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	<title>piazzaemezza &#187; il fondo</title>
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		<title>nel volgere di pochissimo tempo</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 15:11:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel volgere di pochissimo tempo, un tale mai visto né sentito prima prende e rovescia l’ordine cinquantennale della più grande industria italiana, mette per strada migliaia di dipendenti, chiude fabbriche, delocalizza, straccia la contrattazione nazionale, sbatte fuori i comunisti, forse se ne va dall’Italia o forse no. Si chiama Marchionne. Di fronte a questo qua sono rimasti tutti a bocca aperta, nessuno sa bene che cosa fare, si può tenersi stretto l’articolo diciotto, questo sì, ma altro? La domanda è &#8211; che tipo di politica ci vuole per gente come questa, che nel prossimo futuro si prevede in aumento? Quale spazio polemico, di conflitto si deve pensare per istituire una nuova comunità degli uguali in questo scenario brutale e fulminante? Uno dei primi atti del governo-Monti è stato di rendere omaggio a questa specie di immaginetta scurrile dell’ancora sempre nuovo capitalismo, per mezzo di due suoi eminenti ministri. No, non per rendergli omaggio, per confrontare le strategia dell’azienda rispetto alla linea difensiva del governo. Si sa infatti che il governo-Monti è nato per difendere gli italiani dagli attacchi della speculazione internazionale. Ma la sensazione generale è di giacere sul letto di Procruste. Chi era e che cosa faceva questo qua. Era un individuo maligno che assaliva passanti e viaggiatori per rapinarli e per farlo li stendeva su un letto e ne amputava gli arti, li scorciava a misura del letto stesso. Ciò che infatti sta capitando ora da queste parti. Equità – occorre che ciascuno paghi secondo la propria misura – in un certo qual senso è l’amputazione consensuale, è concedere a questi Procruste di adesso la piena libertà di assalire, amputare, rapinare. Bisognerebbe piuttosto dire &#8211; disuguaglianza, non facciamo più una comunità degli uguali. La configurazione dell’essere insieme rimane indispensabile, ma quello che si sta vedendo attualmente è che la politica non è ormai più disgiungibile dalla gestione affaristica, e però è forse necessario che una parte dei tutti venga lasciata, che coloro i quali hanno oggi una posizione, non di privilegio, ma di Procruste, cui non intendono rinunciare, siano abbandonati a loro stessi e perdano la posizione – “E anche il perdere è nostro”, scrive Rilke allo scrittore tedesco Carossa – una volta nella perdita, torneranno a essere nostri, così come noi siamo sempre stati nostri perché siamo stati sempre nella perdita.</p>
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		<title>democrazia commissariata</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 08:32:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Recentemente Etienne Balibar, a proposito della crisi politica, consustanziale alla crisi economica e finanziaria, ha richiamato la nozione di <em>democrazia commissariata</em>, elaborata da Carl Schmitt e già prima da Jean Bodin. Evidentemente non solo l’Italia sta sprofondando in questa palude, ugualmente la Francia, per esempio, o la Germania. La specificità italiana sta nel fatto che il commissariamento della democrazia consegue a un governo sommariamente definibile come populista, i cui apparati ideologici ora sostengono <em>grosso modo</em> la medesima tesi sostenuta da Balibar. Al di là di quanto si sa e si può ancora sempre sapere della democrazia, essa è ormai percepita dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale come la forma di una promessa costantemente delusa – con una mano promette uguaglianza a tutti, con l’altra assicura a pochi l’egemonia su molti. Infatti non va sempre a finire che i poveri restano sotto e i ricchi sopra, e non vuol forse dire questo che i poveri non sono intelligenti quanto i ricchi? In altre parole, ci si prova, si continua a provarci, ma si sappia che difficilmente ci si potrà riuscire. Trattasi della stessa procedura logica del capitalismo, tant’è vero che democrazia e capitalismo sono congiunti da tempo,  ma patrilocalmente congiunti.<span id="more-1459"></span> Il regime forzaitalia-fascio-leghista, nel corso di diciassette anni, ha attuato questo modello ingannevole principalmente ovvero rovinosamente sulle fasce meno abbienti della popolazione, le quali, lasciandosene ingannare, lo hanno, a loro volta, perpetuato. È interessante notare che coloro i quali hanno agito questa gigantesca contraffazione sono gli stessi che ora paventano il pericolo di una democrazia commissariata, la cui rappresentazione forse più inquietante è stata offerta dal lutto vestito dall’on. Scilipoti, il giorno della votazione della fiducia al governo Monti. Si può dire di essere di fronte allo “schlechte Unendliche” hegeliano, dove la forma già ormai pervertita della democrazia subisce una ulteriore torsione. Tanto la nozione di socialismo, che la nozione di comunismo si sono (sono state) rese, almeno momentaneamente, inservibili, la democrazia è il luogo nel quale si sono ristrette le speranze di creare ancora una comunità della condivisione, è l’ultima parola che resta a fungere da antidoto contro (…), ma, a quanto pare, affinché anch’essa non venga contraffatta, non sono più sufficienti le pratiche di contro-potere.</p>
