piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


28.set 2011

se la moglie annusa i vestiti

Ho una moglie bella, perlomeno lo è stata, che mi vuole bene ed è anche intelligente. Io sono un uomo piacente, ho settantasette anni, nessuno ci crede e nemmeno io! Ben curato, molto profumato, sono elegante e ricco, assai ricco. Ma lungi dall’essere una qualità, la ricchezza è stata ed è ancora una vera e propria trappola. Essa mi espone a tentazioni e mi provoca dubbi. Fino a pochi anni fa, ogni volta che una di queste tentazioni compariva all’orizzonte con un leggero battere di ciglia, non potevo fare a meno di dubitare di me e del mio fascino. Volevano me o i miei soldi quelle giovani donne che con una mano sul petto mi giuravano amore? Non ne ho mai approfittato, per insicurezza forse, magari per paura. Perchè mia moglie fiutava il tradimento nell’aria, e cominciava a tormentarmi con domande e controlli, fin quando non litigavamo furiosamente. Poi facevamo l’amore e lei si rassicurava. Non gliene ho mai fatto una colpa di quei tormenti, pensavo fosse una inevitabile conseguenza dell’amore. Oggi però ho smesso di interrogarmi, in fondo anche la ricchezza, specie se conquistata con duro lavoro, rappresenta un vero e proprio talento, e perciò parte integrante del fascino di un uomo. Però c’è un problema. Il mio corpo che ancora risponde sollecito alle carezze di mani sconosciute, ha smesso di reagire vicino a mia moglie, e lei che non ha ancora smesso di annusare i miei vestiti come un segugio, si è convinta che io la tradisca. Se le mie giornate sono noiose, le notti sono un vero e proprio incubo, perché “lui” non ne vuole proprio sapere delle avances di mia moglie. E allora apriti cielo! Urla, pianti, domande ficcanti. E se una volta, dopo le urla venivano i baci e le carezze, oggi segue un silenzio tetro che mi opprime quanto l’idea del mio funerale. Dovrò lasciarla per trovare un po’ di pace?


Enzo Rammarico

Caro signor Rammarico,

l’olfatto è uno dei cinque sensi, e considerato fuori dal contesto ha una valenza neutra. A seconda delle circostanze esso però può diventare una “ facoltà temibile”, come la definisce Garcia Marquez nell’Amore al tempo del colera. E da lui veniamo a sapere che il dottor Juvenal Urbino passò due anni amari della sua vita proprio a causa della cattiva abitudine che aveva la moglie di annusare i suoi vestiti. “… Fermina Daza (la moglie del dottore in questione) annusò per pura abitudine gli indumenti che il marito aveva usato il pomeriggio prima, ed ebbe la sensazione conturbante di avere avuto un uomo diverso nel letto. Annusò dapprima la giacca e il panciotto… Non c’era la minima ombra di dubbio: in ogni indumento c’era un odore che non c’era mai stato in tanti anni di vita in comune, un odore impossibile da definire, perché non era di fiori né di essenze artificiali, bensì di qualcosa proprio della natura umana”. Quello stesso olfatto, ci racconta sempre Marquez, in altre occasioni era stato prezioso per la famiglia del dottore, per esempio quando una mattina sparì da casa il figlio di tre anni. Lo cercarono ovunque, finche Fermina Daza “…arrivò in preda al panico, fece due o tre giri come un segugio, e trovò il figlio addormentato dentro a un armadio dove nessuno aveva pensato che potesse essersi nascosto. Quando il marito, esterrefatto, le domandò come aveva fatto a trovarlo, lei rispose:”. Come vede sono le circostanze che rendono un semplice senso del corpo umano una magnifica risorsa o una pistola carica e senza sicura. Ora Juvenal Urbino nascondeva una relazione clandestina, mentre mi pare di capire che lei non ha segreti di questo genere. Il suo a quanto pare è un problema di rimpianto o forse di rammarico. E’ poco per far saltare un matrimonio, ci vorrebbe altro, chessò il dentifricio nei calzini, il sale nel caffè. Vero è che a una certa età nel passato “gli uomini fiorivano in una sorta di gioventù autunnale… mentre le loro mogli appassite dovevano aggrapparsi al loro braccio per non inciampare persino nella propria ombra. Pochi anni dopo però… erano le mogli ristabilite a doverli guidare sottobraccio come poveri ciechi, aiutandoli con fatica ad attraversare la strada come se fosse l’unico guado nell’ultimo fiume della vita”. Oggi sempre più spesso all’ultimo guado gli uomini vengono accompagnati da giovani badanti dalle mille nazionalità. Cosa cambia? Parliamo sempre di un ultimo guado. Insomma, mio caro Rammarico, non lasci sua moglie! Abbandoni invece le illusioni di giovinezza che lei maschera con un improbabile desiderio di pace, e non si perda il periodo più bello del suo matrimonio, quello in cui si ama “meglio, senza fretta e senza e eccessi, ed entrambi si è più consapevoli e contenti delle vittorie inverosimili contro l’avversità”. E se infine volesse rassicurare definitivamente la sua irrequieta moglie, oggi la medicina fa miracoli, esistono pillole che regalano prestanza qualunque sia il contesto, ma questo credo che lei già lo sappia.

Manda le tue lettere a postadelcuore@edizioninottetempo.it

Giuseppina Torregrossa è madre di tre figli e vive tra la Sicilia e Roma, dove ha lavorato per più di vent’anni come ginecologa, occupandosi attivamente, tra le altre cose, della prevenzione e cura dei tumori al seno. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo, L’assaggiatrice (Iride – Rubbettino). Con il monologo teatrale Adele (Borgia Editore) ha vinto nel 2008 il premio opera prima “Donne e teatro” di Roma. Da Mondadori ha pubblicato Il conto delle minne (2009) e Manna, miele, ferro e fuoco (2011). Il suo sito personale lo trovate qui.

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One Comment

  1. Giusy Cipriano
    inviato il 23 ottobre 2011 alle 00:08 | Permalink

    Il suo libro ” Il conto delle mine” arriva casualmente nella mia vita, come un soffio di incoraggiamento ed ottimismo,in un momento proprio azzeccato. Alcuni giorni fa cercando su internet qualcosa da leggere mi sono imbattuta sul titolo del libro che già qualche mese prima avevo visto in libreria.
    Lo compro, inizio a leggerlo e mi meraviglio di come certe cose nella vita accadono quasi di proposito. Avevo, proprio qualche giorno prima, programmato per martedi prossimo un’ecografia di controllo a Palermo per alcuni noduli al seno che mi sono stati riscontrati alcuni mesi fa.
    Ho preso l’arrivo del libro come un segno di buon auspicio, incrocio le dita!

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.