piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo

È la prima volta che mi trovo a parlare dei miei deliri con dei tecnici: uno psichiatra e una psicanalista. E di fronte a un grande pubblico. Poiché vorrei evitare di fare di quell’esperienza che ho raccontato qualcosa di patologico, cerco soluzioni metafisiche: se le potenzialità così spesso ignote del nostro cervello, la possibilità delle sue accelerazioni, delle sue anticipazioni e premonizioni, della sua capacità di sentire o negare il dolore, di ignorare o inventare la fame, di accogliere o rifiutare il linguaggio, fossero il segno che il nostro cervello è adatto anche ad altre specie, specie a venire, di cui non abbiamo sentore, ma di cui sappiamo che di sicuro avranno un’altra corporeità, una corporeità adatta a vivere in pianeti diversi dal nostro? Come se il dio, nel creare il nostro cervello, avesse avuto a disposizione un solo stampino e l’avesse rifilato un po’ dovunque, lasciando poi a noi stessi, a noi portatori di cervelli, il compito di adeguarlo al nostro corpo, alla nostra terra, ai nostri animali e alle nostre piante, alla nostra atmosfera, e quindi di usarlo con parsimonia, per agganciarlo all’ambiente in cui ci è toccato di vivere.

Negli ultimi tempi, però, mi sa che abbiamo esagerato con questa parsimonia e, per paura di usare il nostro cervello oltre i limiti del corpo, lo usiamo talmente poco che rischiamo di farne una macchina inutilizzabile in cui l’intelligenza non trova più la sua casa, ma la sua tomba.

Festivaletteratura, Mantova, giovedì 9 settembre
17.45 – Palazzo San Sebastiano – Emozioni ferite e nuove pratiche di cura
Eugenio Borgna, Cristina Faccincani e Antonella Moscati

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One Comment

  1. carla piccioni
    inviato il 22 settembre 2010 alle 09:53 | Permalink

    Il cervello è linfa vitale. Usarlo e prendersene cura sono quasi la stessa cosa. Poi c’è la filosofia, e ogni altra speculazione che se raffinata come la farina per il buon pane produce cibo. Mente e corpo si assomigliano, non sono la stessa cosa usiamoli e prendiamocene cura per scopi veri anche giocando perché giocando si impara prima e si stà meglio ma bisogna imparare a giocare in piena libertà

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.