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		<title>governo Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 16:35:36 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Numerose e opportune possono essere le ragioni a sostegno dell’incarico a Mario Monti. Numerose e opportune le ragioni contrarie all’incarico del medesimo. Verosimilmente quello che si sta cercando di fare è creare un asse Roma-Francoforte ovvero Draghi-Monti per reinserire l’Italia nel circolo virtuoso, se così si può ancora dire, dell’euro, un’operazione in puro stile Realpolitik, all’altezza della formazione politica di Giorgio Napolitano, che, in seno al Partito Comunista Italiano, concorreva all’ala amendoliana, la fazione considerata moderata, industrialista, mercantilista. Al momento si ignora quante chance di successo possa avere il tentativo del Presidente della Repubblica, si sa che il PdL è attraversato da una forte spaccatura, è dunque prevedibile che il partito non sia in grado o non intenda garantire il sostegno al Presidente del Consiglio in pectore, ciò che, nel medio periodo, potrebbe originare una scissione che confluirebbe nel cosiddetto terzo polo. In questo caso Monti mancherebbe della maggioranza numerica, nondimeno parrebbe assai poco vantaggioso per il PdL subire una simile sorte, che lo indebolirebbe e sottometterebbe senza meno alla prevalenza della Lega. All’apparenza l’ex maggioranza è in un cul-de-sac, non sembra avere molti margini per sottrarsi alla prova di forza predisposta da Napolitano e dal suo<span id="more-1443"></span> entourage. Nel centro-sinistra la situazione si presenta assai meno agitata. Trascurando le riserve e le critiche alla nomina di Monti all’interno del PD, sicuramente poco pregnanti, l’IdV intende mostrarsi come una sorta di linea Maginot, nella misura in cui agirebbe l’unica resistenza all’avanzata degli gnomi di Francoforte, una posizione politica certo fondata, dalla quale tuttavia traspare con evidenza il calcolo politico, che eo ipso la indebolisce. Limitandosi per il momento a una osservazione superficiale, l’operazione di Realpolitik tuttora in corso non sembra essere granché diversa da quella attuata da Kohl all’indomani della caduta del muro di Berlino o da quella attuata da Ciampi nel 1993 – è la configurazione di un potere al quale si deve obbedire allo stesso modo in cui un essere vivente obbedisce alla legge del proprio organismo. Questo, almeno, è quanto si vorrebbe far credere, ma la politica è per davvero creazione di spazi finzionali, che divengono reali quando la ragione vi si trova irrimediabilmente implicata, come nel caso della presente congiuntura.</p>
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		<title>un&#8217;idea di speranza</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 11:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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		<category><![CDATA[18 ottobre 2011]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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[l'intervista che segue è uscita su l'Unità del 10 Ottobre 2011, in occasione degli 80 anni di Andrea Zanzotto]
Andrea Zanzotto compie ottant&#8217;anni, ma non vuole festeggiamenti, con la sua dolcezza ironica e sovversiva, dice che la strada della poesia l&#8217;ha avuta sempre davanti, è stata per lui un rifugio, ma si sente ancora nello stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/10000/8084.xml?key=ottieri+%2B+zanzotto&amp;first=1&amp;orderby=1" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/cerca.unita.it/ARCHIVE/xml/10000/8084.xml?key=ottieri+_2B+zanzotto_amp_first=1_amp_orderby=1&amp;referer=');"><br />
[l'intervista che segue è uscita su l'Unità del 10 Ottobre 2011, in occasione degli 80 anni di Andrea Zanzotto]</a><br />
Andrea Zanzotto compie ottant&#8217;anni, ma non vuole festeggiamenti, con la sua dolcezza ironica e sovversiva, dice che la strada della poesia l&#8217;ha avuta sempre davanti, è stata per lui un rifugio, ma si sente ancora nello stato di cultore della poesia, dato che i poeti sono rarissimi. Ricorda che quando egli era ragazzo il poeta era una figura di scarsa attendibilità, qualcuno che guadagnava senza lavorare, o lavorando poco. Zanzotto lavora invece moltissimo, di notte soprattutto, a fissare sulla carta i versi che gli capitano in testa, e più diventa vecchio, più lo sgocciolio del tempo si fa veloce e di colpo si accorge che sono le due. Quando nel sonno denso e opaco dei sonniferi riescono a farsi avanti i sogni, allora gli appare una dilatazione del paesaggio, luoghi sconosciuti ancora da scoprire in quel perimetro geografico che è stato necessario alla