Questa storia emerge dalle acque limacciose di un passato che non mi appartiene. Ma i suoi protagonisti, le loro vicende mi sono apparsi a lungo su uno schermo, era proprio uno schermo il balcone di fronte alla mia finestra. E anche adesso il succedersi di quelle vicende mi appare nella memoria, con i contorni netti e i colori fermi che i sentimenti successivi hanno reso misteriosamente stabili. Sono scivolati gli anni leggeri sulle mie spalle, altri tempi, altri luoghi sono diventati memoria, ma basta che io riveda solo un particolare di quella storia perché di nuovo mi senta immersa in essa.
Seduta alla mia scrivania, talvolta alzavo gli occhi dalle pagine dei miei libri e guardavo la grande magnolia che nasceva dal giardino recintato del nostro palazzo e stendeva i suoi rami armoniosi dalle foglie lucenti fin quasi alle mie mani. D’estate grandi fiori bianchi dal profumo avvolgente mi facevano chiudere gli occhi nel ricordo o nell’immaginazione di non so quali terre che avrei voluto vedere. Erano fantasticherie un po’ stupide di un’adolescente prigioniera dei libri. Ma una voce stridula mi richiamava alla realtà. Attraverso il ricamo robusto dei rami vedevo la sagoma massiccia di Tecla, la cameriera della signora di fronte, che sgridava il piccolo cane di Daniele. Tatí era un bastardino di fiero carattere e di fiuto infallibile: tra lui e Tecla non c’era possibilità alcuna di dialogo, e in assenza di Daniele potevano anche arrivare allo scontro fisico. Ma quando sopraggiungeva il ragazzo, con lo zaino dei libri ancora sulle spalle, e chiedeva a Tatí: “Ma che cosa ti è successo, perché gridi cosí?” La donna e il cane davano spiegazioni diverse dei fatti e tutto poi tornava nel silenzio. Almeno cosí mi pareva. Daniele era un ragazzino minuto, tranquillo non giocava quasi mai nel cortile con gli altri bambini del palazzo, lo vedevo spesso uscire dalla sua stanza – quando in primavera il sole invadeva il lungo balcone su cui si aprivano due ampie vetrate–, giocare col cane, poi tirar fuori il suo banchetto e mettersi a leggere i suoi giornalini, mentre Tatí si stendeva adorante ai suoi piedi.
Talvolta appariva la madre. Il bambino si alzava, le correva incontro, doveva dirle parole tenere, perché il volto della donna si illuminava di un largo sorriso, poi si abbracciavano, i capelli di un biondo cinerino del figlio si confondevano con quelli biondo acceso della madre, che si fermava per una conversazione animata e gioiosa col suo bambino, ma presto poi si allontanava con la sua andatura rapida ed elegante. Daniele la seguiva, ma non ritornava piú sul balcone, io tornavo ai miei libri.
Una volta incontrai Daniele in giardino, con Tatí al guinzaglio, aveva un’aria crucciata, sembrava che avesse pianto.
“Che cosa ti è successo?”
Alzò verso di me i suoi grandi occhi grigi pieni di tristezza: “Sono in castigo, la mamma è uscita, papà mi ha rimproverato…”
“Vuoi venire a casa mia, ti faccio vedere i pesci rossi”.
“Sí, ma devo avvertire Tecla… altrimenti…” e poi aggiunse, come se ci fosse uno stretto legame tra le due cose: “Tecla non riesce proprio a sopportare Tatí. È un cane intelligentissimo… Vuoi sapere perché l’ho chiamato Tatí?”
Una volta era andato con i suoi genitori a vedere un film di quel regista simpatico, Tatí, c’erano tanti cagnetti vivaci, buffi.
“A me e alla mamma è piaciuto tanto quel film… papà invece dice che era stupido… Quando ho avuto il cane, l’ho chiamato Tatí”.
