È la prima volta che mi trovo a parlare dei miei deliri con dei tecnici: uno psichiatra e una psicanalista. E di fronte a un grande pubblico. Poiché vorrei evitare di fare di quell’esperienza che ho raccontato qualcosa di patologico, cerco soluzioni metafisiche: se le potenzialità così spesso ignote del nostro cervello, la possibilità delle sue accelerazioni, delle sue anticipazioni e premonizioni, della sua capacità di sentire o negare il dolore, di ignorare o inventare la fame, di accogliere o rifiutare il linguaggio, fossero il segno che il nostro cervello è adatto anche ad altre specie, specie a venire, di cui non abbiamo sentore, ma di cui sappiamo che di sicuro avranno un’altra corporeità, una corporeità adatta a vivere in pianeti diversi dal nostro? Come se il dio, nel creare il nostro cervello, avesse avuto a disposizione un solo stampino e l’avesse rifilato un po’ dovunque, lasciando poi a noi stessi, a noi portatori di cervelli, il compito di adeguarlo al nostro corpo, alla nostra terra, ai nostri animali e alle nostre piante, alla nostra atmosfera, e quindi di usarlo con parsimonia, per agganciarlo all’ambiente in cui ci è toccato di vivere.
Negli ultimi tempi, però, mi sa che abbiamo esagerato con questa parsimonia e, per paura di usare il nostro cervello oltre i limiti del corpo, lo usiamo talmente poco che rischiamo di farne una macchina inutilizzabile in cui l’intelligenza non trova più la sua casa, ma la sua tomba.
Festivaletteratura, Mantova, giovedì 9 settembre
17.45 – Palazzo San Sebastiano – Emozioni ferite e nuove pratiche di cura
Eugenio Borgna, Cristina Faccincani e Antonella Moscati


a te la parola