sua poesia, prati, clivi, forre, acque, boschi ancora capaci di «stemperare l&#8217;idea stessa di trauma» <span id="more-1366"></span> come recita un verso dell&#8217;ultima raccolta Sovrimpressioni,  malgrado il minaccioso «cannibalismo» esercitato sul territorio della sua regione, e non solo, si sia fatto soffocante e invasivo come un tatuaggio, sovraimpresso, come la sentenza ai condannati nella colonia penitenziaria di Kafka. È un tardo pomeriggio di luci «tese e inquiete», dice il poeta, camminiamo lungo uno dei suoi quotidiani itinerari, intorno al paese di Pieve di Soligo, dove è nato e da cui si è allontanato solo negli anni del dopoguerra per andare a insegnare nel Vaud, nella Svizzera francese, quando qui non si trovava lavoro. Che cosa è successo nella testa delle persone, perché questa furia distruttrice? «Credo non ci sia mai stato in chi era chino a lavorare la terra un senso del paesaggio che gli era duramente impedito, ma esisteva qui sullo sfondo della presenza di pittori anche grandi come Giorgione, Tiziano, Cima, un&#8217;educazione alta nelle classi superiori e diffusa tra operai e artigiani. Mio padre che era insegnante e pittore, ed era cattolico e socialista, aveva diretto finché fu possibile la scuola di pittura e di disegno per chi emigrava specialmente in Francia. Il sacrificio dell&#8217;emigrazione permise una rapida ripresa che raggiunse un equilibrio verso gli anni 70, per poi cambiare completamente caratteri. La devastazione vera e propria comincia nei primi anni Novanta con la crisi della lira, gli artigiani più laboriosi hanno guadagnato in fretta con le esportazioni e da allora si è scatenata questa specie di febbre dell&#8217;ampliare sempre più i laboratori fino a superare ogni limite».  Tra gli effetti di tale frenesia c&#8217;è quello che Zanzotto chiama un «mafieggiare» diffuso e insieme una specie di schizofrenia, per cui uomini che devastano nello stesso tempo convivono con altri che si danno alla solidarietà. È poi necessaria, chiedo, questa corsa vorticosa e cieca? Proprio sull&#8217;Unità, di recente il filosofo Paul Virilio diceva che la velocità è già guerra. «I libri di Virilio mi hanno confermato quanto avevo intravisto anch&#8217;io. Quest&#8217;idea di velocizzazione collegata al vero e proprio fondamentalismo capitalistico che sta trionfando, ci porta a un ottundimento generale che non avrei mai previsto». Si è intaccato il senso di un&#8217;etica profonda collegata alla possibilità stessa che esista qualche cosa, un&#8217;etica prereligiosa, per cui anche i più sofferenti tendono a restare dentro quello che Sandro Penna chiamava &#8220;il dolce rumore della vita&#8221;». Nella situazione italiana, che Zanzotto chiama «corpo anomalo e indefinibile», ci sono altre componenti paradossali derivanti dal fatto che il nostro paese è uscito molto tardi da una situazione di colonialismo nell&#8217;800 per trovarsi in tempi più recenti nella ben nota sovranità limitata. «Nella globalizzazione c&#8217;è un&#8217;ulteriore sovranità che potrebbe forse darci qualcosa di veramente nuovo, se diversamente organizzata. Ma c&#8217;è una sporporzione, soprattutto nel suo incrocio con le potenzialità della rete che offre una massa enorme di sapere affidata a una memoria di silicio, quasi imbalsamata, eppure scatena un incontenibile turbinio». Riesce a intravedere qualcosa di interessante in questo turbinio, qualche luce di un nuovo umanesimo che potrebbe nascere dalle convulsioni di questo mondo «hard-soft-warizzato»? «In certi settori è visibile una positività, ma l&#8217;insieme che viene offerto è immane, cioè sproporzionato all&#8217;uomo che lo riceve e al suo tempo umano. Restano timori molto forti, rafforzati oggi da mille altre insicurezze spaventose. C&#8217;è una grande confusione alimentata da un&#8217;inerzia giornalistica che si allea parassitariamente alle banalità della televisione. Tra l&#8217;altro vengono spesso usate parole che veicolano errori gravissimi, per esempio la parola razzismo che dovrebbe uscire dal vocabolario perché dimostrata falsa ormai da un&#8217;infinità di studi sull&#8217;unità del genere umano. Le differenze antropologiche e culturali certo necessarie, possono essere terribilmente appiccicose e su di esse si fondano anche i tetri fondamentalismi localistici mossi da spinte irrazionali o addirittura patologiche». Si vede in lontananza il profilo scuro del Bosco del Montello, quello del Galateo in bosco, uscito nel 1978, che Zanzotto considera il suo libro più importante. «Il Montello è un&#8217;ampia collina coperta da un bosco favoloso e fu teatro di quasi tutte le contraddizioni della storia umana, vide gli splendori del Rinascimento e conobbe gli orrori della Prima Guerra Mondiale. L&#8217;idea dell&#8217;esistenza di una linea degli ossari che taglia l&#8217;Europa mi balzò evidente perché collegata quasi a un destino di conflittualità tra mondi tutto sommato vicini che può riscatenarsi ad ogni momento. Più passa il tempo e più ci appare quanto siano stati vani i conflitti armati, mentre purtroppo