />
Era la prima volta che parlava di sua madre, ma io ci pensavo da tempo, e sentivo che era lí il nodo del suo dolore antico.<br />
“Certo che la ricordo, era una donna bellissima, ma forse è poco dire bellissima, aveva un’aria di… lontananza, e quando uscivate insieme sembravate cosí felici, cosí lontani dai comuni mortali, mi sembravate due personaggi nordici scesi da un mondo misterioso… come vi invidiava la signora Cosentino”.<br />
Volevo smorzare con quel ricordo banale l’emozione che mi accorgevo di aver suscitato. Daniele sorrise, era l’immagine della sua infanzia felice che gli sorrideva; dopo una pausa aggiunse, con voce lenta ma stranamente dura: “È morta troppo presto, mia madre; un terribile incidente, qualche giorno dopo che andammo via da quella casa, non so dove in Francia: non vollero dirmi niente, per proteggermi… che sciocchezza, si è aggiunto dolore a dolore”.<br />
Ci guardammo, io e mio marito, e non si toccò piú quell’argomento.<br />
Mi chiesi in seguito che cosa fosse arrivato a Daniele dell’immondo chiacchiericcio del condominio su sua madre, e come avesse potuto capire il dolore di suo padre cosí diverso dal suo. Me ne diede, in certo modo, una spiegazione lui stesso, qualche tempo dopo, quando disse che Tecla invecchiata non voleva cedere le armi, ma bisognava tuttavia provvedere a un aiuto. È attaccatissima a mio padre. Era la notazione di un fatto, senza emozione alcuna.<br />
Ripensai all’abbaiare furioso di Tatí contro Tecla.<br />
Nel tempo si ricompongono le tessere del passato in un gioco che aspetta la soluzione. L’amicizia di Daniele era ormai diventata corrispondenza profonda di interessi e di affetti, mentre i ragazzi crescevano e i nostri capelli ingrigivano, ma rimaneva, inspiegabile, una zona vuota, sull’orlo della quale Daniele si fermava.</p>
<p>Qualche anno dopo il padre di Daniele morí.<br />
Andammo noi da lui, questa volta: era una grande casa lussuosa e anonima, senza il calore delle case vissute: in quell’ambiente senz’anima il nostro amico con la sua aria sperduta sembrava un alieno. Ma era tranquillo: la morte è un ospite ambiguo e bisogna capirla.<br />
Sprofondato in una poltrona ostile che sembrava rifiutarsi all’abbraccio, Daniele si passava la mano sulla fronte col gesto che gli era divenuto abituale: sotto i radi capelli ormai di un biondo stinto gli occhi sembravano velati da una quieta stanchezza. Andammo via presto e ci promise che sarebbe venuto a casa nostra – sentivamo che ne aveva bisogno –, non appena sbrigate le inevitabili faccende burocratiche, che la morte ci consegna come lenimento del lutto.<br />
Invece passò qualche tempo prima che avessimo sue notizie. Alla fine telefonammo: non rispose nessuno. Passò qualche giorno ancora, niente. Ritornammo a casa sua.<br />
Aveva una faccia stralunata, lo sguardo assente. Ci accolse in uno studio dove regnava uno strano disordine, certo Tecla non c’era. Avevo la strana impressione di essere fuori posto ma, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio Daniele, ficcò i suoi occhi spiritati nei miei occhi e disse, come se dovessi finalmente comprendere: “Tu sai quando è morta veramente mia madre?”<br />
Restò in silenzio per un po’, poi riprese: “L’anno scorso è morta, sola e in miseria. Quell’individuo…”<br />
A pezzi e bocconi tra pause e mormorii venne fuori una storia terribile, che scioglieva tragicamente i nodi irrisolti del suo cruccio segreto.<br />
“È morta, sí l’anno scorso, come ha potuto quell’uomo… la cacciò via, il suo onore, il suo fottutissimo onore e quella donna, quell’orribile donna, in combutta con lui…”<br />
Le parole, le mezze frasi si avvolgevano in una spirale confusa, mentre le mani si intrecciavano ai capelli stanchi. Poi improvvisamente si volse a guardare mio marito, come se solo allora avesse scoperto la sua presenza, e riprese a parlare con voce calma, per cosí dire indolore.<br />
“Ho trovato tutte le lettere di mia madre, le conservava tutte, era un tipo ordinato lui…”<br />
Quando scoprí il tradimento di sua madre, quando “quella donnaccia” la tradí, lui divenne una bestia feroce.<br />
“…con me finse di essere addolorato per la grave perdita, penso a quei suoi occhi crudeli di allora… credo che mi odiasse, perché ero suo figlio e gliela ricordavo sempre, piangevo per la sua mancanza… lui la odiava, la odiava perché lo aveva offeso, e doveva punire me e la mamma mia, lontani separati per sempre”.<br />
A questo punto Daniele si alzò, con mano febbrile frugò in una cassetta piena di carte prese un fascio di lettere e le agitò in aria, impotente.<br />
“Padre era quello? Aguzzino, stupido e feroce aguzzino… quella povera infelice gli scriveva lettere piene di lacrime, chiedeva solo di potermi vedere… voleva solo vedermi, si umiliava chiedeva perdono voleva solo vedermi e lui l’uomo retto e virtuoso non poteva, non doveva. Guardate è tutto documentato qui, era un tipo ordinato lui e quella ignobile serva… sapete ho controllato ho cercato dei riscontri… che storia orribile”.<br />
Qui Daniele si fermò, tacque per un istante come sommerso da un’onda insopportabile, poi riprese a voce bassissima, come se ripetesse solo a se stesso la sua tragedia.<br />
“In quel primo periodo dell’assenza di mia madre, io uscivo dalla scuola tristissimo, ero abituato a vederla ogni giorno all’uscita e continuavo a guardarmi intorno spaurito… una volta vidi un abito azzurro scomparire dietro un angolo, corsi, naturalmente mi ero sbagliato… Piansi, piangevo tanto in quei giorni, quei mesi, e quella mi consolava cosí: ‘Adesso hai il tuo papà che ti vuole tanto bene…’”<br />
Continuò, passandosi le mani sui capelli, radi, improvvisamente piú vecchio.<br />
“Ero cosí solo in quel periodo, soltanto a scuola mi sentivo a mio agio, ma quando uscivo, quando uscivo come si rinnovava il mio dolore, ero abituato a dirle tutto quello che mi succedeva, continuavo a guardarmi intorno, a cercarla… la sentivo, la sentivo vicina. E lei veniva davvero a vedermi di nascosto, all’uscita da scuola… e io non sapevo, non sapevo niente… questa tragedia è tutta qui, in queste povere carte, capite, veniva a spiare la mia uscita da scuola, e doveva trattenersi, perché, perché non me ne sono accorto…?”<br />
A questo punto Daniele si chiuse il volto tra le mani, e i singhiozzi rompevano il silenzio di ghiaccio che regnava nella stanza.<br />
Restammo tutti in silenzio. Poi riprese, con tono piú freddo quasi controllato: “…le faceva rispondere dall’avvocato, l’avrebbe denunziata, capisci, denunziata per molestie al bambino che non sapeva niente, che sarebbe stato turbato dal comportamento della madre indegna…”<br />
A quest’ultima parola la voce si spezzò, come la corda troppo tesa di un violino. In un sussurro, pianissimo, disse: “Tutta la vita ho aspettato per sapere questo”.</p>
