piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


19.gen 2012

il Giglio d’Italia

Non sono mai salita su una nava grande come il Concordia. Ricordo però che qualche anno fa, vedendone passare una simile nella laguna di Venezia mi ero detta, tra me e me, Sembra un abuso edilizio. Enorme e così lucida in mezzo a una miniatura di mondo. Ma io non costruisco navi e ho smesso anche di fare le barchette di carta, che pure mi piacevano tanto. Così quando ho visto il Concordia abbattersi piano piano su un fianco, così da presso alla costa del Giglio, me ne sono rimasta un po’ imbambolata, come accade talvolta davanti alle enormi disgrazie e alle cose che crollano o si rompono in questo nostro mondo d’etere, tranquilla che nessuno si sarebbe fatto male e che quel mare quasi domestico, quasi chiuso, non avrebbe preteso bottini di persone ma solo di cose. E le cose, sono cose e basta. Poi invece alle immagini registrate hanno cominciato ad aggiungersi le parole. Dispersi, morte, il capitano Schettino ha abbandonato la nave. E poi ancora le registrazioni video e audio dei passeggeri, le immagini dell’acqua salata che entra nelle vetrate, la scoperta di un ufficiale eroe che si rompe una gamba per mettere in salvo i passeggeri, la telefonata della guardia costiera che con giusto tono Shakesperiano tuona che il mare ha salvato la vita al capitano ma la legge degli uomini gli farà passare qualche brutto momento. La legge degli uomini è una cosa difficile sì, ma non è mai codarda, e a quella distanza dalla costa impone di dare immediatamente l’allarme perché non arriveranno i delfini a mantenere dritta la nave. Sarebbe bastato che l’allarme partisse prima per evitare 11 morti e 22 feriti, sarebbe bastato che il capitano rimanesse a bordo, o forse no. Io non sono capitano e ho dismesso le maschere di carnevale, anche se mi piacevano. Vorrei però continuare a raccontare a tutti la bella favola che il capitano salva tutti, o almeno, ci prova.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 19 Gennaio 2012]

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.