l&#8217;orribile parola guerra tende sempre a riapparire sulle bocche umane». Durante la Seconda Guerra Mondiale Andrea Zanzotto con un gruppo di pacifisti a oltranza che avevano il loro maestro in Antonio Adami, ha preso parte alla vita della brigata partigiana Mazzini nel settore dell&#8217;informazione e della stampa. Del resto l&#8217;antifascismo era di casa, il padre Giovanni subì una sorta di confino a S.Stefano di Cadore e nel 1930 la famiglia fu sul punto di partire per la Francia dove egli restò a lungo. «Ritornando alla guerra ricordo quel periodo tragico della Resistenza tra il 1943 e 1945, qui ci furono tremende rappresaglie, furono bruciate più di duecento case e massacrati quei dannati numerosi ostaggi. Tutta la popolazione fu coinvolta». A proposito di orrore, Zanzotto accenna all&#8217;immane tragedia dell&#8217;11 settembre, ma per capire, dice, ci vorrà molto tempo, le cause sono moltissime, ma i moventi recenti si rifanno a un Islam che non è mai esistito. Ci fermiamo in un bar dove da un tavolo di giocatori di carte si levano boati dialettali. Parlano il dialetto antico e il poeta mi invita ad ascoltare. Chiedo a Zanzotto come si sente a questo punto del suo percorso arduo e solitario. «Più si invecchia più ci si sente raso terra, con la testa che esce sempre meno da terra. Essendo agnostico totalmente e sapendo di non sapere nulla, posso tenere aperta un&#8217;idea di speranza, ricollegarmi a quell&#8217;idea dell&#8217;etica perenne e primordiale che rende possibile la vita anche come ardore, ma non so se nel clima di abbrutimento attuale le condizioni per preservarla possano resistere. Quanto ai destini della poesia, posso parafrasare quello che Manzoni diceva della Provvidenza: La c&#8217;è, la c&#8217;è la poesia, se non altro quella di Dante».</p>
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		<title>o la borsa o la vita</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 17:12:47 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[o la borsa o la vita]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[seduzione del potere]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo vissuti per anni sotto il diktat, di stampo machiavellico, del &#8216;potere che logora chi non ce l&#8217;ha&#8217;. Era una stupidaggine, ma erano in pochi a saperlo. E soprattutto negli anni sono rimasti in pochissimi a esserne pienamente convinti, anzi come visione è diventata talmente originale da esser messa al bando, come ogni piccolo fiato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo vissuti per anni sotto il diktat, di stampo machiavellico, del &#8216;potere che logora chi non ce l&#8217;ha&#8217;. Era una stupidaggine, ma erano in pochi a saperlo. E soprattutto negli anni sono rimasti in pochissimi a esserne pienamente convinti, anzi come visione è diventata talmente originale da esser messa al bando, come ogni piccolo fiato di pensiero indipendente è stata espunta in maniera capillare, altrimenti se no dimostrava che si può avere, un qualsiasi brano di pensiero indipendente.</p>
<p>Ora che è vero il contrario è sotto gli occhi di tutti in molte parti del mondo, vale a dire che il potere è un fattore di logoramento inesorabile, si fa di tutto, mi sembra, per non accorgersene. La realtà infatti dimostra il contrario, e ha dimostrato miliardi di volte in migliaia di anni che l&#8217;assioma resta invece che, almeno da punto di vista cognitivo, intelligenza e potere sono incompatibili, vale dire, da una parte l&#8217;intelligenza autentica abbisogna di condivisione e apertura che la possono mettere a volte in balìa degli avvenimenti, altrimenti non può nemmeno crearsi e ricrearsi ad ogni momento, dall&#8217;altra quella del potere è condizione talmente intensa, faticosa, innaturale e stressante che uno può essere anche molto intelligente, ma man mano che si trova a gestirla deve necessariamente chiudersi, difendersi, rendendo difficile qualsiasi scambio e ricambio vero. Difatti la seduzione che il potere esercita ha fatto slittare il senso della parola intelligenza fino a equivalerla a furbizia, che invece ha poco a che fare, visto che è la reazione di difesa in uno stato di debolezza, di viltà perfino.</p>
<p>Ed è infatti la seduzione del potere l&#8217;unico immenso problema. Trattasi di una malattia che va curata assolutamente e personalmente, perché si annida anche in chi pensa e dice e sbraita di no, altrimenti ci verrà naturale continuare a credere che i potenti abbiano un buon grado di intelligenza, autentica intelligenza nel senso radicale di euristica delle cose del mondo, che siano in qualche modo capaci insomma. Cosí siamo portati a credere che se uno appare tutto il tempo e dappertutto, ha i galloni e la voce in capitolo, indossa una postura potente, che uno cosí minimo minimo sappia di cosa parla. <span id="more-1347"></span>Non solo i politici intendo dire, ma chiunque gestisca, come si dice, un brano del potere cosiddetto, vale a dire si trovi nella, a guardar bene sgradevole condizione di dover decidere per gli altri.</p>
