È passato quasi un secolo ormai da quando il povero e grande Scalarini raffigurava il capitalista come un grassone vestito col frac, cilindro in testa, e una enorme pancia, da cui escono banconote e monete. Scalarini subì ripetute, durissime aggressioni dai fascisti, ma la sua matita non si fermò, e ancora oggi nell’immaginario comune il capitalista è quel tipo lì. Dall’anarchico David Graeber al commercialista Tremonti, sembrano tutti d’accordo a affermare l’amoralità del capitalismo. Sembrerebbe ristretto, se non addirittura ristrettissimo il numero di quanti continuano a credere nella bontà del capitalismo – dicesi capitalismo finanziario, poiché nell’altro, quello che produce beni cosiddetti materiali, continuano a credere tutti –, si chiamino Draghi, Monti o Lagarde. Ma è soltanto un’apparenza. In realtà è ragionevole sospettare che sia molto maggiore il numeri dei credenti, e sono tutti coloro i quali hanno depositato in una qualche banca una piccola quantità di denaro. Il sunnominato grassone si limita a far affidamento su questa gente qua, e è moltissima gente. Anche quando il grassone si rivolge alla Grecia, mostrando un volto di pietra, neppure tentando di dissimulare il piano di affamamento di un intero popolo, c’è un certo qual smarrimento – probabilmente si vorrebbe che i greci accettassero incondizionatamente i dettami della BCE, considerate le politiche irresponsabili dei governi greci nei decenni scorsi, d’altra parte si teme lo strapotere della BCE, che possa estendere le sue pratiche di governance a qualsiasi stato. In questa prospettiva appare assai significativa l’affermazione di Napoletano – l’Italia non è la Grecia. Alcuni economisti, radicali e nient’affatto radicali, sostengono che default, in definitiva, non sarebbe poi il disastro che s’intende far credere, che la vita andrebbe avanti ugualmente anche dopo il fallimento del sistema finanziario. Ma, trascurando, se mai sia possibile, ogni considerazione riguardante i risparmi ovvero quanto puntellano con il proprio denaro il sistema finanziario, è immaginabile che un default avrebbe all’incirca il medesimo effetto di una istantanea interruzione delle forniture di gas da parte della Russia o dell’Algeria – ne seguirebbe un periodo di caos, al quale si rimedierebbe certamente, ma a quale prezzo e in quanto tempo? Il denaro è davvero, come si afferma, qualcosa di diverso dalle merci, dalle cose materiali? Probabilmente bisognerebbe avere l’onestà di ammettere che il sistema finanziario ormai non è più il grassone di cui sopra, ma sono tutti, inclusi i sempre poveri e i depauperizzati, e dunque un default, anche agito dalla violenza delle moltitudini, cioè da una forza che si ricava dalla debolezza dei molti, avrebbe esiti incontrollabili sugli stessi che lo agirebbero. È tutt’altro che facile interpretare l’attuale transizione, ciò nonostante non si contano le soluzioni prêt-à-porter, di cui ogni giornale o blog è farcito quotidianamente, ma forse non è di oracoli che ora si avrebbe bisogno, forse bisognerebbe lavorare a disconnettere l’esistenza di molti, uno a uno, dalla complicità con il grassone, bisognerebbe che il grassone torni a essere solo, distinto dai molti, come nei disegni di Scalarini.
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