<p>Invano, nei giorni seguenti tentammo di farlo venire a casa. Non si lamentava piú, sembrava chiuso nel suo cruccio, e assorto in segreti pensieri.<br />
Una volta lo intravidi, per la strada, non si accorse di me, camminava curvo, lentamente, un vecchio. Ma dove andava, per quelle strade lontane dai luoghi che abitualmente frequentava?<br />
Fui presa da una strana inquietudine, non so perché rividi il bambino serio e infelice di un tempo.<br />
Si era infilato nel portone di una casa popolare, ebbi un sussulto, sapevo che lí abitava Tecla, mi guizzavano lampi nel cervello. Non sapevo cosa fare, una ottusa immobilità mi paralizzò per qualche eterno minuto, poi presi a salire le scale e quasi gli sbattei contro, scendeva di corsa, si accorse di me, mi guardò con occhi vuoti lontani, mi disse con voce stanchissima: “Non ti preoccupare non è successo niente”.<br />
Guardò altrove.<br />
“Ho visto dinanzi a me un essere miserabile, l’uno degno dell’altro, che schifo. Si è anche inginocchiata, una vecchia indegna, mi prendeva la mano, mi chiedeva scusa… capisci scusa… mi chiedeva scusa…. me ne sono scappato…”<br />
Poi aggiunse, pianissimo, a se stesso: “Tutta la vita ho aspettato, tutta la vita per avere questo…” Scoppiò in pianto, quietamente, e mi abbracciò come il fanciullo infelice di un tempo.</p>
<p><strong><span style="color: #00ccff;">[<em>Pettegolezzi di condomio</em> è il racconto che dà il titolo alla <a href="http://home.edizioninottetempo.it/catalogo/pettegolezzi-di-condominio-e-altri-racconti/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/home.edizioninottetempo.it/catalogo/pettegolezzi-di-condominio-e-altri-racconti/?referer=');">raccolta di racconti</a> di Enza Buono appena uscita per i tipi di nottetempo. Buona lettura!</span><span style="color: #00ccff;">]</span></strong></p>
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		<title>coerenza</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 08:57:25 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[coerenza]]></category>
		<category><![CDATA[gaja cenciarelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Le idee migliori le vengono sempre sulla soglia del sonno. Trova le parole giuste, decide che gliele dirà, e si addormenta.
Si sveglia dopo mezz’ora per la puntura di una zanzara. Si alza, inciampa nella gatta, va a sbattere addosso alla parete, «Cazzo!», accende la luce e infila l’emanatore dell’insetticida nella presa, sotto il letto. È [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le idee migliori le vengono sempre sulla soglia del sonno. Trova le parole giuste, decide che gliele dirà, e si addormenta.<br />
Si sveglia dopo mezz’ora per la puntura di una zanzara. Si alza, inciampa nella gatta, va a sbattere addosso alla parete, «Cazzo!», accende la luce e infila l’emanatore dell’insetticida nella presa, sotto il letto. È appena tornata da una crociera nell’arcipelago greco e la coscia sinistra le sembra la riproduzione fedele delle Cicladi.<br />
Si sdraia, si gratta la coscia, e sorride. «Amore mio», ne approfitta per ripassare. «Ho sempre voglia di te».<br />
<em>Nel frattempo lo bacio</em>.<br />
«Ora ho capito, sai? È che non ho mai provato quello che provo per te, ecco perché a volte esagero. Tu mi rimproveri di essere poco conciliante, ottusa, insistente. E hai ragione. A modo tuo, hai ragione. Come vedi, mi rendo conto dei miei difetti… almeno ho l’onestà intellettuale per riconoscerli, io».<br />
<em>Nel frattempo lo accarezzo. Non in quel senso. Gli accarezzo il viso</em>.<br />
«A me importa solo che tu sia felice. E poi, dai, non trovi che ultimamente io sia molto meno rompicoglioni del solito?»<br />
Gli sorrido. Un bel sorriso dolce.<br />
«Insomma, ho anche molte qualità».<br />
<em>Potrei azzardarmi a baciarlo. Magari gli accarezzo qualcos’altro, oltre al viso</em>.<br />
«E sono sicura che anche tu mi ami».<br />
Sorride e chiude di nuovo gli occhi, dando un calcio alla gatta e facendola atterrare ai piedi del letto.<br />
Il cellulare squilla. Si alza di scatto, inciampa nella gatta, corre a rispondere.<br />
«Si può sapere che cazzo vuoi a quest’ora?» gli urla.</p>
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		<title>tarallucci e vino</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 11:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[2004]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[racconti brevi]]></category>
		<category><![CDATA[tarallucci e vino]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Campo de’ fiori</em>. Intorno la gente parla come se fosse semplice. Tu guardi Giordano Bruno come se la sua faccia di bronzo potesse sorriderti con un Non fa niente o Lascia perdere ci sono infiniti mondi e infiniti modi basta solo lasciar cadere la n. Io capisco e ordino due Sauvignon e la mia n così calcata, indelebile se le tue orecchie fossero carta, ti risveglia. O è la cameriera che se non avesse da chiedere il conto chiederebbe attenzione. Pago, mi chiedi Perché?. Poi fissi la mia faccia di carne e me che ho un solo modo di stupirmi di te e un solo gesto. Bevo perché il Sauvignon lava via i sapori sulfurei delle bocche tenute inutilmente serrate. Sarebbe comunque meglio parlare. È giovane e spensierato. Ha due aggettivi che mi mancano e mi ubriaco troppo in fretta per riuscire ad appropriarmene. Tu sei giovane e spensierata e ti bacio troppo poco per esserne contagiato. E infatti. Mi chiedi Perché? Sai che mi piacciono i rossi pastosi.<br />
<span id="more-940"></span><br />
<em>Napoli</em>. C’è un balcone stretto con le ringhiere dipinte di fresco e che quindi hanno un’aria appiccicosa. Ci sono due sedie. Una poltrona bassa tappezzata optical e un treppiede di legno chiaro. Ci guardiamo nonostante il mare occupi i tre quarti del visibile senza cornice. Non è una cartolina però, tu ci sei e c’è una bottiglia di primitivo. Ci sono due bicchieri da tavola. Svasati con la base scanalata. Sono i bicchieri della tavola dei miei nonni riempiti di vino quasi aceto allungato con la gassosa. Nei supermercati le commesse part-time non sanno cosa sia una gassosa. E la gassosa è storia patria. Specialmente nel vino che sta andando a male. Da solo. C’è una bottiglia di primitivo e tu che cincischi garrula L’ho aperto per te, mi ero ripromessa di non bere più questo vino da taglio che mi ha macchiato il pantalone di lino bianco. Il primitivo. Da solo. Non dovevi aprirlo, è un vino spesso, e qui è estate. È solo giugno non essere drammatica, ridi e ti versi il secondo bicchiere, io guardo il mio senza berlo, è di un rosso viola che ipnotizza. Io non ho quasi mai macchiato nemmeno un pavimento. E poi le macchie che si lavano sono degeneri, perché non lasciano aloni. Il primitivo è un vino che lascia aloni, anche sui sapori. Tu digrigni i denti per mostrarmi la chiostra sanguinante. Invece è il vino. Da solo. Dovremmo mangiare un taralluccio o una corteccia di pane altrimenti finiremo a cantare alla luna, La bottiglia finirà prima del giorno, al più, canteremo con la luce. Mentre ti versi il terzo bicchiere mi avvicino per porgerti il mio mezzo pieno, perché sono felice, e una goccia di vino mi imporpora un polpastrello. Sobbalzo. Tu ti batti i denti. Sembra sangue ma è il vino. Da solo. Sono venuta per te, mi ero ripromessa di non tornare in questa casa nella quale ho macchiato il mio amor proprio. Non ho quasi mai macchiato nemmeno un pavimento. Bevi d’un fiato e ti chini a succhiarmi il dito quasi mi fossi ferita. Gli dei peggiori sono quelli che non chiedono sacrifici di sangue ma che corrono a suggerti il dito appena una spina di rosa lo tinge di rosso. Gli dei peggiori sono quelli che chiedono rose. E che dopo aver visto appassire le rose ti offrono un primitivo.            </p>