<p>Se l&#8217;ottica non diventa invece che le idee gliele forniamo tutte noi, ogni giorno ed ogni momento, coi nostri comportamenti, non possiamo nemmeno sognare di uscirne, da questa che appare sempre piú una condanna a vita o forse, piú probabilmente, a morte. È il popolo, o la cosiddetta società civile a fornire le idee al potere, non il contrario, come vien fatto di credere alla mente pigra, rassegnata, sedotta dal potere e dalla sua presunta protezione.</p>
<p>Solo per fare un esempio a caso, la crisi cosiddetta attuale. Da dove viene l&#8217;idea del denaro immateriale, virtuale, astratto che ha permesso la girandola economica folle e mortale, ma del tutto logica a veder bene, in cui ci troviamo? Da dove l&#8217;idea della finanza creativa, con stravalutazioni che annientano il senso comune e susseguenti speculazioni? Se ci pensiamo proprio bene viene dal mercato dell&#8217;arte, che ha cortesemente fornito l&#8217;idea che questo tavolino su cui scrivo può essere di punto in bianco considerato &#8216;opera d&#8217;arte&#8217; e quindi valutato uno o dieci milioni, a patto che la sua &#8216;arte&#8217; sia verificata e certificata da certuni che sono deputati a farlo, vale a dire detengono tale potere. Anche il bicchiere qui davanti all&#8217;improvviso, di punto in bianco può valerne centosettanta. È cosí che è nata l&#8217;idea di un denaro inesistente, basato sul niente, o delle quotazioni che variano a seconda degli stati d&#8217;animo, o, col famoso fenomeno analizzato da Lorenz il meteorologo, del prezzo internazionale del barile di petrolio che cresce se c&#8217;è una lite familiare nelle Molucche. Non ci si crede ma è cosí, difatti è proprio con la crisi alla fine degli anni &#8216;20 che fu fatta una prima prova dell&#8217;efficacia dell&#8217;idea da parte degli speculatori.</p>
<p>Gli esempi possono essere migliaia. Il meccanismo è semplice, le idee al potere gliele forniamo noi, giorno per giorno, gesto per gesto, se da lui siamo sedotti. Questo lo stato delle cose, e bisogna sapere qual&#8217;è lo stato delle cose per inventarsi una via d&#8217;uscita, bisogna dire sono pazzo, o almeno mi comporto da pazzo, per prima cosa, per tentare una qualsiasi cura.</p>
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		<title>leghismo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 08:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea fondamentale del leghismo è il cameralismo, la scienza della pubblica amministrazione elaborata fra il XVII e il XVIII secolo, allo scopo di dotare i principi di strumenti adeguati alla ricostruzione degli stati di lingua tedesca dopo la guerra dei trent’anni. È allora che la Germania assume il suo moderno impianto amministrativo, ancora oggi conservato nei Länder. Si deve al giurista Gianfranco Miglio il tentativo di applicare questo schema all’Italia e la Lega ne divenne presto il braccio militante. Verosimilmente il pensiero di Gianfranco Miglio non era di creare piccole patrie, ma di decostruire il mostro freddo. Dopo l’affaire-Moro, il corpo dello Stato italiano era esangue, non si poteva più credere all’esistenza di statisti, cui potersi affidare beneficamente. È in questa congiuntura, nella quale si avviò l’implosione congiunta dei due maggiori partiti italiani (entrambi legati a una idea di Stato come transustanziazione del popolo), che prese vita l’idea di una scomposizione dello Stato in alternativa alle strategie democristiana e comunista. Concretamente, questo significò l’inizio della crisi del consenso politico dei due partiti, già subito all’interno delle grandi concentrazioni industriali del nord. L’elaborazione teorica di Gianfranco Miglio aveva a suo vantaggio la ragione storica e la ragione contingente, ebbe già subito una necessità. Tuttavia, la macchina militante, cui questo progetto decise di affidarsi, si dotò di un apparato di formazione del consenso affatto reazionario, cosa in sé incomprensibile, dal momento che il progetto di Gianfranco Miglio non si connotava certo come reazionario tout court. Bisognava, però, comprensibilmente, mandare un messaggio netto alle popolazioni del nord (le uniche a essere davvero interessate al federalismo), diverso da quello democristiano, ma anche da quello comunista, che pure aveva costruito il partito nuovo su centinaia, migliaia di quadri, cresciuti sull’identità della buona amministrazione locale. L’identità reazionaria, xenofoba, fascista della Lega finì per determinare la rottura fra Gianfranco Miglio e i dirigenti leghisti. A quel punto, però, la Lega non aveva più bisogno del suo padre fondatore,<span id="more-1299"></span> ne inventò anzi un altro, che non era mai stato tale – volgari, insulsi rituali dissimulano questa infida sostituzione. Tuttora la Lega è questa dissimulazione, soprattutto è il progressivo, furtivo spostamento da una robusta, giustificata teoria politica a una banale, quanto rischiosa manovra di appropriazione di potere. Da questa prospettiva si spiega la ragione che ha indotto la Lega a stringere un’alleanza con Forza Italia e a non sottrarsi alle ripetute richieste di salvataggio del vecchio sistema politico, e si appresti ora a votare contro la richiesta di mandare sotto processo un ministro, indagato per gravi reati di mafia.</p>
