Nel volgere di pochissimo tempo, un tale mai visto né sentito prima prende e rovescia l’ordine cinquantennale della più grande industria italiana, mette per strada migliaia di dipendenti, chiude fabbriche, delocalizza, straccia la contrattazione nazionale, sbatte fuori i comunisti, forse se ne va dall’Italia o forse no. Si chiama Marchionne. Di fronte a questo qua sono rimasti tutti a bocca aperta, nessuno sa bene che cosa fare, si può tenersi stretto l’articolo diciotto, questo sì, ma altro? La domanda è – che tipo di politica ci vuole per gente come questa, che nel prossimo futuro si prevede in aumento? Quale spazio polemico, di conflitto si deve pensare per istituire una nuova comunità degli uguali in questo scenario brutale e fulminante? Uno dei primi atti del governo-Monti è stato di rendere omaggio a questa specie di immaginetta scurrile dell’ancora sempre nuovo capitalismo, per mezzo di due suoi eminenti ministri. No, non per rendergli omaggio, per confrontare le strategia dell’azienda rispetto alla linea difensiva del governo. Si sa infatti che il governo-Monti è nato per difendere gli italiani dagli attacchi della speculazione internazionale. Ma la sensazione generale è di giacere sul letto di Procruste. Chi era e che cosa faceva questo qua. Era un individuo maligno che assaliva passanti e viaggiatori per rapinarli e per farlo li stendeva su un letto e ne amputava gli arti, li scorciava a misura del letto stesso. Ciò che infatti sta capitando ora da queste parti. Equità – occorre che ciascuno paghi secondo la propria misura – in un certo qual senso è l’amputazione consensuale, è concedere a questi Procruste di adesso la piena libertà di assalire, amputare, rapinare. Bisognerebbe piuttosto dire – disuguaglianza, non facciamo più una comunità degli uguali. La configurazione dell’essere insieme rimane indispensabile, ma quello che si sta vedendo attualmente è che la politica non è ormai più disgiungibile dalla gestione affaristica, e però è forse necessario che una parte dei tutti venga lasciata, che coloro i quali hanno oggi una posizione, non di privilegio, ma di Procruste, cui non intendono rinunciare, siano abbandonati a loro stessi e perdano la posizione – “E anche il perdere è nostro”, scrive Rilke allo scrittore tedesco Carossa – una volta nella perdita, torneranno a essere nostri, così come noi siamo sempre stati nostri perché siamo stati sempre nella perdita.
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