Esiste uno scrittore che ornerebbe la propria mano dell’anello di Gige? Non, beninteso, per adoperarne allo scopo di rubare storie altrimenti inconoscibili, bensì per rendersi invisibile, anziché agli altri, a se stesso – girando il castone all’interno della mano, secondo la favola, egli, ormai disinteressato alla propria distinzione, potrebbe confondersi nella moltitudine e in questa indistinzione godere della felicità di raccontare non ciò che nella moltitudine accade, ma ciò che non sembra accadervi, in quanto fatto già subito escluso dal novero degli accadimenti considerati significativi e che invece costituiscono attimo dopo attimo la presentità di questa moltitudine stessa. Perché è verosimile supporre che nessuno scrittore, soprattutto uno scrittore di questi anni, ornerebbe la propria mano dell’anello di Gige? Perché uno scrittore di questi anni, come spiega Nancy, sembra ormai inchiodato all’idea del risultato, perché tiene lo sguardo fisso sul risultato, perché intende dare seguito a un’intenzione fino a concluderla, fino a che la tensione non venga riassorbita – che cos’altro è ormai un libro, se non questa operosità logica? Il racconto cessa di recitare se stesso divenendo apparecchio costruito per fornire informazioni, teso verso un obiettivo, e però lo scrittore non sarà pago, se non quando quest’obiettivo verrà colto, se non quando tutto ciò che c’era da sapere sarà stato saputo. Eventualmente lo scrittore accetterà di ornare la propria mano dell’anello di Gige solo al termine della carriera, allorché avrà ormai potuto constatare la vanità di ogni successo; lì però non si tratterà più di assumere e lavorare una procedura comune fra mittente (scrittore) e destinatario (i molti), ma di congedarsi dal mondo da tradizionisti, nella prospettiva di Qoelet.
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