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		<title>l&#8217;irriducibile Don Gallo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 07:37:23 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Di un episodio televisivo andato in onda sabato 17 settembre sull’emittente la7, condotto da due giornalisti; ospiti, il già ministro della difesa, benché professore di una disciplina economica, Martino, e l’irriducibile don Gallo. Verosimilmente il motivo della presenza di Martino doveva essere la sua posizione critica nei riguardi della manovra, è immaginabile che da parte dei conduttori si intendesse verificare la reale consistenza della fronda antiberlusconiana in senso alla maggioranza. Ma la presenza di don Gallo ha finito per determinare un’altra verifica, dal momento che questi ha preso subito a parlare di disuguaglianze, di ingiustizie, di resistenza, di lotta. A quel punto Martino ha cominciato a infastidirsi visibilmente, tanto da appellare don Gallo “pretacchione”. Uno dei due giornalisti ha cominciato a incalzare don Gallo chiedendogli quale fosse il suo programma concreto per far fronte alla crisi, alla recessione, a tutte queste cose qua, come a dire “al di là delle cazzate che ti escono di bocca” – ciò che, pure a mezza voce, ha proprio detto Martino (“sta dicendo un mucchio di cazzate”). Don Gallo non è sembrato, per la verità, molto efficace nelle sue risposte, pareva più che altro assegnare l’efficacia delle argomentazioni a un gesto perequativo che compiva compulsivamente, appaiando le mani davanti a sé per significare che si deve essere tutti allo stesso livello, avere tutti le stesse opportunità, ricchi e poveri ugualmente, poiché la terra è di Dio e nessuno può appropriarsi per sé un posto migliore. Su Poros e Penia si è incentrata la replica di Martino. Egli ha detto, più o meno: dove ci sono i ricchi, vivono meglio anche i poveri; ha fatto molto più per i poveri il padre di San Francesco che San Francesco, che invece ha ipostatizzato – non ha usato questo verbo – la povertà. Qui è il fondo del pensiero liberale – quale è l’orientamento politico di Martino – e neoliberista a un tempo. <span id="more-1292"></span>Però è vero, Francesco ha ipostatizzato la povertà, una lezione e una prassi che dobbiamo ancora sempre assumere, che torna alla mente dopo ogni sciagura, dopo ogni catastrofe, allorché gli umani sempre fingono di volgere le spalle al possesso dei beni materiali. Martino non ha avuto il tempo di argomentare adeguatamente il suo pensiero in merito alla crisi, ha solo potuto auspicare sbrigativamente il fallimento della Grecia, per nessun’altra ragione, deve presumersi, se non quella che del fallimento si gioverebbe Poros, che allora potrebbe ricomprarsi l’intera Grecia per due lire. Così è risultato chiaro il fondo di questa crisi, le ragioni dello scontro fra le diverse anime del capitalismo, le sue prospettive; dunque aveva senza meno ragione don Gallo, quando cercava di dire – braccato dai cani neoliberisti che lo hanno immobilizzato – che la soluzione è la piazza, ma avrebbe dovuto articolare eventuali nuove modalità di lotta di questa vecchia guerra, che altrimenti non potrebbe più essere combattuta, viste le ripetute sconfitte subite da Penia. Invita infatti il saggio Qoelet a fare senza reticenze, come unica, triste verità dell’esistenza umana, tutto quanto si è temporaneamente in grado di fare; in altre parole si tratta dell’etica fondamentale del capitalismo, ormai abbracciata da tutti – in ragione di questa etica generalizzata, la debolezza ovvero piccolezza, da intendersi almeno in senso gesuano, di Penia è resa in operativa.       </p>
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		<title>il dio denaro</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 21:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piazzaemezza</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il denaro è (un) dio. Non si tratta del comune modo di dire blasfemo per significare che l’umanità si è votata totalmente a Mammona; il denaro ha effettivamente subito una transustanziazione, è super-smaterializzato (andato oltre la propria intrinseca non materialità), dunque è quasi ormai un puro ente. Da quando è stato dichiarato nullo il Trattato di Bretton Woods, per il denaro non c’è più alcun obbligo di prendere valore dall’altro da sé, esso riconosce per sé il proprio valore – si è ormai di fronte a un processo di autovalorizzazione, che non può che agire, come infatti ha agito, un’euforia diffusa (vedasi il fenomeno delle bolle speculative, le quali delineano perfettamente la logica di deviazione ormai perseguita dal capitale nel post-fordismo). Tale processo si è consolidato nel ciclo di crescita 1983-2007, definito della deregulation, che ha avviato una interazione virtuosa fra espansione dell’indebitamento privato, inflazione