<p><em>provincia</em>. Il giorno in cui ho smesso di desiderare ho comprato in un discount una bottiglia di vino frizzante. Banalmente con la speranza che le bollicine mi sollevassero. L’ho bevuta tutta, in quattro o cinque fiati. Non ho visto gli amici e nemmeno ho pianto appoggiata a una cornetta. Il giorno in cui ho smesso di desiderare era trascorso un giorno appena dal tuo Certe lacrime sono più lacrime di altre. E io non ho capito, ma sono rimasta. Per tranquillizzarti. Per ripetermi che per una volta restare era tutto il possibile. Se avessi conosciuto un vino salato avrei comprato quello per ricordarmi della particolarità di queste lacrime. Di essere di più. E quindi troppo. Il Bardolino classico è un déjà vu.</p>
<p>(2004)</p>
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		<title>l&#8217;elefante</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 05:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[elisa ruotolo]]></category>
		<category><![CDATA[esor-dire 2011]]></category>
		<category><![CDATA[l'elefante]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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		<description><![CDATA[Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.
“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.
E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo sempre saputo che era sbagliato dare consigli a mio padre. Però quando venne a dirmi che si sposava di nuovo non seppi tenermela. Ero stato un ragazzo tiepido in famiglia e adesso da uomo me la prendevo calda come un orfano appena fatto.</p>
<p>“C’è un tempo per ogni cosa!” gli dissi cercando appigli nella Bibbia.</p>
<p>E non mi era sembrato il caso d’aggiungere che il suo non era più quello di vivere. In tutta onestà non saprei dire se a bruciarmi fosse la notizia che mi dava o la vaga richiesta di un aiuto in danari: stavolta voleva fare le cose in grande, finanche il viaggio che a causa mia aveva mancato nel matrimonio con mia madre. Era chiaro come una cartolina che la mia imprudenza di allora dava corda agli obblighi di oggi, e non credo mi andasse a genio. Sono pur sempre un uomo di seme antico, forse per questo gli dissi no. Un no senza speranza, senza ripensamenti possibili. Poco dopo seppi che aveva venduto casa, e che in lavanderia si faceva aiutare da una donna coi capelli bianchi ma ancora lunghi sulle spalle. Una di quelle signore che non sanno crescere.<br />
<span id="more-815"></span><br />
Io, della sua attività, non avevo voluto sentirne: tutta la vita passata a ripulire sporcizie non poteva essere il mio ideale. Se proprio da una parte dovevo sistemarmi, sarebbe stato sul fianco di quelli che imbrattano, e avevo cercato lavoro in una pasticceria. Lì di certo non attaccai i manifesti riguardo i fuochi tardivi comparsi nella vita di mio padre. Ma non ero stupido, e capivo che quando il discorso girava su di lui, o qualcuno lo teneva ad esempio, in realtà c’era un senso nascosto, come un doppio fondo di valigia. In tutto ciò mio padre era rimasto uguale (a parte i capelli che gli erano rispuntati neri sulla testa), e nonostante quella volta gliele avessi predicate a colori, continuava a tenermi a giorno con certe telefonate lunghe e penose che lasciavo soprattutto a mia moglie. Una volta poi ci invitò a cena, me e Laura.</p>
<p>“E tu che gli hai risposto?” le domandai con la faccia tinta e il sangue in disordine.<br />
“Che almeno il dolce lo portavamo noi,” rispose calma legandomi le parole.</p>
<p>Io me ne andai in camera e accesi la tv sul canale dei documentari. Buona parte della notte la passai in chiaro, e il poco che dormii me lo presi di rabbia, di spalle a mia moglie e girato sul cuore.</p>
<p>Solo che al mattino mi ci volle un po’ per ricordare perché mai dovessi stare in febbre con Laura. Non posso farci niente: questionare con mia moglie mi ha sempre fatto sentire come un cencio dilaniato in un gioco di cortile. Mi misi d’impegno a cercare la cosa giusta da dirle, e mi sembrò d’averla trovata guardando sul comodino, dove l’agenda di Laura se ne stava al solito posto, una matita infilata tra le pagine. A quel punto mi alzai quasi senza pensarci, entrai in cucina e con quell’aria malriuscita che avevo addosso al mattino dissi:<br />
“Ma guarda un po’ che vado a sognare stanotte!”</p>
<p>Bisogna sapere che mia moglie crede più ai sogni che al Vangelo: in quel periodo teneva un’agenda in cui annotava tutto quello che di notte ci passava per la testa, e io tremavo ogni volta di mostrare qualche mia sfuggita di cuore. Chi lo sa, forse per un po’ di tempo si è illusa di capirci qualcosa del nostro avvenire, almeno finché abbiamo sperato di poterci dare dei figli.<br />
Comunque quella volta funzionò, perché appena parlai Laura si voltò e mi chiese di raccontare.<br />
Avrei dovuto giocarmela meglio, lo so. Presi tempo a sedermi come per riflettere, poi siccome sentivo i pensieri venirmi di schiena, misi a fuoco il documentario della sera prima e le dissi che avevo sognato un elefante. Non potevo mirare a una cosa più stupida di quella, ragionai dopo averla tirata fuori, e invece no: Laura batté le mani come una bambina e per giorni non parlò d’altro. Questo sogno arrivò a raccontarlo ai vicini. Ricordo che ancora molti mesi dopo scrisse addirittura una lettera a suo fratello in Australia, per dirgli che stavamo tutti in quel bene che gli auguravano, ma poi non aveva saputo frenare in tempo e aveva chiuso dicendo “Sai che Enrico ha sognato un elefante?”</p>
<p>Per lei quella faccenda doveva essere una roba seria, mentre io cercavo solo di sfebbrare i discorsi. Poche volte in vita mia mi sono sentito così ridicolo e in colpa: un po’ perché non m’andavano certe familiarità col vicinato e un po’ perché sapevo d’averle mentito. Solo una cosa le domandai la sera che uscimmo per andare da mio padre, mentre chiudevo la porta:<br />
