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la piazza dove pensare nottetempo


21.giu 2011

cancro

Meno male, cari cancretti, che l’oroscopo ve lo faccio adesso che il peggio è passato. Non che le tensioni ci abbandoneranno completamente, non sia mai, ma insomma la pesantezza, le storture, gli imbrogli degli ultimi mesi sono veramente acqua passata. Per lo meno lo auguro a voi e a me stessa, nata il 9 di luglio, e mi permetto di dedicarvi la frase di apertura prendendola da un mio romanzo di due anni fa edito dalla nottetempo: Dolorose considerazioni del cuore. «C’è qualcosa più importante della vita? Il modo di viverla probabilmente». L’ho scelta perché è una goccia di saggezza che ora serve come il pane. Gli astri parlano chiaro: è il tempo della svolta, si devono tagliare i rami secchi, si gira pagina. Facendo gli I Ching mi era venuta fuori quella frase sibillina: «C’è qualcosa più importante della vita». Poi l’illuminazione: cosa può essere più importante della stessa esistenza se non quello che ne facciamo? Dunque ora v’immagino insoddisfatti, provati e scontenti. Date quanto volete la colpa a Saturno, ma se non approfittate adesso della spinta di Giove, sollecito e paterno, quando vi darete una mossa? Su, a tavolino, fate un bilancio e cominciate a decidere su cosa risparmiare come su chi investire. E’ un momento ideale per le amicizie: potete contare su aiuti importanti.

Soprattutto la prima decade, favoritissima. «Anche le cicatrici sul suo corpo stanno scomparendo. Il tempo guarisce tutto» scrive Gaja Cenciarelli in un altro romanzo nottetempo, di recente pubblicazione, Sangue del suo sangue, che ribalta coraggiosamente alcuni luoghi comuni sul terrorismo. Sì, le vostre cicatrici quasi non si vedono più e per voi sono in vista sorprese se non straordinarie, sicuramente piacevoli.

Alla seconda decade mi rivolgo attraverso un grandissimo del Cancro, Franz Kafka (3 luglio 1883), perché state in mezzo al segno «come un sentiero d’autunno: appena è tutto spazzato, si copre nuovamente di foglie secche» (Aforismi di Zürau, Adelphi). Niente paura, sono gli alti e bassi della vita, più alti che bassi, però, questa volta.

Giuseppe Verdi non era del Cancro, ma la Traviata forse sì. E dunque a voi della terza decade, canterei nell’orecchio di aprirvi «a quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor». Aspettate agosto e vedrete (e senza esiti funesti: potrebbe essere anzi la volta buona).

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3 Comments

  1. maria grazia casagrande
    inviato il 13 luglio 2011 alle 09:19 | Permalink

    Ma grazie per questo oroscopo così positivo, per me cancerina della prima decade e quindi favoritissima!
    E inoltre non posso che sentirmi felice leggendo ciò che scrive Gaja Cencarelli, e cioé che “Le cicatrici stan scomparendo perché il tempo guarisce tutto..”
    Il ché mi regala profonda speranza che anche le mie ginocchia sbucciate si possano infine sanare, dandomi l’ebrezza – forse – di camminare leggera nel vento in una stradina in lieve discesa.

    Maria Grazia Casagrande
    “Le ginocchia sbucciate”
    Edizioni l’Harmattan Italia – 2005

  2. maria grazia casagrande
    inviato il 14 novembre 2011 alle 16:45 | Permalink

    Lascio il link di una bellissima iniziativa promossa dall’associazione ‘La Balena nel Tamigi’ che ha promosso la divulgazione di scritti vari da pubblicare sui muri della metropolitana di Roma, iniziativa alla quale ho avuto il piacere di partecipare!

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/11/14/foto/balene_nella_metropolitana-24982110/1/

    maria grazia casagrande

  3. maria grazia casagrande
    inviato il 16 febbraio 2012 alle 19:04 | Permalink

    http://www.aiplaforisma.org/?page_id=639

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Probabilmente mi meraviglio perché, con un po’ di rammarico, e per mancanza di tempo e spazio, non guardo più molto la televisione. Lo dico senza ironia, appartengo a una generazione che ha arricchito il proprio immaginario grazie e nonostante la televisione. Tuttavia, ieri sono rimasta impalata davanti a uno schermo televisivo nel quale passava, accompagnata dalla melodia de “L’italiano” di Toto Cutugno, la nuova pubblicità del Superenalotto. Il refrain, modificato all’uopo, suonava “Lasciatemi sognare con la schedina in mano”. Già il legame tra sogni e un gioco dove il banco vince sempre, quindi di finto azzardo, mi annoia, perché i sogni sono azzardi, e ognuno ha i suoi, ma la rassegna dei sogni che la Sisal e dunque, in qualche modo lo Stato, attribuisce ai suoi utenti-cittadini, mi spaventa e mi impoverisce moltissimo. Nella pubblicità i sogni degli uomini sono, produrre vino, produrre un film, diventare presidente di una squadra di calcio, sistemare una società, regalare un milione di euro agli amici, allevare cavalli, sposare una donna e portarla via. Quelli delle donne sono rimanere nuda tutta la giornata in una vasca da bagno piena di schiuma a bere champagne, godere di un parchetto attrezzato di giochi per i bambini e un futuro splendente per i figli. I sogni degli uomini sono sostanzialmente lavori, i sogni delle donne sono attese di corteggiamento e prosperità. Niente follie, niente giro del mondo, niente sigari accesi con le banconote da cinquecento euro, nessuno spreco, nessuna grandeur, solo l’incredibile luminescente banalità di tutti i mestieri che statisticamente paiono invidiabili. Dopo il gioco d’azzardo che metteva in palio lo stipendio, adesso il superenalotto che ripropone un immaginario tabloid obsoleto e già vecchio. Va bene.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 16 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.