e creazione di quella che gli economisti chiamano moneta endogena o privata, in altre parole la moneta che si fa da sé (neoliberismo). Si tratta di un vero e proprio ciclo economico, e non, come si vorrebbe far credere, di decisioni assunte dalle banche. Questo ciclo ultraventennale ha subito un arresto, per la verità niente affatto brusco, allorché si è delineato uno scenario recessivo, di conseguenza è crollata la fiducia nelle capacità di rispettare gli impegni di pagamento, il debito è rimasto e la moneta si è distrutta. Sono intervenuti i governi espandendo la base monetaria e del debito pubblico, il risultato non è stato risolutivo, ma quest’arma – stampare moneta – è forse l’unica in mano ai governi, poiché con il denaro stampato si acquistano i titoli del debito (divenuto ora pubblico, da privato che era) e la moneta da endogena si fa esogena, cioè teoricamente dovrebbe sottomettersi al<span id="more-1271"></span> controllo politico da parte dell’autorità pubblica. Come altro si può chiamare questo processo se non autopoiesi? E non è forse nell’ordine del divino che si deve rintracciare la capacità di autocostituirsi? In tutto ciò, verosimilmente, non c’è nulla di immorale; al contrario, il denaro può davvero essere uno strumento di democratizzazione, ciò che già aveva affermato Spinoza con la sua idea della Borsa come luogo di valore immanente e che Marx ha definito nella formula D-M-D&#8217;, laddove il denaro si muta, nello scambio, in una entità plusvalente ovvero connessa alla produzione di plusvalore agita dall’Arbeiter. Il nodo sta tutto nel controllo politico. È evidente che le banche centrali, il settore finanziario, continueranno a reclamare la propria sovranità, ma non bisogna star troppo dietro ai ragionamenti degli economisti, dei governanti, i quali fanno mostra d’esser allarmati per la situazione finanziaria; essi pensano a altro e parlano fra loro in una lingua criptica; ciò nonostante, è in loro potere far crollare il potere d’acquisto del denaro e aprire un ciclo di impoverimento diffuso, come altre volte è successo. Forse allora è interessante che il capo degli economisti tedeschi abbia rassegnato le dimissioni dalla BCE in segno di disapprovazione verso la politica di sostegno della banca europea nei riguardi dell’Italia. Che la BCE smetta di acquistare i titoli di Stato italiani! Nei confronti della Grecia, la BCE sta ormai mollando la presa – la Grecia andrà in bancarotta –, può fare altrettanto nei confronti dell’Italia; qualcuno ne recupererà i resti a basso costo, se non addirittura a costo zero (come fece Kohl con la DDR all’indomani della caduta del muro). In questa esortazione non si deve leggere alcun distruzionismo, può invece essere un’occasione di falsificazione di un governo truffaldino e a un tempo di veridificazione di nuovi scenari.</p>
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		<title>molti si stanno chiedendo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 12:53:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti si stanno chiedendosi che cosa c’entri la licenza di far fuori un lavoratore dal posto di lavoro con il risanamento del bilancio dello Stato. Forse che a licenziare si fa cassa? Si direbbe proprio di no. Ma si immagina quale possa essere la risposta del ministro Sacconi, quello che più di ogni altro si è battuto per modificare in questo senso la norma che fin qui ha regolato i contratti di lavoro, e cioè: licenziare i neghittosi fa bene alla produttività di un’azienda, pertanto contribuisce al risanamento del bilancio. Non si può dire che sia un ragionamento bizzarro. Questo Sacconi qua viene dal riformismo socialista, è uno che concepisce il profitto dalla prospettiva dell’organizzazione del lavoro.<br />
In un libro di Jacques Rancière pubblicato trent’anni fa, <em>La nuit des prolétaires</em>, <span id="more-1247"></span>un’opera di archivio su quello che egli chiama il “sogno operaio”, si legge la seguente professione di fede di un saint-simoniano: “È bene che il lavoro sia indispensabile, perché, se non lo fosse, i poveri sarebbero completamente sottomessi all’arbitrio dei ricchi, i quali sarebbero padroni di farli vivere o di farli morire, dando o rifiutando loro quanto è di primaria necessità per l’esistenza”. Siamo alla metà del XIX secolo. È la grande illusione del lavoro come strumento di emancipazione, ciò che senza dubbio, nel corso di un secolo e mezzo, ha prodotto risultati notevoli sotto il profilo dei diritti; da alcuni decenni in qua, tuttavia, la situazione è assai cambiata. Ora non sembra più risolutivo affermare il dato puro e semplice della merce-lavoro, dal momento che i capitalisti hanno appreso a desumere la produttività direttamente dai processi di soggettivazione degli individui. Un processo di soggettivazione, quello in cui un individuo pervenuto a un sapere lo agisce creativamente per sé, è stato a lungo irriducibile alle leggi della produzione, ora però i capitalisti stanno adoperandosi con ogni mezzo per renderlo riducibile alle leggi della produzione. Come? Per