“Per favore, lasciamo a casa l’elefante.”</p>
<p>E non ci fu bisogno di perdersi in promesse o giuramenti, ho sempre saputo che potevo fidarmi di Laura.</p>
<p>Finsi di non sapere: né dove si trovasse la casa, né chi fosse la donna che viveva con mio padre. Invece ero andato a spiarli una sera sul tardi, dopo che in pasticceria avevo preparato i lieviti per il giorno dopo. Sapevo che alla fine s’erano sposati solo in chiesa, per mettere le cose in ordine davanti a Dio, e degli uomini se n’erano altamente fregati: Viola non aveva perso la bussola per mio padre al punto da rischiare la reversibilità del marito. Di lei sapevo che era una vegetariana convinta. Pochi giorni prima della cena aveva chiamato Laura per informarsi sui miei gusti e quando aveva sentito che sarebbe andato bene qualcosa di leggero, qualsiasi cosa, magari carni bianche aveva infilato un gridolino nell’apparecchio, come se le avessimo chiesto di padellarci un cane. Questa cosa mi aveva insuolato ancora di più i pensieri: in pasticceria presi una delle torte congelate dal freezer e me la feci incartare a festa. Proprio non mi venne in mente di chiamare Viola per sentire che gusto preferiva.</p>
<p>Quella volta, anche se avevo girato lentamente nel quartiere, e parcheggiato in un’ombra un po’ lontana dal palazzo, ci accorgemmo di essere in orario. Bussai piano e dietro la porta sentimmo il trambusto delle case in disordine quando arriva qualcuno. Venne ad aprirci la donna che avevo visto in lavanderia: bassa, i capelli bianchi ma ancora folti, stretti in una treccia di ragazza, e di fianco un uomo più giovane del padre che avevo lasciato vedovo e solo nella mia casa di bambino. Erano sporchi di pittura dappertutto e mio padre aveva in mano uno di quei pennelli grossi con le setole di cinghiale.</p>
<p>“Stiamo ridipingendo le pareti,” spiegò Viola togliendomi dalle braccia il dolce rimasto in freddo come me, che nonostante le telefonate non riuscivo a sorriderle.</p>
<p>Di lì a poco io e Laura ci dividemmo: lei con Viola in cucina, da cui dovevo ammettere proveniva un buon odore, e io con mio padre che mi portò in giro per le camere a mostrarmi le pareti fresche di pittura.</p>
<p>“Vieni,” disse a un certo punto guidandomi in camera da letto. Lì avevano scelto un colore riposante, un giallo pastello che allargava l’ambiente e dava luce.<br />
“Vedi?” mi chiese indicando una parete. “Vedi qui?”</p>
<p>Gli feci segno di sì e lui andò avanti.<br />
“Qui vorrei lo stesso disegno che ti feci in camera,” disse. “Te lo ricordi?”<br />
Io non me lo ricordavo e stavolta non era per puntiglio: veramente non me lo ricordavo. Sapevo del padre da castigo, del padrone della casa e del televisore nella domenica delle partite, sapevo la sua voce grossa nei fondi delle camere. Ricordavo il nemico e dovevo ammettere che faticavo parecchio a trovare il padre.</p>
<p>Rimasi fermo a fissare la parete giallina come se sperassi di vederci apparire quello che ormai m’era caduto di mente. Lui mi diede tempo, ma quando ci chiamarono dalla cucina e si mosse per uscire lo fermai. Volevo sapere.</p>
<p>Mio padre s’avvicinò alla parete, prese una matita grossa e cominciò a fare dei segni che all’inizio non capivo. Poi appena distinsi qualcosa mi accostai, cercai una matita in una busta appesa a un cavalletto e feci la mia parte. Quando mia moglie e Viola vennero a vedere ci trovarono lì, in silenzio, che disegnavamo sulla parete ancora fresca di pittura. E anche se la cena era pronta e forse in tavola, noi andammo avanti. A un certo punto mi voltai e vidi Laura che sorrideva con gli stessi occhi di quando le avevo raccontato il sogno. Fu allora che abbassai le braccia e feci qualche passo indietro per guardare meglio la parete, poi senza dire niente andai a lavarmi le mani.</p>
<p>Prendete un uomo, ma che sia appena cresciuto. Ecco, prendetelo e domandategli cosa ricorda di quando era bambino: ogni volta – potete scommetterci la casa – vi svuoterà una gerla di pensieri inutili. Io quell’elefante sulla parete di contro al letto (disegnato da mio padre per tenermi buono  durante una malattia infantile), proprio quell’elefante non l’ho mai ricordato. E però ho deciso di crederci, come Laura aveva fatto con me: perché mio padre era un uomo vecchio che cercava ancora di vivere, e forse a quel punto si diventa onesti; perché aveva avuto la pazienza d’aspettare che mi spuntasse la ragione; e perché in fondo, su quella parete facemmo un buon lavoro: un elefante che ha resistito a lungo, almeno finché la casa non è passata ad altri dopo che anche mio padre e Viola se ne sono andati.</p>
<p>Certe volte mi viene il pensiero che siccome adesso sono vecchio anch’io, potrei decidermi a dire a Laura la verità sul mio elefante, ma poi mi chiedo a cosa serva: è sbagliato non avere segreti e ridursi come un salvadanaio vuoto, che lo scuoti e non manda rumore.</p>
<p>Quella sera rientrando mi tenni di nuovo leggero sull’acceleratore. Pensai a mio padre e per la prima volta gli augurai del bene, forse un bene che poteva stare in un pugno: di trovare biancheria pulita ogni giorno, e un piatto caldo per cena, che i colori alle pareti tenessero a lungo e perché no, che ogni tanto gli riuscisse di fare l’amore.</p>
<p>Quando poi arrivammo spensi i fari e il motore, ma aspettai a scendere. Accesi la radio su una stazione qualsiasi e rimasi ad ascoltare. Laura per un po’ tenne le dita sulla maniglia della portiera ma poi lasciò perdere: si mise comoda, abbassò il sedile e si sfilò le scarpe. Voglio dire, avrebbe potuto rientrare, piantarmi in macchina, cercarsi un uomo che le desse dei figli. Ma non è andata così. A poco a poco non mi ha più nemmeno domandato dei sogni, e l’agenda che tenevamo non so proprio dove sia finita. L’ultima volta che mi è capitata fra le mani l’ho aperta e ho riletto cosa aveva scritto tempo prima sull’elefante, con quella grafia attenta e chiara di chi vuole essere capito.</p>
<p>Forse non ci credeva nemmeno lei che saremmo rimasti e invece ce l’abbiamo fatta.</p>
<p style="text-align: right;">«Sognare un elefante, in genere, è buon segno.»<br />
(Antica smorfia napoletana)</p>
<p><span style="color: #800000;">[Questo racconto è stato scritto per <em>Esor-Dire</em> 2010 ed è uscito in tedesco nel febbraio 2011 in <em>A Casa Nostra - Junge italienische Literatur</em> a cura di Paola Gallo e Dalia Oggero, una antologia dei tipi di Wagenbach per i 150 anni dell'Unità d'Italia]</span></p>
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		<title>cenere alla cenere</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 13:47:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[filastrocca]]></category>
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		<description><![CDATA[Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.