Daniele aveva un grande timore di Tecla, che governava e dominava la casa. La madre si affidava tutta a lei, che cucinava anche benissimo, e quando la sera la famiglia si riuniva a cena vedevo, tante volte – o indovinavo? –, il padrone di casa rivolgere sguardi di approvazione alla donna che, con efficienza continua e il volto chiuso e severo, portava i piatti in tavola.
Daniele non amava Tecla, ubbidiva alle sue ingiunzioni per non sentire su di sé lo sguardo di disapprovazione del padre e soprattutto per non dispiacere alla madre. In quel gioco muto di sguardi si avvertiva il disagio profondo del bambino, la sua spaurita incertezza.
Prese a frequentare la mia casa: gli piacevano i pesci rossi, nel piccolo acquario che guardava affascinato; e gli piacevano tanto i libri che riempivano tutte le stanze, le librerie, le scrivanie, poggiati confusamente sui mobili. “Sai,” mi diceva, “anche a me piace leggere, la mamma mi compra tanti libri, ma papà… a papà non piacciono molto”. Dopo questa affermazione un silenzio impacciato oscurava il suo volto.
La signora usciva ogni giorno, “ma tutto Tecla deve fare in quella casa,” si sussurrava nel condominio, e nel palazzo era molto ammirata per le sue tolette raffinate, molto diverse dal modo pratico di vestire delle altre inquiline, tutte con un lavoro fuori e una famiglia piú numerosa in casa. Ma quando le signore si incontravano per le scale, non mancavano sorrisi e apprezzamenti nel gioco prevedibile e ipocrita delle gentilezze sociali. Dopo le frasi di circostanza la signora scuoteva la sua bella chioma con un gesto istintivo di fastidio represso, sorrideva cortese e si allontanava rapida, chiusa nella sua misteriosa eleganza. Il piccolo mondo borghese in quegli anni del boom economico guardava alla ricchezza ostentata delle famiglie piú agiate come a un punto da raggiungere e da superare, ma non sempre il desiderio era accompagnato dalla capacità e dallo slancio, e nelle famiglie chiuse nel cerchio di una vita modesta stagnava talvolta il senso impotente dell’immobilità.
Sulla famiglia di Daniele si appuntavano gli sguardi indagatori delle donne e l’interesse apparentemente svagato degli uomini. Il padre di Daniele aveva raggiunto una solida posizione economica, con un grosso commercio di laminati d’acciaio; la corporatura robusta, i lineamenti regolari, ma con un che di grossolano nella piega della bocca denunciavano un temperamento aggressivo, forse collerico. Non riusciva simpatico a nessuno. Ma tutti, nel palazzo, gli invidiavano la macchina di lusso e i tanti piccoli segni che indicavano un tenore di vita piú che di benessere, di ostentata ricchezza. Era un uomo alto e massiccio il signor Gaetano, e quando – raramente – usciva con Daniele, il ragazzino aveva un’aria compunta, quasi forzata, come se stesse ubbidendo a un’imposizione o a un compito non troppo gradevole. Quanti sorrisi e cicalecci, invece, quando passeggiava con la mamma, la mano stretta nella mano. Se li incontravo per la strada, ci scambiavamo un amichevole cenno. Il bambino aveva fatto le sue scelte e la mamma lo assecondava. C’era un’intesa cosí profonda tra quei due che spesso suscitava la sorpresa o una sorta di riprovazione nelle altre signore.
La signora Costantino, che era maestra elementare e desiderava mostrare il suo acume psicologico, sorretto da un lungo mestiere, quando incontrava per le scale quell’affiatata coppia, si fermava, sollevava il mento di Daniele con due dita, sorrideva scoprendo una fila di denti stanchi, e diceva: “Sempre con la mamma questo bambino, perché non vieni a giocare col mio giovanotto, che ha la tua età e ha tanti compagni e si divertono un mondo”.
Mamma e figlio sorridevano, ognuno col suo sottinteso.
Poiché non potevano espugnare la terribile corazza dell’alleanza di madre e figlio, le signore del palazzo si dovevano accontentare di attingere notizie dalla disponibile Tecla.