esempio, attraverso l’uso ormai generalizzato delle assunzioni a contratto, in specie per quanto riguarda il cognitariato. Il licenziamento su base contrattuale aziendale, l’abolizione dell’articolo 18, si inserisce nel quadro di impiego delle risorse umane in contesti produttivi fortemente coatti, per modo che ogni processo di soggettivazione possa essere istantaneamente trasferito nel processo produttivo senza alcun margine di perdita. In altre parole, si cerca di ottimizzare l’intera sequenza del processo produttivo, senza lasciare scarti ovvero senza che al lavoratore possa restare una produttività inespressa, ciò che lo rende potenzialmente pericoloso per il capitale. In questo senso i diritti devono essere ridotti, magari annullati – tutto deve essere di continuo rinegoziato e disporre del denaro per mangiare ogni giorno è già un traguardo. Dal punto di vista del lavoratore, evidentemente, questo programma, già in parte operativo, non può essere accettato, e per una ragione fondamentale, in fin dei conti sempre la stessa, la più banale – l’individuo non può venire ridotto a macchina. Per tornare alla professione di fede soprascritta, si dirà che, fino a quando il lavoro resterà indispensabile per i ricchi, sarà come se fosse superfluo – dovrà, al contrario, assumere una forza di critica per ciò che è, solo allora diverrà forse possibile sottrarsi “all’arbitrio dei ricchi”. </p>
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		<title>tasse II</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Aug 2011 08:48:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Stamane ho pagato le tasse. Come ogni volta, ho avvertito un oscuro, profondo, incomprensibile piacere. Non avete capito male: pagare le tasse mi dà una gradevole indubitabile eccitazione. Non  lo nego: è una faccenda strana. Anomala. Stravagante. Ne ho parlato ad un mio amico psichiatra – ho molti, affettuosi, cauti e solleciti amici psichiatri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamane ho pagato le tasse. Come ogni volta, ho avvertito un oscuro, profondo, incomprensibile piacere. Non avete capito male: pagare le tasse mi dà una gradevole indubitabile eccitazione. Non  lo nego: è una faccenda strana. Anomala. Stravagante. Ne ho parlato ad un mio amico psichiatra – ho molti, affettuosi, cauti e solleciti amici psichiatri – che mi ha guardato con un sorriso non privo di tenerezza. Mi sono chiesto spesso: perché, vecchio idiota, ti fa piacere pagare le tasse? È del tutto chiaro che in questo compiacimento non v’è traccia di esibizionismo civico; non mi offro come modello, come esempio del buon cittadino, virtuoso come un antico spartano. Come tutti gli italiani degni di questo nome, io sono un cittadino mediocre, diciamo pure scadente. So di esserlo, sebbene non sappia dire esattamente in che modo si esprima codesta mediocrità. Lo sono globalmente, come uno è avvocato o padre di famiglia. Segni particolari, nessuno. Credo che tutti gli italiani si sentano più o meno a questo modo. Se l’inglese è impeccabile, o lo era, se l’americano è espansivo, e il tedesco efficiente, l’italiano è colpevole. L’italiano non si stupisce se qualcuno viene arrestato, mai. Lo trova naturale. <span id="more-1219"></span>Solo silenziosamente si stupisce di non essere lui, l’arrestato. Qualcuno recentemente ha scritto che gli italiani dovrebbero fare tutti qualche mese di carcere. Suppongo che il proponente si considerasse estremamente paradossale. In realtà, interpretava l’inconscio collettivo italiano. Gli italiani, man mano che invecchiano, sempre più si rallegrano e stupiscono di non essere mai stati arrestati. Per l’italiano, il fatto di non essere in galera è semplicemente un segno che da noi lo Stato non funziona. E come potrebbe funzionare, avendo dei cittadini come lui? L’italiano libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca. Qualcuno mi dirà: ci stavi parlando delle tasse. È vero: ma non ho cambiato argomento. Personalmente, compiango l’evasore fiscale. Questa figura classica del « cattivo cittadino » evita l’unica forma di riscatto che lo Stato gli offre. Se gli va bene, nel momento in cui evade il fisco ribadisce il suo italiano senso di colpa; si sentirà furbo e scadente. Se non gli riesce, sarà punito, e cadrà nella categoria risibile di coloro che non l’hanno fatta franca. Ho usato la parola « riscatto », a proposito: poiché gli italiani si sentono a piede libero, dunque in una condizione precaria e fragile, sanno di essere ricattabili: poiché non amano lo Stato, e lo Stato non li ama, gli sembra naturale che gli venga chiesto un riscatto, come fanno i sequestratori. Forse è questo il segreto piacere che mi dà pagare le tasse. Io pago, e lo Stato non mi getta in prigione. Vengo restituito a me stesso. Quando esco dalla banca, corro a prendere l’autobus con passo leggero. Sono un evaso con i documenti in regola. È meraviglioso.</p>
<p><span style="color: #800000;">[da <em>Mammifero italiano</em>, Adelphi (2007)]</span></p>
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