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la piazza dove pensare nottetempo


15.lug 2010

Legge sul prezzo del libro

[La legge sul libro è stata approvata il 14 Luglio in commissione alla Camera. A seguire la versione integrale della lettera indirizzata da alcuni editori indipendenti a La Repubblica e pubblicata il giorno 12 Luglio. Martedì 13 Luglio, Simonetta Fiori ha raccolto le prime adesioni alla protesta.]

Caro Direttore,

nei prossimi giorni verrà portata alla Camera la nuova legge che disciplinerà il prezzo del libro, ovvero che regolamenterà gli sconti. Siamo sicuri che ben pochi italiani, tediati dalle ricorrenti denunce sullo sconsolante panorama della lettura nel nostro Paese, avrebbero pensato che bastasse regolamentare uno sconto per risolvere tutti i problemi. Invece il legislatore esordisce così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri. Tale disciplina mira a contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione.” E dire che sono dieci anni che rincorriamo una legge civile sul libro, e per tutto questo tempo abbiamo avuto la soluzione sotto gli occhi. Già, peccato che a nostro avviso questo cappello introduttivo sia falso, e la legge vada nella direzione contraria a quanto proclama di voler ottenere.

La Legge Levi è molto breve: in pratica pone un tetto allo sconto che il libraio può fare all’acquirente finale del libro. Questo tetto è fissato al 15%. Vi sono alcune deroghe per le vendite on line (tetto del 20%), alle biblioteche o associazioni, ai libri fuori catalogo. E poi c’è un comma che permette agli editori di fare promozioni per 11 mesi all’anno (salvo dicembre e purché ciascuna non più lunga di un mese) su tutti i loro libri (vecchi e nuovi), senza alcun tetto di sconto. Ovvero un piccola clausola che di fatto vanifica qualsiasi tentativo di limitazione dello sconto, rivelando dunque che questa “disciplina del prezzo” è fittizia. A questo si aggiunge che i controlli e le sanzioni previsti paiono inefficaci.

Ma il colmo è che questa legge è stata redatta con l’accordo delle associazioni di categoria (AIE, Associazione Italiana Editori, e ALI, Associazione Librai Italiani), quindi viene fatta passare come una legge “voluta unanimemente da editori e librai”.

Ebbene, noi riteniamo che questo non sia vero, e ci auguriamo che gli editori e librai che la pensano come noi scrivano e chiamino il suo giornale a centinaia, per dire che questa unanimità non c’è, per manifestare la loro contrarietà a questa legge e per appoggiare la richiesta di una legge sul modello francese o tedesco (che spiegheremo brevemente più avanti).

La Legge Levi, di fatto, è voluta dai grandi gruppi editoriali, che sono gli unici che possono permettersi con continuità l’arma commerciale dello sconto elevato e vedono così sancito per legge questo loro privilegio, e dalle catene di librerie, che vi vedono un argine alla grande distribuzione, il loro principale concorrente. Questi sono argomenti piuttosto tecnici che non possono interessare il lettore (colui che compra e legge libri); se facciamo questa affermazione è per spiegare perché cinque di noi (il sesto non è socio), non sentendosi rappresentati dall’AIE, abbiano annunciato l’intenzione di uscire dall’associazione se l’AIE non chiederà di modificare il progetto di legge. E anche perché non vengano a dirci: ma siete voi editori e librai che l’avete voluta. Semplicemente non è vero.

Normalmente, quando si affronta il tema degli sconti, la prima obiezione che viene fatta è la seguente: siamo un Paese che legge poco, lo sconto è un incentivo all’acquisto del libro, dunque alla lettura; e poi sono tempi duri, perché vogliamo privare il consumatore (e di proposito non usiamo più il termine lettore) del vantaggio economico dello sconto? In altre parole la nostra sembra una posizione impopolare. Ma ai lettori attenti non sfuggirà che molto spesso un libro “molto scontato” finisce con il costare come un libro altrettanto buono di una casa editrice indipendente a prezzo pieno. Non di rado dunque lo sconto è uno specchietto. E poi… e poi è necessaria una breve divagazione sul libro.

Proviamo a fare qualche affermazione di principio: “Il libro è un bene fondamentale per la cultura, lo sviluppo, la democrazia, la circolazione delle idee e la realizzazione personale; sul libro si regge buona parte della formazione, dell’educazione, della comunicazione e del fermento culturale di una Nazione; per questo motivo deve esserne garantita la massima pluralità di produzione (case editrici) e diffusione (librerie indipendenti e di catena, edicole, grande distribuzione).

La comunità dei lettori (e di proposito non usiamo il termine mercato) deve premiare o punire l’editore e il libraio in base alla qualità del suo lavoro e non in base a fattori puramente economici e finanziari.

La legge dello Stato deve stabilire delle regole che, senza alterare indebitamente il mercato, assicurino pari opportunità a tutti gli operatori del settore, in modo che la forza economica e finanziaria di alcuni non possa nuocere od ostacolare gli altri a scapito della “bibliodiversità” (concetto mutuato dal termine biodiversità, che rende molto bene e in maniera sintetica un’importante esigenza culturale di una Nazione). Infatti a stabilire il valore di un libro deve essere la sua qualità e non il prezzo o lo sconto.”