“È viziato quel ragazzo, dalla madre, certo… il padre, no, è severo, certo ma è giusto, e poi… poi non mi fate parlare, perché a questa famiglia io sono affezionata…”
In realtà, da quella casa si levavano spesso voci concitate, anche grida, si sentivano sbattere porte e poi improvvisamente, tutto silenzio. Un silenzio quasi innaturale. Io stavo studiando, ed ero colpita da quei bruschi mutamenti, guardavo il balcone di fronte: chiusi i vetri, le persiane, tutto.
Un flash mi scopriva nella mente la faccia corrucciata del padrone di casa che avevo visto poco prima, il faccino spaventato di Daniele, no, lei non c’era. Usciva molto spesso, avvolta nella sua aria assorta e aristocratica, impenetrabile dal mondo esterno. Le apparizioni, gli incontri, le grida e i silenzi duravano a lungo, non ci facevo piú caso.
Poi ci fu una lunga estate deserta nel grande balcone, e anch’io per un certo periodo andai in viaggio. Quando tornai e guardai ammirata le mie belle magnolie, sentii uno di quei misteriosi richiami interni che costringono lo sguardo a muoversi in una certa direzione. Oltre il ricamo elegante dei rami, Daniele, appoggiato alla ringhiera, volgeva verso la mia finestra i suoi dolci occhi stranamente malinconici; era piú alto, coi capelli corti, abbronzato, la figura smilza di ragazzino già disegnava il futuro di una crescita precoce. Ci guardammo e ci sorridemmo nel piacere di ritrovarci. Lo invitai a venire a casa, e in fondo al suo assenso gli occhi disegnarono una piccola esitazione, quasi un timore. Ma venne, e mi raccontò delle sue straordinarie vacanze al mare: “Sai, adesso so nuotare bene, ho fatto lunghi bagni con la mamma, quando non aveva impegni con le sue amiche… qualche volta anche con papà…”
Mi parlò, come sempre, delle sue letture.
“Quest’anno vado alla scuola media, sono contento…”
Era veramente cresciuto Daniele, ma un’impalpabile mestizia si annidava nei suoi sguardi interrogativi.
Fu un lungo e freddo inverno quell’anno, la mia finestra era chiusa, e il bel balcone di fronte era sempre deserto, ma spesso si sentivano grida soffocate, porte sbattute, silenzi gravidi.
Qualche volta Daniele veniva a casa, aveva cominciato il latino a scuola e voleva farmi vedere come era bravo, sai stiamo già facendo le favole di Fedro, oppure, tutto orgoglioso.
“Abbiamo fatto un gioco oggi, in latino, due parole, due significati con l’aggiunta di una lettera: nomen omen… ma nel mio nome quale presagio c’è?”
Gli piaceva anche scambiare con me pareri e impressioni sulla scuola e sul mondo. I suoi begli occhi grigi si fecero scuri e scrutatori quando mi chiese: “Tu pure sei figlia unica, ma sei sempre andata d’accordo con i tuoi genitori?”
Intanto aumentavano le chiacchiere, i pettegolezzi sulla signora, sapientemente arricchiti dai suggerimenti, le mezze parole di Tecla. Io alla signora voglio bene come a una sorella, ma non si sta comportando bene, sempre fuori di casa, queste amiche, queste amicizie, non mi fate parlare… il padrone è burbero, ma è una brava persona, non merita…
“Che cosa non merita?” le chiese una volta, raccogliendo l’invito, la signora Costantino, che era la portavoce e l’interprete degli avvenimenti del palazzo. Tecla alzò gli occhi, poi si strinse nelle spalle, e sussurrò con dolcezza: “Posso tradire la signora? E c’è quella creatura…”
Da allora tutti ebbero la conferma di ciò che da tempo si sospettava.
