piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


20.set 2011

l’irriducibile Don Gallo

Di un episodio televisivo andato in onda sabato 17 settembre sull’emittente la7, condotto da due giornalisti; ospiti, il già ministro della difesa, benché professore di una disciplina economica, Martino, e l’irriducibile don Gallo. Verosimilmente il motivo della presenza di Martino doveva essere la sua posizione critica nei riguardi della manovra, è immaginabile che da parte dei conduttori si intendesse verificare la reale consistenza della fronda antiberlusconiana in senso alla maggioranza. Ma la presenza di don Gallo ha finito per determinare un’altra verifica, dal momento che questi ha preso subito a parlare di disuguaglianze, di ingiustizie, di resistenza, di lotta. A quel punto Martino ha cominciato a infastidirsi visibilmente, tanto da appellare don Gallo “pretacchione”. Uno dei due giornalisti ha cominciato a incalzare don Gallo chiedendogli quale fosse il suo programma concreto per far fronte alla crisi, alla recessione, a tutte queste cose qua, come a dire “al di là delle cazzate che ti escono di bocca” – ciò che, pure a mezza voce, ha proprio detto Martino (“sta dicendo un mucchio di cazzate”). Don Gallo non è sembrato, per la verità, molto efficace nelle sue risposte, pareva più che altro assegnare l’efficacia delle argomentazioni a un gesto perequativo che compiva compulsivamente, appaiando le mani davanti a sé per significare che si deve essere tutti allo stesso livello, avere tutti le stesse opportunità, ricchi e poveri ugualmente, poiché la terra è di Dio e nessuno può appropriarsi per sé un posto migliore. Su Poros e Penia si è incentrata la replica di Martino. Egli ha detto, più o meno: dove ci sono i ricchi, vivono meglio anche i poveri; ha fatto molto più per i poveri il padre di San Francesco che San Francesco, che invece ha ipostatizzato – non ha usato questo verbo – la povertà. Qui è il fondo del pensiero liberale – quale è l’orientamento politico di Martino – e neoliberista a un tempo. Però è vero, Francesco ha ipostatizzato la povertà, una lezione e una prassi che dobbiamo ancora sempre assumere, che torna alla mente dopo ogni sciagura, dopo ogni catastrofe, allorché gli umani sempre fingono di volgere le spalle al possesso dei beni materiali. Martino non ha avuto il tempo di argomentare adeguatamente il suo pensiero in merito alla crisi, ha solo potuto auspicare sbrigativamente il fallimento della Grecia, per nessun’altra ragione, deve presumersi, se non quella che del fallimento si gioverebbe Poros, che allora potrebbe ricomprarsi l’intera Grecia per due lire. Così è risultato chiaro il fondo di questa crisi, le ragioni dello scontro fra le diverse anime del capitalismo, le sue prospettive; dunque aveva senza meno ragione don Gallo, quando cercava di dire – braccato dai cani neoliberisti che lo hanno immobilizzato – che la soluzione è la piazza, ma avrebbe dovuto articolare eventuali nuove modalità di lotta di questa vecchia guerra, che altrimenti non potrebbe più essere combattuta, viste le ripetute sconfitte subite da Penia. Invita infatti il saggio Qoelet a fare senza reticenze, come unica, triste verità dell’esistenza umana, tutto quanto si è temporaneamente in grado di fare; in altre parole si tratta dell’etica fondamentale del capitalismo, ormai abbracciata da tutti – in ragione di questa etica generalizzata, la debolezza ovvero piccolezza, da intendersi almeno in senso gesuano, di Penia è resa in operativa.

Tag:, , , , ,

One Comment

  1. inviato il 27 dicembre 2011 alle 00:58 | Permalink

    Grazie per le valide informazioni! Tanti auguri!

scrivi un commento

Your email is never shared. Required fields are marked *

*
*

appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.