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la piazza dove pensare nottetempo


25.ott 2010

indovina cosa

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Matt Groening, creatore di The Simpson, del loro cielo e della loro terra natia Springfield, festeggia i 25 anni della serie con un’intervista nella sezione Art&Culture dello Smithsonian Magazine e rivela che delle 53 Springfield segnate sulle cartine degli Stati Uniti, quella a cui pensava, disegnando Homer e i suoi, è la più vicina a Portland, la città dove è nato e dunque la Springfield dei Simpson è in Oregon, a due ore di macchina da Portland. Che la Springfield dei Simpson sia lì non è tuttavia una notizia di carattere geografico. È solo una pessima notizia. La Springfield dell’Oregon è infatti un luogo, specifico, misurabile, raggiungibile mentre la Springfield dei Simpson era dovunque, anche in camera mia. O tua. La Springfield di Bart, di Lisa e degli altri era la galera di tutte le adolescenze di provincia, dei posti piccoli troppo per mantenere un riserbo qualsiasi. Tutto questo adesso è in Oregon. Perché Groening lo ha specificato dopo aver tenuto duro per anni, rispondendo “Sì, è proprio quella”, a tutti coloro che chiedevano “Ma è proprio questa la Springfield dei Simpson?”? Considerazioni personali e di un’adolescenza mai conclusa a parte, mi dispiace perché questa indefinitezza mandava avanti l’idea di letteratura come proliferazione verbale, collettiva, condivisa, falsificabile su persone e cose, non favoriva pellegrinaggi e ostensioni di case e corpi reali ma solo ipotesi narrative dalle quali gemmavano poi altri racconti che non miravano a un valore di verità ma solo alla condivisione, alla compagnia. A chi importa se “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno” sia proprio a Como? Se la letteratura è forte abbastanza “Quel ramo del lago di Como” non trasforma forse in se stesso qualsiasi ramo di lago?, Io, dopo aver letto Manzoni dico di Sì. E quindi, scusa Matt, ma per me Springfield rimane dovunque.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità il 13 Aprile 2012]

vox populi


il racconto

di Manfredi Bortoluzzi
Lo zio Procopio, in realtà zio della zia di mia madre, era partito per il Sudamerica quasi cent’anni fa. Aveva lasciato la casa colonica delle campagne venete per cercare fortuna nel lontano Perù dove si diceva che “anche la merda diventa oro”. Il guano, che ricopriva le isole della costa di Ica, aveva già riempito le tasche di molti imprenditori e l’industria peschiera non era da meno. Lo zio, contadino ma istruito, era sicuro che un giorno sarebbe ritornato a Meolo come un re, tra l’invidia generale dei compaesani. Di Procopio se ne parlò molto in effetti e per molto tempo, all’osteria della piazza e fino a Roncade dove tutti conoscevano la storia del contadino marinaio. Tuttavia non era delle sue infinite ricchezze che si parlava, ma della sua misteriosa scomparsa, dell’assoluto silenzio -erano passati più di quattro anni ormai- nel quale aveva lasciato la famiglia dall’arrivo, dopo alcuni mesi, al porto del Callao di Lima. Si era addirittura diffuso un proverbio in paese: quando qualcuno degli avventori dell’osteria si accomiatava per andarsene a casa in bicicletta gli altri lo ammonivano dicendogli scherzosamente “no sta’ far el Procopio, sa?”