E l’atmosfera intorno divenne piú calma; una bella signora insoddisfatta, un marito geloso ma non ancora completamente informato, una banale storia di corna che, in quel tempo in cui il divorzio era solo una parola dei film americani, poteva diventare eccitante in attesa dello scoppio inevitabile e delle irrimediabili conseguenze. Solo e indifeso rimaneva il bambino.
Quando tornava dalla scuola a quella casa dominata dall’ingombrante presenza della governante, Daniele si sentiva oppresso, si affacciava al balcone, dove era acciambellato in un angolo Tatí, che ormai disprezzava apertamente Tecla, e uscivano insieme, prima di pranzo, in attesa che tornassero i padroni di casa.
Tornavano tardi, e non certo insieme, e a tavola regnava una calma minacciosa che la sapienza culinaria di Tecla non riusciva a dissolvere.
Passarono lunghi mesi di silenzio durante i quali la curiosità e l’attesa delle signore del condominio si afflosciarono in una sorta di stupita delusione, anche se un certo atteggiamento riservato di Tecla, le palpebre sempre abbassate e un mezzo sorrisetto all’angolo della bocca nascondevano, a detta della signora Costantino, qualche strano segreto.
Era un bel pomeriggio di primavera avanzata quando incontrai Daniele, che non vedevo da tempo, in giro col cane; mi disse che a scuola andava benissimo, naturalmente gli piaceva sempre tanto il latino, sai, adesso leggiamo classici piú difficili, mica sempre favole di Fedro, sembrava contento, sereno come non lo avevo mai visto. Mi promise che sarebbe venuto a casa, per parlare di libri. Ma quando tornai a casa sentii un gran tramestio per le scale, e urla e porte sbattute violentemente. Il giorno dopo silenzio assoluto e persiane tutte chiuse.
La settimana successiva ancora silenzio, la signora non era piú in casa, il ragazzo era da alcuni parenti. Tecla, bocca chiusa, anche se da quel suo perdurante sorrisetto qualche ghiotta notizia l’aveva fatta uscire: la signora era stata scoperta in compagnia, non si sapeva bene da chi era stata tradita, il marito l’aveva cacciata di casa.
Daniele non tornò piú. Tutti scomparvero in maniera rapida e misteriosa.
Il condominio ritrovò il suo grigio equilibrio nel tran tran dei giorni tutti uguali, senza piú il brivido di una grande storia drammatica. Io avevo i miei concorsi da fare, la vita inghiotte le nostre emozioni e ci consegna all’ambito breve dei nostri interessi. Ma talvolta, quando vedevo il lungo balcone vuoto e silenzioso, mi si stringeva il cuore al ricordo di quel sorriso di bambino triste.
Ci sono tante vite nel corso di una esistenza, ma anche cesure e richiami improvvisi.
Passarono gli anni. Un giorno uscivo dal liceo dove insegnavo, quando un giovane alto e biondo mi venne incontro sorridendo.
“Ti ho riconosciuta da lontano, mi fa piacere rivederti, è un sacco di tempo che…”
“Daniele! Che gioia davvero che gioia! Fatti guardare… che bello che sei…”
Dopo tanto tempo, ancora quell’ombra, che si disegnava sul volto anche quando voleva sorridere. Ritrovammo l’affettuosa familiarità del passato.
“Mi sono laureato in Lettere”.
“L’amore per il latino non ti ha abbandonato… saremo presto colleghi al liceo…”
“Ah, no in questa città non torno, ho fatto i miei studi a Firenze e in Toscana voglio rimanere”.
Fece una pausa, in cui sentii palpitare un dolore antico.
“Vengo ogni tanto per trovare mio padre, è rimasto solo, dopo la morte della mamma…”
Mi guardò, uno strano sguardo timidamente interrogativo. Nel volto aperto e fiducioso di quel giovane bello e biondo riapparve l’immagine del ragazzo sperduto di un tempo. Ma si riscosse subito e aggiunse, in tono sbrigativo: “Per fortuna c’è Tecla che bada alla casa”.