Siamo tutti d’accordo su queste affermazioni? In fondo non sono così dissimili dal cappello introduttivo della legge. Se anche voi siete d’accordo, allora dobbiamo provare a spiegarvi, in maniera meno tecnica possibile, perché la Legge Levi vada nella direzione opposta.

È una questione dimensionale, sia per gli editori, sia per le librerie.

Nella composizione del costo del libro ci sono delle voci fisse (eventuale traduzione, lavoro redazionale, studio grafico della copertina e impaginazione, correzione bozze, preparazione delle lastre, avviamento della stampa e della confezione) che incidono molto su tirature basse e si riducono aritmeticamente con l’aumentare della tiratura. Se la tiratura raddoppia, queste voci incidono per la metà nella composizione del costo finale del prodotto. Questo significa che il margine di un editore è molto basso per una tiratura bassa e aumenta rapidamente al crescere della tiratura (nel caso di una tiratura bassa, l’editore potrebbe recuperare il margine aumentando il prezzo di copertina, ma questo metterebbe fuori mercato il suo libro). La conseguenza è che un editore piccolo o medio non ha la possibilità di utilizzare, se non in rari casi, l’arma commerciale dello sconto, perché rinuncerebbe a tutto o quasi il suo margine. La grande casa editrice, invece, avendo margini molto più ampi (in percentuale sul prezzo di copertina) può rinunciare a una parte del guadagno per mettere fuori causa la concorrenza.

Una piccola libreria, sui libri che acquista, ha normalmente uno sconto (che diventa il suo margine) che si aggira sul 28-30%. Una grande libreria, o una libreria di catena, ha uno sconto che può essere anche del 50% maggiore, e questo le dà la possibilità di preservare un certo margine anche applicando sconti importanti.

Quali le conseguenze, allora? Una legge che permetta sconti elevati mette a repentaglio l’esistenza degli editori e delle librerie di piccole dimensioni e dei libri a bassa tiratura, che costituiscono la stragrande maggioranza delle cinquanta o sessantamila novità che escono ogni anno. E se editori e librai cominceranno a chiudere, se libri anche importanti che non hanno un elevato potenziale di vendita non potranno più essere pubblicati, la cultura italiana continuerà a deteriorarsi.

Senza contare che questo orientamento commerciale svilisce il libro: invece di vendere contenuti (perché interessanti, divertenti, importanti, belli ecc.) si finisce sempre più spesso con il vendere prezzi di copertina scontati. A trasformare il lettore in consumatore.

Non sarebbe meglio se il lettore entrando in libreria si potesse concentrare solo e unicamente sui libri e i loro contenuti, invece di essere accalappiato dai cartellini dello sconto? Non sarebbe meglio se al lettore venisse data l’opportunità di confrontare il vero prezzo di copertina dei vari libri quando deve stabilire se e che cosa comprare?

I legislatori di Francia e Germania, Paesi dove si legge molto, ma molto di più che da noi e dove il libro non è l’eterno malato cronico delle nostre statistiche, hanno da anni preso atto di quanto raccontato in questa lettera e promulgato leggi che vietano (Germania) o riducono moltissimo (Francia) lo sconto sui libri usciti da meno di un paio di anni. Anche la regolamentazione delle promozioni è molto più restrittiva, e soprattutto ci sono organismi di controllo che verificano e sanzionano chi tenta gli escamotage. Il risultato è che in questi Paesi si legge di più, case editrici e librerie indipendenti riescono a stare sul mercato (in Germania ci sono 19.000 case editrici contro le 7000 italiane), la legge viene rispettata, i prezzi di copertina vengono calmierati dal mercato e i lettori sono educati a scegliere i libri per quel che contengono e non perché sono in offerta.

Si ha dunque la sensazione che in questi due Paesi il legislatore si sia preoccupato del bene culturale dei cittadini e non degli interessi di alcune lobby. Come mai in Italia questo non può avvenire? (La domanda è chiaramente retorica.)

Se la Legge Levi non dovesse passare, in che situazione ci troveremmo? In questo momento non ci sono praticamente regole, o meglio c’è una legge del 2001 che è stata vanificata da successivi decreti che hanno liberalizzato sconti e promozioni. Per questo motivo, anche parecchi librai ed editori indipendenti, pur convinti che la Legge Levi sia una brutta legge, pensano che sia meglio che nessuna legge, e che possa essere il punto di partenza per successivi miglioramenti.

Noi siamo convinti invece che si possa e si debba fare subito una buona legge, e che se la Legge Levi dovesse passare così com’è ce la terremo per altri dieci anni. Dunque invitiamo tutti, editori, librai, e perché no, lettori indipendenti che la pensano come noi a farsi sentire perché la Legge Levi venga modificata secondo i modelli che hanno dato così buoni risultati all’estero.

La ringraziamo per lo spazio che vorrà dedicarci.