«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.</em></p>
<p>«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di <em>nonsense</em>.</p>
<p>Il fuoco di fila delle sue parole.</p>
<p>La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».</p>
<p>Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.</p>
<p><em>Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?</em></p>
<p>«Da restarci secchi» dice la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro.</p>
<p><em>Rogna rognetta, la bimba resta secca. Secca nel forno.</em></p>
<p>Lui oscilla avanti e indietro, rimanendo seduto. Il mantra delle filastrocche gli incorona la testa, gliela circonda come un serto di alloro, o di spine.</p>
<p>«Che abbiamo fatto di male per meritare questo?» ridacchia la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora.</p>
<p><em>Buongiorno, buongiorno, il bimbo è cotto al forno.</em></p>
<p>«È la natura che si ribella» dice, con voce grave, la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro. «L’uomo l’ha violentata, le ha fatto quel che gli è parso e piaciuto e ormai bisogna stare attenti anche a quello che si mangia».</p>
<p><em>Impasto il bimbo, lo metto al forno, che delizia il profumino intorno!</em></p>
<p>«Ogni estate è sempre peggio» dice la donna con le gambe nude.</p>
<p>Mentre lui oscilla avanti e indietro le due donne smettono di parlare. Sente il silenzio innaturale di chi parla senza voce, un silenzio che dura troppo a lungo per essere un respiro, e che non è assoluto perché inframmezzato dal suono umido della lingua contro il palato.</p>
<p><em>Mentre i bimbi vanno intorno li pregusta cotti al forno.</em></p>
<p>«In metropolitana, poi… non ne parliamo. L’aria condizionata è segno di civiltà. E poi la gente… pare che d’estate smetta di lavarsi». La donna con le chiazze marroni sulle mani pronuncia quest’ultima frase a voce più alta. A lui sembra arrivare dritta nel padiglione auricolare e sgusciare nel condotto uditivo. Si ferma un attimo. Poi, noncurante, riprende la sua altalena, avanti e indietro, e mentre dondola continua a tirarsi i polsini sulle mani.</p>
<p><em>E i bambini per contorno si riposan dentro al forno.</em></p>
<p>«Menomale che a Termini scendono quasi tutti e la carrozza si svuota» dice la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora. «Almeno ci togliamo di torno questo odore mefitico e ricominciamo a respirare». Anche lei alza la voce a quest’ultima frase.<br />
<em>termini termina terminale terminati sterminati termine fine finiti finale.</em></p>
<p>L’uomo si alza quando la voce metallica, nella carrozza nuova ma con l’aria condizionata già fuori uso, esordisce: «Stazione Termini. Prossima fermata: Vittorio Emanuele».</p>
<p>La metro frena bruscamente, lui alza il braccio di scatto per aggrapparsi al sostegno con dei riflessi sorprendentemente pronti. La donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro al polso e la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora lo seguono con lo sguardo carico della speranza di vederlo scomparire, volatilizzarsi, incenerirsi.<br />
<em><br />
Voglio cuocermi al forno per un nuovo contorno.</em></p>
<p>Con lo scatto del braccio il polsino sulla mano destra è ricaduto indietro, scoprendo il pollice e parte dell’avambraccio.</p>
<p>La donna con le gambe nude riesce a vederli solo per un attimo. Rimarrà piacevolmente inorridita per ben sette minuti: tanto impiegherà a capire il senso dei numeri tatuati sull’avambraccio del vecchio con la camicia di flanella, che, sceso dalla carrozza, si tira di nuovo giù i polsini e scompare, si volatilizza, si incenerisce nel forno della canicola agostana.</p>
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		<title>se potessi ti chiederei perdono</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 13:43:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Disposizioni in materia di alleanza terapeutica di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[storyville]]></category>

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		<description><![CDATA[Si ravvisa, dunque, la necessità di elaborare una legge che contemperi il rispetto dell’esercizio della libertà del soggetto con la tutela della dignità di ogni uomo e del valore dell’inviolabilità della vita. (…) Il diritto di autodeterminazione (…) deve sempre lasciare uno spiraglio alla revisione e persino alla contraddizione. In caso contrario esso si trasforma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si ravvisa, dunque, la necessità di elaborare una legge che contemperi il rispetto dell’esercizio della libertà del soggetto con la tutela della dignità di ogni uomo e del valore dell’inviolabilità della vita. (…) Il diritto di autodeterminazione (…) deve sempre lasciare uno spiraglio alla revisione e persino alla contraddizione. In caso contrario esso si trasforma nella presunzione fatale di poter determinare il proprio destino una volta per tutte (…) Ciò premesso, il seguente disegno di legge intende, nel pieno rispetto del diritto positivo e in primis della Costituzione italiana, riaffermare il valore inviolabile della indisponibilità della vita.</em></p>
<p>Il disegno è diventato legge. Ho guardato tua madre coprirsi il viso con entrambe le mani. Avrei voluto che qualcuno me lo mettesse davanti come una macchia di Roscharch e mi chiedesse cosa ci vedevo. Avrei risposto Il futuro.<br />
<span id="more-577"></span><br />
Non hanno voluto vendermela. E così ho mandato Mario, il fruttivendolo, che non mi ha chiesto niente, perché ha capito. Altrimenti io sarei scoppiato a piangere, e avrei desistito. Adesso no, ma prima che Mario mi guardasse e mi poggiasse una mano sulla spalla, sì, ci avrei ripensato. Me l’ha data nel sacchetto delle banane, io me ne sono accorto solo quando sono arrivato qui, ho aperto la busta di carta e ho pensato, così scura com’era, che fosse solo una banana troppo matura. Come piacciono a me, quasi frullate, come se io pure non potessi masticare e non avessi nemmeno più vene per potermi alimentare altrimenti. Volente o nolente. Forse cambiano gli ausiliari. Forse dovrei dire Come se io pure non potessi masticare e non avessi nemmeno più vene per essere alimentato altrimenti. Forse gli ausiliari cambiano perché la grammatica non concede ipocrisie.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Art. 5<br />
