piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


05.dic 2011

incipit #1 – Scusate la polvere di Elvira Seminara (2011)

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo.
Era mezzogiorno, circa.

Mio marito si accasciò sulla sedia sospirando, come uno che ha fatto un sacco di strada (beh, in effetti), e cominciò a parlare del tempo – prima con voce incrostata e terrosa, poi sempre più fluida e umana – mentre io facevo l’ultimo disperato tentativo. Spostare cioè lo scolapasta dal vano di sopra a quello di sotto, e liberare lo spazio per il pentolino. Avrei fatto molto prima a lavarlo a mano, si capisce, ma chi pratica minimamente una lavastoviglie conosce benissimo quella lotta all’ultimo sangue fra te e quel maledetto cestello quando si rifiuta di accogliere l’ultima cosa che hai in mano, e non vuoi dargliela vinta, sposti e incastri finché la tazza o il mestolo avrà il suo dannato posto. Dopo aver finalmente assoggettato il pentolino, mi sedetti davanti a mio marito e lo guardai meglio.

E fui invasa dalla nostalgia. In effetti era diverso – gli dissi – tutto diverso quando c’era lui, tutta un’altra vita, e mi mancava da morire (che gaffe, accidenti) perché lui era un mago in queste cose, caricare i piatti, la valigia, il video-registratore, inclusi i consulti delle mappe stradali e di tutti i manuali di istruzione, essendo io – come diceva da vivo, sino a tre mesi fa – negata per ogni operazione scientifica e applicazione tecnica del pensiero. (Per non offendermi, di solito a questo punto aggiungeva che io avevo un’intelligenza emotiva ). Lui sorrise e disse che non aveva molto tempo – ma come, anche loro che sono al di là ? – e dovevo ascoltarlo. Era incredibile sentirlo parlare come se in mezzo a noi ci fosse davvero solo un tavolo, e non invece cisterne di lacrime, cataste di rimpianti, falò di (mie) maledizioni, e soprattutto tre mesi, dico tre, dalla sua morte. Ma è ancora più incredibile quello che mi disse, anche se confuso col rumore della lavastoviglie. Rivelazioni. E’ così che si chiamano queste cose.

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One Comment

  1. inviato il 13 dicembre 2011 alle 13:24 | Permalink

    Seminara semina bene.

    Alla ricerca di un nuovo target, su sollecitazione del suo pubblico sfiancato, seppur appassionato, da lacrimevoli prove precedenti, la Seminara coltiva la spiazzante garbata ironia verbale e situazionale a raccontare il quotidiano di Coscia.

    Cosciaaaa?

    Coscia, o Senza, o Zen, o più banalmente Enza subito ci prende, essendo per molti versi la fotocopia di tutte noi alla ricerca del saldo da Zara , nella dannata ripetitività di caricare la totemica lavastoviglie, nel confronto con amiche più belle, più geniali, più informate, tanto indispensabili quanto rompipalle.

    La vicenda si apre in un’atmosfera vagamente surreale col morto a tavola, ma niente paura, cresce robusta nelle pagine la pianticella dell’ ironia, sostenuta da un linguaggio creativo, spesso irresistibile e soffia tra i capitoli la ventata dell’immediatezza del raccontare.

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.