Parlammo d’altro e non toccammo antiche ferite che sentivo ancora aperte. Lo invitai a casa, “da quando mi sono sposata abitiamo in un quartiere tutto nuovo,” mi affrettai ad aggiungere. Mi promise che sarebbe venuto.
Non venne.
Un giorno qualche anno dopo, telefonò.
Aveva vinto il concorso, la sede un paese della Toscana. Ma veniva, di tanto in tanto, per vedere il padre. Lo invitai di nuovo, non ti piacciono piú i pesci rossi… Mi rispose con una voce nuova, sentii che sorrideva a quel ricordo. Io rividi il balcone, la magnolia, il piccolo cane che disprezzava la donna iraconda che non lo amava. E quando Daniele fu a casa mia, e prese a conversare con aria distesa con me e mio marito, gli chiesi se avesse ancora un cane e lui, appoggiando la testa alla poltrona, guardando indietro, nel tempo, disse: “Tatí non era un cane, era il mio amico… certi amori sono irripetibili”.
Sentii che c’era qualche cosa di irrisolto in lui, un cruccio cieco che non aveva sbocco. Divenne una bella amicizia la nostra, con mio marito Daniele si trovava a suo agio, stranamente si sentiva piú libero, senza il peso dei ricordi. Una sera lo invitammo a cena, mi portò dei grandi strani fiori bianchi dal nome difficile. Somigliano alle nostre magnolie…
Fu una serata serena, gli piaceva parlare anche con i miei figli, si interessava ai loro studi, si divertiva alle loro battute. Mi accorgo adesso che per lui quelle erano pause tranquille nella grigia osservanza della visita al padre, gli piaceva la nostra casa, la nostra famiglia, lo sollevava dal peso evidente di quella ingombrante presenza paterna, di cui non amava parlare.
Una sera discuteva con i ragazzi dei programmi di latino, e quando sentí che leggevano Seneca si animò tutto: “Che mente, che grande scrittore, sto rileggendo De brevitate vitae… che profondità di pensiero e che finezza di osservazioni… ‘noi moriamo ogni giorno’… cotidie morimur”.
Pronunziò queste ultime parole quasi in un soffio e noi sentimmo che non era una citazione la sua, ma una sofferenza profonda che si annidava nelle parole di un grande scrittore, e le faceva sue.
Fu proprio per amicizia, per il desiderio di aiutarlo a liberarsi dal groppo pesante di vicende dolorose che mio marito una sera lo costrinse a parlare della sua situazione di uomo solo.
“Mio padre ha molto sofferto, in passato, e io pure… ma in maniera diversa, e adesso…”
“Adesso sarebbe bene che tu avessi una famiglia tua, saresti un padre meraviglioso…”
Daniele sorrise, guardando i ragazzi, poi si passò la mano sulla fronte.
“È troppo tardi ormai…”
Poi aggiunse, improvvisamente rivolgendosi a me: “Tu la ricordi mia madre?”
Era la prima volta che parlava di sua madre, ma io ci pensavo da tempo, e sentivo che era lí il nodo del suo dolore antico.
“Certo che la ricordo, era una donna bellissima, ma forse è poco dire bellissima, aveva un’aria di… lontananza, e quando uscivate insieme sembravate cosí felici, cosí lontani dai comuni mortali, mi sembravate due personaggi nordici scesi da un mondo misterioso… come vi invidiava la signora Cosentino”.
Volevo smorzare con quel ricordo banale l’emozione che mi accorgevo di aver suscitato. Daniele sorrise, era l’immagine della sua infanzia felice che gli sorrideva; dopo una pausa aggiunse, con voce lenta ma stranamente dura: “È morta troppo presto, mia madre; un terribile incidente, qualche giorno dopo che andammo via da quella casa, non so dove in Francia: non vollero dirmi niente, per proteggermi… che sciocchezza, si è aggiunto dolore a dolore”.
Ci guardammo, io e mio marito, e non si toccò piú quell’argomento.