(Contenuti e limiti delle dichiarazioni anticipate di trattamento)</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>6. Alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetti di Dichiarazione Anticipata di Trattamento.</em></p>
<p>Credo che su questa osservazione, questa sulla grammatica, avresti sbuffato e poi riso, o forse io sarei rimasto male perché avrei voluto che tu ci ridessi invece di sbuffare solamente. Te lo avrei fatto notare, ti saresti rabbuiata, e saresti corsa in camera, io avrei aspettato leggendo il giornale e poi ti avrei detto Aranciata o banana?, e tu chissà cosa avresti preferito. Me lo sono chiesto tutti i pomeriggi degli ultimi dieci anni. Nei primi due anni speravo che tu potessi cambiare idea, e scegliessi ogni pomeriggio un frutto diverso. Poi ho capito che potevo solo ricordare.  Ma non ho saputo rispondere mai, non l’ho più saputo fino ad adesso che ho allungato la mano verso la scurezza nel sacchetto e l’ho incontrata fredda e dura. Le mani hanno sentito pure il lucido. E l’ho impugnata. Come quando ero bambino e davvero avevo in mano una banana e in testa un cappello da cowboy e sparavo agli indiani per sfuggire allo scalpo. Invece adesso stringo una pistola carica, e i cowboy che predicano dai predellini di macchine lunghe come canoe otto-senza e le sentenze definitive che non valgono niente, mi mettono solo infinita tristezza. Nemmeno un anno fa è morta quella ragazza. Io non sono suo padre. E non sono nemmeno come suo padre. Ho aspettato che un paese civile producesse una legge civile. Ho aspettato un futuro remoto. Che non è qui. Adesso so solo che non si spara per tristezza. Si spara per impotenza.</p>
<p>Visto che sono tuo padre, avrei preferito non confessarti mai che sono un essere umano qualunque.</p>
<p>Io non ho più figli. I figli sono quelli degli altri. Crescono, sbagliano, partono, ritornano. Comunque stia finendo io mi sento fortunatissimo, perché una figlia l’ho avuta. E non capita a tutti. Posso dire di averti avuta.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Art. 3<br />
(Divieto di accanimento terapeutico)</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>2. Il divieto di accanimento terapeutico non può legittimare attività che direttamente o indirettamente, per loro natura o nelle intenzioni di chi li richiede o li pone in essere, configurino pratiche di carattere eutanasico o di abbandono terapeutico.</em></p>
<p>Se potessi poi ti chiederei perdono. Ma dopo tutto questo tempo ho imparato a non domandarti niente. Non perché tu mi abbia deluso, anzi, il tuo cuore è così forte che fa sembrare il mio un confetto colorato per il battesimo. Il tuo cuore ha retto alle piaghe, ai muscoli atrofizzati, agli stimoli perduti chissà dove, alle flebo, al catetere, e alle analisi. Ha sopportato le curiosità degli altri, le ansie pure mie, il dolore, l’assenza. Ha battuto, come un metronomo infallibile, l’inutilità della giustizia e le aspettative di vita trasformate in attese di morte. Hai avuto anche tu i confetti rosa. I confetti e il mio cuore. Con le bomboniere, e i veli chiusi a sacchetto e i nastri sintetici che è sempre meglio tagliarli che provare a scioglierli. Se avessi saputo che sarebbe passato tutto il tempo, forse ne avrei conservato uno. E invece adesso sto con una mano vuota e l’altra greve. Mi piacerebbe che fossimo soli, tu e io, a piangerci la nostra disgrazia, tu a morire e io a ricordarmi ogni mio fallimento. Se potessi ti chiederei perdono per aver sperato tanto a lungo. Che ti svegliassi, che scegliessi un nuovo paio di occhiali da sole, che sbagliassi così da poterti rimproverare.  La normalità invece è molto oltre quella porta. E anche oltre mare. In un paese dove solo i bambini giocano a indiani e cowboy e le persone adulte, i cittadini, provano a pensare a quanto fosse grande l’America per tutti e basta. E quindi basta sparare. Dove i politici si preoccupano delle scuole pubbliche, delle risorse energetiche, delle unioni civili, della produttività, dell’autobus, della dignità degli individui.</p>
<p>E invece anche qui fuori ci sono i furgoni delle televisioni, e quelli delle radio. E io e te non siamo soli. Ci sono centinaia di persone che hanno paura come me della morte ma che non ti hanno mai visto in faccia e quindi possono sperare. Persone che ripetono Voi siete le tenebre. E io vorrei che davvero ci fosse buio. E io vorrei davvero che sia fatta la tua volontà figlia mia anche se per un vizio di forma non è proprio una Dichiarazione Anticipata di Trattamento. Io dico Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno e pure me che somiglio a ogni tentennamento di ogni uomo. Solo che mi tocca scegliere.</p>
<p style="text-align: center;"><em><br />
Art. 1<br />
(Tutela della vita e della salute)</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>2. La Repubblica, in attuazione degli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione, tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce la dignità della persona umana riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina.</em></p>
<p>Non ti posso dire niente, non ti posso dare niente. Forse ti ho detto che la lotta deve essere democratica, che ciascuno sceglie per sé e in base al principio di non ledere a un altro. Ti devo aver detto di studiare tutto perché è importante ma di imparare come se tutto potesse essere sbagliato. Oggi ho capito di averti insegnato male, di aver omesso che in un paese dove non esiste la fecondazione assistita per i single e qualcuno dichiara che anche tu puoi averne, è falso che si sceglie in base al principio di non ledere nessuno. Che in un paese dove si dà dell’omicida a un padre che ha reso norma e comma il corpo della figlia, la democrazia ha fallito.</p>
<p>Io non ho più figli. I figli sono quelli degli altri. Crescono, sbagliano, partono, ritornano. Comunque stia finendo, con i carabinieri che controllano le carte e le latte per trovare pulci che comunque salteranno fuori, e l’ultimo ciarlatano ha il diritto di vestire un piviale, io mi sento fortunatissimo, perché una figlia l’ho avuta. E non capita a tutti. Io posso dire di averti avuta.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Art. 7<br />
(Fiduciario)</em></p>
<p><em>6. Il fiduciario si impegna a verificare attentamente che il paziente non sia sottoposto a nessuna forma di eutanasia esplicita o surrettizia.</em></p>
<p>Per questo, prima di chiudere la porta, mi affaccio, e sorrido e prego i medici di passare tra un attimo per controllarti la pressione e per spostarsi dal lato destro a quello sinistro. Mi sorridono senza stupirsi della mano dietro la schiena, perché con l’altra faccio ciao ciao.</p>
