Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono a volte non basta a poter sopportare il peso della vita. Penso ad una signora ghanese conosciuta tre anni fa. Avevo anche scritto un testo su di lei. Invalida, con pochi punti, non aveva diritto alla pensione e non riusciva più a lavorare. L’ho vista l’altro ieri. Matta. Parlava da sola. Non sapeva come fare a tornare e raccontare che era andato tutto a puttane, che l’immigrazione non era tutta rose e fiori, che qualche volta va male. Molto male. Pensava alla sua famiglia rimasta lì, ai figli. Cercava delle risposte a questa vita senza senso. Non le aveva trovate. Quando l’ho vista camminare gesticolando, mi sono nascosto. Ho avuto vergogna, paura che mi potesse riconoscere. Penso al mio amico Fofana. Lo incontravo ogni tanto in giro di notte. Sempre da solo con la birra in mano. Aveva perso il lavoro, era stato cacciato dalla moglie, era finito sulle strade. Era il ragazzo più simpatico che avessi mai conosciuto, rideva sempre, dava sempre una mano a tutti. Sempre disponibile. Poi basta poco. La perdita del lavoro, il permesso scaduto, i problemi a casa e finisce tutto nel buio. Ho saputo che la famiglia in Africa ha fatto una colletta per farlo tornare. Hanno mandato suo fratello per riportarlo a casa. Lui è stato fortunato. Molti sono rimasti qui. Ne vedo tanti. Quelli nelle piazze sempre con la birra in mano, sempre ubriachi, sempre pronti a litigare. Quelli dentro i “bar” in via Palermo. Penso ad una signora ivoriana, separata, con la figlia affidata ad una famiglia italiana. La vedo spesso in giro. Cammina. Cammina. Qualche volta sorride. Qualche volta si ferma. Così, senza nessun motivo. Parla da sola e poi ricomincia a camminare. La vedo ovunque. L’ultima volta che l’ho vista era vicino al Duomo. Seduta. Testa bassa. Gli occhi persi. Ho chiuso gli occhi… Sono i falliti dell’immigrazione. Quelli che non sono riusciti a capire i meccanismi della vita lontana da casa. Quelli che non hanno trovato delle risposte a questa vita. Quelli che non riescono ad accettare che abbiano speso così tanti soldi, energia, sacrifici per poi ritrovarsi a vivere questa vita da indesiderato. Senza terra. Senza identità. Senza voce. Non hanno avuto la fortuna che ho io: non solo avere delle persone che mi vogliono bene, ma anche poter scrivere. Scrivere mi ha aiutato a vivere i drammi di questa mia vita d’immigrato. Ascoltare la mia voce interiore e poter scrivere quello che mi diceva è stato fondamentale. No, vitale direi. Questo piccolo auto aiuto psicologico è stato molto importante nella mia vita. Da noi non c’è la cultura di andare dallo psicologo. Per non parlare dei costi che comporta. Purtroppo con gli amici conosciuti qui si fa qualche volta fatica a parlare di tutto. Non ti “conoscono”. Non conoscono la tua storia. Non possono capire come vivi certe situazioni. Non ti fidi. Allora a volte si è soli, soli con i propri fantasmi. Bisogna avere la forza di non lasciarsi andare. Io ci sto provando. Ma tanti di quelli che conosco non ce l’hanno fatta. E li vedo. Sulle strade. Persi. Soli con le proprie domande. Domande senza risposta.
Tag:Cleophas Adrien Dioma, inedito, permesso di soggiorno, racconto06.set 2010
Perdi il lavoro, scade il permesso, diventi un matto che parla da solo per strada
One Comment
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Caro Cleophas, il tuo racconto è un volo verso la libertà. C’è in te tutta la gioia di vivere e di mare, di prendere per mano ogni solitario che ha chiuso gli occhi e non riesce a riaprirli perché mutilato nella forza di volontà. Usiamo tutto ciò che c’è di buno per attivare le nostre forze, le spade del coraggio e del buon ascolto. quelle sguainate in nome di aiuti veri. Tu scrivi e hai una consapevolezza del dolore incredibile ma il dolore non deve intossicare, deve servire a conoscerlo per servirsene per arrivare alla conoscenza opposta:la via del bene. Diventa un intellettuale se puoi le idee muovono il mondo aiuta e cerca aiuto leggi storie e libri positivi Il dolore è una condizione di schiavitù perché non sei quello che vorresti:stare bene e per stare bene devi fare quello che desideri. Solo così srai felice. se chiedi cibo a chi vuole dartelo stai tranquillo che ciò avverrà ma devi sforzarti di non vergognarti e devi comprendere che il dolore esiste perché stai facendo ciò che ti rende infelice. La tua idea personale di bene e male, ciò che è bene e male per te è egata alla tua felicità o infelicità. leggi molto e scrivi! Solo così potrai aiutare chi ti fa stringere il cuore!


a te la parola