Mi chiesi in seguito che cosa fosse arrivato a Daniele dell’immondo chiacchiericcio del condominio su sua madre, e come avesse potuto capire il dolore di suo padre cosí diverso dal suo. Me ne diede, in certo modo, una spiegazione lui stesso, qualche tempo dopo, quando disse che Tecla invecchiata non voleva cedere le armi, ma bisognava tuttavia provvedere a un aiuto. È attaccatissima a mio padre. Era la notazione di un fatto, senza emozione alcuna.
Ripensai all’abbaiare furioso di Tatí contro Tecla.
Nel tempo si ricompongono le tessere del passato in un gioco che aspetta la soluzione. L’amicizia di Daniele era ormai diventata corrispondenza profonda di interessi e di affetti, mentre i ragazzi crescevano e i nostri capelli ingrigivano, ma rimaneva, inspiegabile, una zona vuota, sull’orlo della quale Daniele si fermava.
Qualche anno dopo il padre di Daniele morí.
Andammo noi da lui, questa volta: era una grande casa lussuosa e anonima, senza il calore delle case vissute: in quell’ambiente senz’anima il nostro amico con la sua aria sperduta sembrava un alieno. Ma era tranquillo: la morte è un ospite ambiguo e bisogna capirla.
Sprofondato in una poltrona ostile che sembrava rifiutarsi all’abbraccio, Daniele si passava la mano sulla fronte col gesto che gli era divenuto abituale: sotto i radi capelli ormai di un biondo stinto gli occhi sembravano velati da una quieta stanchezza. Andammo via presto e ci promise che sarebbe venuto a casa nostra – sentivamo che ne aveva bisogno –, non appena sbrigate le inevitabili faccende burocratiche, che la morte ci consegna come lenimento del lutto.
Invece passò qualche tempo prima che avessimo sue notizie. Alla fine telefonammo: non rispose nessuno. Passò qualche giorno ancora, niente. Ritornammo a casa sua.
Aveva una faccia stralunata, lo sguardo assente. Ci accolse in uno studio dove regnava uno strano disordine, certo Tecla non c’era. Avevo la strana impressione di essere fuori posto ma, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio Daniele, ficcò i suoi occhi spiritati nei miei occhi e disse, come se dovessi finalmente comprendere: “Tu sai quando è morta veramente mia madre?”
Restò in silenzio per un po’, poi riprese: “L’anno scorso è morta, sola e in miseria. Quell’individuo…”
A pezzi e bocconi tra pause e mormorii venne fuori una storia terribile, che scioglieva tragicamente i nodi irrisolti del suo cruccio segreto.
“È morta, sí l’anno scorso, come ha potuto quell’uomo… la cacciò via, il suo onore, il suo fottutissimo onore e quella donna, quell’orribile donna, in combutta con lui…”
Le parole, le mezze frasi si avvolgevano in una spirale confusa, mentre le mani si intrecciavano ai capelli stanchi. Poi improvvisamente si volse a guardare mio marito, come se solo allora avesse scoperto la sua presenza, e riprese a parlare con voce calma, per cosí dire indolore.
“Ho trovato tutte le lettere di mia madre, le conservava tutte, era un tipo ordinato lui…”
Quando scoprí il tradimento di sua madre, quando “quella donnaccia” la tradí, lui divenne una bestia feroce.
“…con me finse di essere addolorato per la grave perdita, penso a quei suoi occhi crudeli di allora… credo che mi odiasse, perché ero suo figlio e gliela ricordavo sempre, piangevo per la sua mancanza… lui la odiava, la odiava perché lo aveva offeso, e doveva punire me e la mamma mia, lontani separati per sempre”.
A questo punto Daniele si alzò, con mano febbrile frugò in una cassetta piena di carte prese un fascio di lettere e le agitò in aria, impotente.