<p>Possiamo provare che la vita è qualcosa di più degli impulsi elettrici, del fiato, dell’anima e quindi anche qualcosa di meno di meno. Possiamo provare che la morte è qualcosa di più di quella accertata ai sensi della legge 29 dicembre 1993, n. 578. Quando ci siamo mangiati l’ultimo panettone e tu ti sei imbronciata perché mamma aveva dimenticato di prendere quello senza canditi. E quindi anche qualcosa di meno.</p>
<p>Possiamo riprenderci la normalità, riportarci nel mondo di tutti gli altri. Se muori in mezzo al sangue sei stata viva, dovranno ricordarselo, e rendersi conto di quanto è diverso adesso. Dovranno capire.</p>
<p>Se vedono il rosso del sangue, il grigio del cervello, il viola del livido, il nero fumo del colpo. La macchia di Roscharch del futuro. Dovranno capire.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Art. 2<br />
(Divieto di eutanasia e suicidio assistito)</em></p>
<p><em>1. ogni forma di eutanasia, anche attraverso condotte omissive, e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio sono vietate ai sensi degli articoli 575, 579, 580 del codice penale.</em></p>
<p>Mi avvicino, sospiro, seguo i tubi come fossero un sentiero luminoso che mi conduce a un’asta di ferro che mi porta a terra. La terra mi ferma gli occhi. I miei e quelli di tutti. Non vogliono ascoltare né la legge né il buon senso perché sottoterra non vede nessuno. Mi avvicino, sospiro, accarezzo il grilletto. Vorrei che fossimo tutti e due freddi e forti come il ferro.</p>
<p>Mi avvicino, tengo la pistola su un fianco. Come fosse pericolosa. Ti guardo la fronte, scivolo sul naso, salto sulla bocca. Respiri e a me si ferma il fiato. Per un attimo è come se avessi sparato e potessi bearmene. Mentre tu respiri e io non sono più capace so che è la cosa giusta. La grammatica non concede ipocrisie, la mia mano non trema.</p>
<p><span style="color: #800000;">[articoli e premessa sono escerti dal Disegno di legge “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”, relatore Raffaele Calabrò, versione del 26 gennaio 2009, Quasi falso è stato scritto per <em>Storyville - Radio3</em> ed è andato in onda il 27 Marzo 2009 con il titolo <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/11/13/quasi-falso/" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/www.nazioneindiana.com/2009/11/13/quasi-falso/?referer=');">Quasi Falso</a>]</span></p>
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		<title>Perdi il lavoro, scade il permesso, diventi un matto che parla da solo per strada</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 16:20:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Cleophas Adrien Dioma]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[permesso di soggiorno]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono a volte non basta a poter sopportare il peso della vita. Penso ad una signora ghanese conosciuta tre anni fa. Avevo anche scritto un testo su di lei. Invalida, con pochi punti, non aveva diritto alla pensione e non riusciva più a lavorare. L’ho vista l’altro ieri. Matta. Parlava da sola. <span id="more-485"></span>Non sapeva come fare a tornare e raccontare che era andato tutto a puttane, che l’immigrazione non era tutta rose e fiori, che qualche volta va male. Molto male. Pensava alla sua famiglia rimasta lì, ai figli. Cercava delle risposte a questa vita senza senso. Non le aveva trovate. Quando l’ho vista camminare gesticolando, mi sono nascosto. Ho avuto vergogna, paura che mi potesse riconoscere. Penso al mio amico Fofana. Lo incontravo ogni tanto in giro di notte. Sempre da solo con la birra in mano. Aveva perso il lavoro, era stato cacciato dalla moglie, era finito sulle strade. Era il ragazzo più simpatico che avessi mai conosciuto, rideva sempre, dava sempre una mano  a tutti. Sempre disponibile. Poi basta poco. La perdita del lavoro, il permesso scaduto, i problemi a casa e finisce tutto nel buio. Ho saputo che la famiglia in Africa ha fatto una colletta per farlo tornare. Hanno mandato suo fratello per riportarlo a casa. Lui è stato fortunato. Molti sono rimasti qui. Ne vedo tanti. Quelli nelle piazze sempre con la birra in mano, sempre ubriachi, sempre pronti a litigare. Quelli dentro i “bar” in via Palermo. Penso ad una signora ivoriana, separata, con la figlia affidata ad una famiglia italiana. La vedo spesso in giro. Cammina. Cammina. Qualche volta sorride. Qualche volta si ferma. Così, senza nessun motivo. Parla da sola e poi ricomincia a camminare. La vedo ovunque. L’ultima volta che l’ho vista era vicino al Duomo. Seduta. Testa bassa. Gli occhi persi. Ho chiuso gli occhi… Sono i falliti dell’immigrazione. Quelli che non sono riusciti a capire i meccanismi della vita lontana da casa. Quelli che non hanno trovato delle risposte a questa vita. Quelli che non riescono ad accettare che abbiano speso così tanti soldi, energia, sacrifici per poi ritrovarsi a vivere questa vita da indesiderato. Senza terra. Senza identità. Senza voce. Non hanno avuto la fortuna che ho io: non solo avere delle persone che mi vogliono bene, ma anche poter scrivere. Scrivere mi ha aiutato a vivere i drammi di questa mia vita d’immigrato. Ascoltare la mia voce interiore e poter scrivere quello che mi diceva è stato fondamentale. No, vitale direi. Questo piccolo auto aiuto psicologico è stato molto importante nella mia vita. Da noi non c’è la cultura di andare dallo psicologo. Per non parlare dei costi che comporta. Purtroppo con gli amici conosciuti qui si fa qualche volta fatica a parlare di tutto. Non ti “conoscono”. Non conoscono la tua storia. Non possono capire come vivi certe situazioni. Non ti fidi. Allora a volte si è soli, soli con i propri fantasmi. Bisogna avere la forza di non lasciarsi andare. Io ci sto provando. Ma tanti di quelli che conosco non ce l’hanno fatta. E li vedo. Sulle strade. Persi. Soli con le proprie domande. Domande senza risposta.</p>
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		<title>mi basta accelerare</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 07:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
