piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


03.nov 2011

Don’t be sorry, be careful!

La mancanza di attenzione verso gli altri viene ritenuta, in segreto, da chi la usa come atto di forza, da chi la riceve come malevolenza, mentre è solo una prova del progressivo detrimento dell’intelligenza. Chi la pratica, la ritiene una specie di scienza sociale, ogni singolo atto, a guardar bene, è calcolato in base ai rapporti di forza, e nulla sfugge, nessun gesto in questo senso si può dire delinquenziale. Mettiamo l’abitudine a non rispondere alle richieste, alle mail per esempio, che è diventato quasi un vezzo di chi se lo può permettere (la probabilità che vi rispondano è direttamente proporzionale al ‘peso’ sociale che avete), in base all’assunto che niente rafforza piú l’autorità quanto il silenzio, come diceva perfino il generale De Gaulle. E poi, dimenticarsi i fatti che riguardano gli altri si giustifica con le troppe cose che si hanno in testa, e in fondo è vero, sancisce l’abitudine che è diventata natura, quella di vivere senza mondo, ben chiusi nella propria scatola cranica. Tanto poi, se c’è il caso ossia la convenienza, ci si può sempre scusare.

Su un aereo tempo fa, una hostess che appariva volutamente sgraziata e poi ogni volta prontamente si scusava, ha avuto da un cinese anziano una risposta che può farci da motto, per darci una svegliata: Don’t be sorry, be careful!

Non bisogna aver paura di essere eleganti.

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One Comment

  1. inviato il 6 dicembre 2011 alle 16:58 | Permalink

    Mi è molto piaciuto il tuo post perché mi ha fatto riflettere su quest’argomento che mi da tanto fastidio, penso che le persone che, ad esempio, non rispondono sms o mail sono presuntuose. Oltre la posizione sociale bisogna essere attenti e rispettosi con le persone, perché la parte umana di ognuno di noi sarà quella che rimane, quella più importante. Forse la penso così perché parlo dal basso ma se un giorno sto su, spero non dimenticare quello che ho appena scritto.

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.