“Padre era quello? Aguzzino, stupido e feroce aguzzino… quella povera infelice gli scriveva lettere piene di lacrime, chiedeva solo di potermi vedere… voleva solo vedermi, si umiliava chiedeva perdono voleva solo vedermi e lui l’uomo retto e virtuoso non poteva, non doveva. Guardate è tutto documentato qui, era un tipo ordinato lui e quella ignobile serva… sapete ho controllato ho cercato dei riscontri… che storia orribile”.
Qui Daniele si fermò, tacque per un istante come sommerso da un’onda insopportabile, poi riprese a voce bassissima, come se ripetesse solo a se stesso la sua tragedia.
“In quel primo periodo dell’assenza di mia madre, io uscivo dalla scuola tristissimo, ero abituato a vederla ogni giorno all’uscita e continuavo a guardarmi intorno spaurito… una volta vidi un abito azzurro scomparire dietro un angolo, corsi, naturalmente mi ero sbagliato… Piansi, piangevo tanto in quei giorni, quei mesi, e quella mi consolava cosí: ‘Adesso hai il tuo papà che ti vuole tanto bene…’”
Continuò, passandosi le mani sui capelli, radi, improvvisamente piú vecchio.
“Ero cosí solo in quel periodo, soltanto a scuola mi sentivo a mio agio, ma quando uscivo, quando uscivo come si rinnovava il mio dolore, ero abituato a dirle tutto quello che mi succedeva, continuavo a guardarmi intorno, a cercarla… la sentivo, la sentivo vicina. E lei veniva davvero a vedermi di nascosto, all’uscita da scuola… e io non sapevo, non sapevo niente… questa tragedia è tutta qui, in queste povere carte, capite, veniva a spiare la mia uscita da scuola, e doveva trattenersi, perché, perché non me ne sono accorto…?”
A questo punto Daniele si chiuse il volto tra le mani, e i singhiozzi rompevano il silenzio di ghiaccio che regnava nella stanza.
Restammo tutti in silenzio. Poi riprese, con tono piú freddo quasi controllato: “…le faceva rispondere dall’avvocato, l’avrebbe denunziata, capisci, denunziata per molestie al bambino che non sapeva niente, che sarebbe stato turbato dal comportamento della madre indegna…”
A quest’ultima parola la voce si spezzò, come la corda troppo tesa di un violino. In un sussurro, pianissimo, disse: “Tutta la vita ho aspettato per sapere questo”.
Invano, nei giorni seguenti tentammo di farlo venire a casa. Non si lamentava piú, sembrava chiuso nel suo cruccio, e assorto in segreti pensieri.
Una volta lo intravidi, per la strada, non si accorse di me, camminava curvo, lentamente, un vecchio. Ma dove andava, per quelle strade lontane dai luoghi che abitualmente frequentava?
Fui presa da una strana inquietudine, non so perché rividi il bambino serio e infelice di un tempo.
Si era infilato nel portone di una casa popolare, ebbi un sussulto, sapevo che lí abitava Tecla, mi guizzavano lampi nel cervello. Non sapevo cosa fare, una ottusa immobilità mi paralizzò per qualche eterno minuto, poi presi a salire le scale e quasi gli sbattei contro, scendeva di corsa, si accorse di me, mi guardò con occhi vuoti lontani, mi disse con voce stanchissima: “Non ti preoccupare non è successo niente”.
Guardò altrove.
“Ho visto dinanzi a me un essere miserabile, l’uno degno dell’altro, che schifo. Si è anche inginocchiata, una vecchia indegna, mi prendeva la mano, mi chiedeva scusa… capisci scusa… mi chiedeva scusa…. me ne sono scappato…”
Poi aggiunse, pianissimo, a se stesso: “Tutta la vita ho aspettato, tutta la vita per avere questo…” Scoppiò in pianto, quietamente, e mi abbracciò come il fanciullo infelice di un tempo.
[Pettegolezzi di condomio è il racconto che dà il titolo alla raccolta di racconti di Enza Buono appena uscita per i tipi di nottetempo. Buona lettura!]
Tag:enza buono, gransasso, narrativa italiana, nottetempo, pettegolezzi di condominio e altri racconti, racconto


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