				<category><![CDATA[il racconto]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Everybody must have a fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Le persone si spaventano, tremano e qualche volta piangono. Io no. Il motorino mi ha salvato. Da quando ce l’ho, se mi innervosisco o mi innamoro, mi basta accelerare. Non devo nemmeno cambiare le marce. Basta un poco di equilibrio. E capire che in movimento spostare il corpo significa spostare il mezzo, cosa che da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le persone si spaventano, tremano e qualche volta piangono. Io no. Il motorino mi ha salvato. Da quando ce l’ho, se mi innervosisco o mi innamoro, mi basta accelerare. Non devo nemmeno cambiare le marce. Basta un poco di equilibrio. E capire che in movimento spostare il corpo significa spostare il mezzo, cosa che da fermi sarebbe impossibile. È come essere un centauro, ma i centauri non mi piacciono, sono ambigui.</p>
<p>E poi avere la testa di un uomo e l’aggeggio di un cavallo è una fortuna troppo sfacciata.</p>
<p>E poi se sei un centauro stare fermi o in movimento non cambia nulla.<br />
E poi ancora a scuola Mitologia si studia in seconda e io ormai sto in terza.Se avessi avuto un cavallo di legno, forse sarei stato furbo.<br />
<span id="more-432"></span></p>
<p>Prima del motorino c’erano solo i libri che però se ti innervosisci non puoi farci niente. Nemmeno sbatterli per terra, perché al più si spaginano. E che hai fatto con un libro senza pagine?. Da quando ho il motorino quindi mi sento un cavaliere, offro un passaggio alle mie compagne di classe e mi fermo prima delle strisce pedonali per far passare la professoressa che va a prendere la macchina e aspetta, lunghi minuti e quattro frecce, ferma nel traffico che si decongestiona. Invece io, il mio motorino e la mia pulzella ce ne andiamo di gran carriera.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta e la mia dama mi stringe più forte e tutto è in ordine. Per qualche minuto. Poi la mia dama che ha una borsa e non uno zaino lancia un urlo e l’urlo mi sposta, mi sbilancia, quasi cadiamo, ma il mio cavallo si fida di me e io di lui e riusciamo a fermarci. La mia dama ha gli occhi lucidi. Tra spavento e rabbia e mi dice Ma che miseria stavi guardando?. Che non è proprio un’apostrofe da dama. Ma non sempre corrispondiamo all’idea che coltiviamo di noi stessi. Figuriamoci se gli altri possono. Ma non lo vedi che potevamo spalmarci sull’asfalto?. Che è un po’ come quando un cavaliere lascia le insegne del proprio regno per darsi alla macchia. Ma non l’hai visto quello che veniva dall’altra corsia che si è avvicinato si è avvicinato si è avvicinato e mi ha sfilato la borsa, Eh?</p>
<p>Sbigottisco, ma senza arrabbiarmi, guardo in fondo alla strada c’è una macchia tutta nera, motorino nero più cavaliere nero su motorino nero, senza pulzella. Che portavi nella borsa?, Che domande fai?, il quaderno di latino, Te le passo io le versioni, Ma che mi importa!, Come ti pare allora, Ma non mi accompagni a casa?, Sali ma non spostarti mai più a quel modo altrimenti cadiamo, Ma mi hanno scippato la borsa, Non ti hanno scippato la borsa, la tua borsa era il bandolo di una giostra, Ma che vai dicendo?, Madama il vostro problema è che la giostra è fatta da cavalieri, dovreste rimanere sugli spalti, non sulla mia sella, Tu sei pazzo in testa, me ne vado a piedi, Allora i miei omaggi madama, Ma va’ va’.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, faccio inversione di marcia, la mia dama mi dice qualcosa col suo linguaggio postribolare ma l’effetto doppler lo deforma, la macchia nera motorino nero più cavaliere nero mi aspetta, spavalda. Il cavaliere fuma e fa dondolare la borsa. Freno lo guardo negli occhi e il cuore accelera. Mi sorride. Ti ho visto guidare e volevo sfidarti ma dovevo toglierti quella da dietro le chiappe, Ah messere!, nonostante la faccenda mi secchi sono io a dovervi sfidare per restituire la borsa alla pulzella che mi scaldava le terga, Aspetta dolcezza, prima di sfidarmi devi dimostrare di saper fare quello che ho fatto io, portami una borsa e ne riparliamo, E le lance?, Ho due ombrelloni così quando ti toccherò non ti squarcerò il petto, Buona idea messere, così non vi farete troppo male, perché sarò io a infilzarvi, Portami la borsa e poi vediamo, altrimenti mi toccherà sceglierne un altro.</p>
<p>Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, la folla si dirada, le macchine spengono le quattro frecce e avanzano, gli ultimi studenti assaltano l’ultimo autobus azzurro, una donna con una borsa al braccio cammina sola sul ciglio della strada. Respiro piano, mi assicuro che la presa delle dita sia serrata ma non chiusa, sono un cavaliere e non voglio tirarla a terra e nemmeno che si faccia male. Il mare mugghia in fondo alla stradina, pare una folla, l’asfalto sotto al sole d’inverno prende il colore della terra battuta, il mio motorino è imbizzarrito come un cavallo e la donna sul ciglio della strada è ferma come un buratto che sostiene banderuola. La mia.</p>
<p>Roteo il polso, allento le briglie, la pressione dell’aria sul viso aumenta, mi sporgo un poco e il motorino si inclina come deve, tiro appena le briglie perché la velocità e la precisione sono difficili da ottenere in contemporanea, quando arriverò in quinto e alla seconda guerra mondiale sarò un cecchino, velocità e precisione, la signora raddrizza le spalle, il buratto cambia posizione sotto un alito di vento o per la pressione emotiva della folla, allungo il braccio ancora apro le dita afferro la piccola tracolla della piccola borsetta da passeggio. Non è rubare, la borsa sarà restituita dopo aver dimostrato la propria nobilitate. Qui si parrà. Ho la borsa, la alzo in aria, sparisco dietro una curva, sfreccio veloce sotto il naso della macchia nera che mi lancia la borsa della mia donzella, riappaio nella strada ma una nuvola ha coperto il sole e l’asfalto è asfalto e il mare s’è quietato e la folla è sparita. La signora è a terra, il buratto è caduto, penalità, mi avvicino, scendo, la scuoto, non si muove.</p>
<p>Se avessi avuto un cavallo di legno, forse.</p>
<p>Certe volte quando le persone si spaventano, o si innamorano, invece di roteare il polso, come me, roteano il cuore e scoppiano. Muoiono. La mia banderuola era troppo pesante, la mia banderuola era di carne. Penalità per chi colpisce il buratto.<br />
Per me.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Everybody must have a fantasy</em><br />
A. Warhol</p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #800000;">[Questo racconto è stato pubblicato su <em>Purple Magazine</em> (maggio 09) col titolo <em>Pari e patta</em>]</span></p>
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