piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


06.set 2010

Perdi il lavoro, scade il permesso, diventi un matto che parla da solo per strada

Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono a volte non basta a poter sopportare il peso della vita. Penso ad una signora ghanese conosciuta tre anni fa. Avevo anche scritto un testo su di lei. Invalida, con pochi punti, non aveva diritto alla pensione e non riusciva più a lavorare. L’ho vista l’altro ieri. Matta. Parlava da sola. Non sapeva come fare a tornare e raccontare che era andato tutto a puttane, che l’immigrazione non era tutta rose e fiori, che qualche volta va male. Molto male. Pensava alla sua famiglia rimasta lì, ai figli. Cercava delle risposte a questa vita senza senso. Non le aveva trovate. Quando l’ho vista camminare gesticolando, mi sono nascosto. Ho avuto vergogna, paura che mi potesse riconoscere. Penso al mio amico Fofana. Lo incontravo ogni tanto in giro di notte. Sempre da solo con la birra in mano. Aveva perso il lavoro, era stato cacciato dalla moglie, era finito sulle strade. Era il ragazzo più simpatico che avessi mai conosciuto, rideva sempre, dava sempre una mano a tutti. Sempre disponibile. Poi basta poco. La perdita del lavoro, il permesso scaduto, i problemi a casa e finisce tutto nel buio. Ho saputo che la famiglia in Africa ha fatto una colletta per farlo tornare. Hanno mandato suo fratello per riportarlo a casa. Lui è stato fortunato. Molti sono rimasti qui. Ne vedo tanti. Quelli nelle piazze sempre con la birra in mano, sempre ubriachi, sempre pronti a litigare. Quelli dentro i “bar” in via Palermo. Penso ad una signora ivoriana, separata, con la figlia affidata ad una famiglia italiana. La vedo spesso in giro. Cammina. Cammina. Qualche volta sorride. Qualche volta si ferma. Così, senza nessun motivo. Parla da sola e poi ricomincia a camminare. La vedo ovunque. L’ultima volta che l’ho vista era vicino al Duomo. Seduta. Testa bassa. Gli occhi persi. Ho chiuso gli occhi… Sono i falliti dell’immigrazione. Quelli che non sono riusciti a capire i meccanismi della vita lontana da casa. Quelli che non hanno trovato delle risposte a questa vita. Quelli che non riescono ad accettare che abbiano speso così tanti soldi, energia, sacrifici per poi ritrovarsi a vivere questa vita da indesiderato. Senza terra. Senza identità. Senza voce. Non hanno avuto la fortuna che ho io: non solo avere delle persone che mi vogliono bene, ma anche poter scrivere. Scrivere mi ha aiutato a vivere i drammi di questa mia vita d’immigrato. Ascoltare la mia voce interiore e poter scrivere quello che mi diceva è stato fondamentale. No, vitale direi. Questo piccolo auto aiuto psicologico è stato molto importante nella mia vita. Da noi non c’è la cultura di andare dallo psicologo. Per non parlare dei costi che comporta. Purtroppo con gli amici conosciuti qui si fa qualche volta fatica a parlare di tutto. Non ti “conoscono”. Non conoscono la tua storia. Non possono capire come vivi certe situazioni. Non ti fidi. Allora a volte si è soli, soli con i propri fantasmi. Bisogna avere la forza di non lasciarsi andare. Io ci sto provando. Ma tanti di quelli che conosco non ce l’hanno fatta. E li vedo. Sulle strade. Persi. Soli con le proprie domande. Domande senza risposta.

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One Comment

  1. carla piccioni
    inviato il 22 settembre 2010 alle 09:37 | Permalink

    Caro Cleophas, il tuo racconto è un volo verso la libertà. C’è in te tutta la gioia di vivere e di mare, di prendere per mano ogni solitario che ha chiuso gli occhi e non riesce a riaprirli perché mutilato nella forza di volontà. Usiamo tutto ciò che c’è di buno per attivare le nostre forze, le spade del coraggio e del buon ascolto. quelle sguainate in nome di aiuti veri. Tu scrivi e hai una consapevolezza del dolore incredibile ma il dolore non deve intossicare, deve servire a conoscerlo per servirsene per arrivare alla conoscenza opposta:la via del bene. Diventa un intellettuale se puoi le idee muovono il mondo aiuta e cerca aiuto leggi storie e libri positivi Il dolore è una condizione di schiavitù perché non sei quello che vorresti:stare bene e per stare bene devi fare quello che desideri. Solo così srai felice. se chiedi cibo a chi vuole dartelo stai tranquillo che ciò avverrà ma devi sforzarti di non vergognarti e devi comprendere che il dolore esiste perché stai facendo ciò che ti rende infelice. La tua idea personale di bene e male, ciò che è bene e male per te è egata alla tua felicità o infelicità. leggi molto e scrivi! Solo così potrai aiutare chi ti fa stringere il cuore!

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.