Gaspare Bona (Instar Libri), Emilia Lodigiani e Pietro Biancardi (Iperborea), Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi (nottempo), Daniela Di Sora (Voland)

[Dopo la pubblicazione parziale di questa lettera su La Repubblica al momento sono arrivate al quotidiano le richieste di adesione di Marco Tropea (Marco Tropea Editore), Marco Vicentini (Meridiano Zero), Piero Cademartori e Silvia Tessitore (Editrice ZONA), Maurizio Gatti (O barra O edizioni), Massimo Scrignòli (Book Editore), Anita Molino (FIDARE Federazione Italiana Editori Indipendenti), Odilia Negro (Associazione TRA ME, libreria indipendente, Torino), Nicola Cavalli (Libreria Ledi - International Bookseller, Milano), Angelo Biasella (Neo Edizioni), Paola Belotti (Premiana libreria Marconi, Bra), qui di seguito pubblichiamo alcune delle lettere]

***

Buonasera sig.ra Fiori,
leggo l’articolo e da libraia abituata per mestiere a stare in mezzo alle parole, ne rimango senza.
non vorrei sentire nel paese dove vivo e lavoro frasi come “meglio una brutta legge che nessuna legge” perchè una legge non andrebbe trattata come un figlio, cioè come uno scarrafone, bello comunque
per la sua mamma. e non vorrei sentire che, in sostanza, accontentarsi è la vera ricetta per vivere bene. vorrei poter continuare a indignarmi per ciò che non funziona o funzionicchia e lasciare alla saggezza che è racchiusa nel verbo “accontentarsi” lo spazio e la dignità che merita, ma in altri campi. una brutta legge è e resta una brutta legge, come quella sull’editoria italiana, che mi auguro sia vista nella sua mediocrità oggettiva, e non come il grido disperato di una categoria agonizzante come quella dei librai e dei piccoli e medi editori. nessuno, ma forse è meglio se parlo per me, diciamo dunque, io non
pretendo una legge che tuteli particolarmente la mia categoria, ma leggi che permettano ad ogni categoria di operare al meglio delle proprie possibilità, leggi eque che tengano conto delle dimensioni delle varie attività e forse, banalmente, leggi di mercato serio dove un commerciante, venda esso libri o altro, non sia messo nelle condizioni di comprare con uno sconto inferiore a quello di cui beneficia
l’utente finale. le sembra troppo?
Cordialmente
Paola Bellotti – Premiata Libreria Marconi

***


Gentilissima Simonetta Fiori,
la nostra casa editrice aderisce con convinzione alle proposte e alla lettera degli editori indipendenti pubblicata ieri su Repubblica e ringrazia lei e il giornale per l’ampio risalto che ha voluto dare alla questione e alle posizioni degli editori medi e piccoli, non sempre adeguatamente rappresentate.
La questione dello sconto è uno degli aspetti, forse quello più evidente, che penalizza il lavoro di tanti imprenditori e professionisti e che tende a premiare solo i grossi interessi e gruppi. La nostra posizione è quella di uno sconto – visto che sulla percentuale prevista, del 15%, pare ci sia stata un’intensa mediazione, come per altro lei ben spiega nel suo articolo – che non sia derogabile e che possa essere punto di riferimento per tutti gli operatori e non lasciato alla prevalenza delle forze in campo, a tutela degli editori, della filiera commerciale e delle librerie. Anche attraverso questi aspetti si misura il grado di salvaguardia delle diversità culturali che abitano un paese e che nel prodotto libro trovano una delle espressioni più ampie e accessibili, e quindi sosteniamo con forza che vi possano essere condizioni che non penalizzino chi ha scelto di lavorare in modo indipendente e autonomo dalle semplici logiche del profitto immediato. Restiamo a disposizione, grazie e cordiali saluti.
Piero Cademartori – Silvia Tessitore [editrice ZONA]

***

Una legge iniqua che di fatto non permette alle piccole librerie indipendenti di vivere sottraendo una marginalità che già di per sé è al limite della sussistenza.
TrentaeLode – Libreria Universitaria

***

Buongiorno, sono Odilia Negro dell’Associazione TRA ME di Carignano, in Provincia di Torino (www.tramecarignano.com). Tra le tante cose di cui ci occupiamo e che vendiamo ci sono anche i libri: abbiamo un settore libreria che, per scelta, privilegia le piccole case editrici. Alcune di esse, con le quali normalmente lavoriamo, hanno sottoscritto la lettera comparsa su Repubblica, che ci sentiamo di condividere in pieno. Vogliamo sottolineare in particolare la grande difficoltà che noi “piccoli” facciamo quotidianamente: ci ostiniamo a VENDERE CULTURA, non a vendere libri in quantità! Ci interessa la QUALITA’, facciamo costantemente presentazioni di libri e di autori, e troviamo interesse e apprezzamento per questo nostro lavoro. Pur consapevoli di essere una piccola goccia in un oceano, vogliamo portare anche la nostra voce in questo dibattito, al fianco di chi si occupa, appunto, di CULTURA e di promozione del libro come strumento di saperi, di contenuti e non solo come merce da vendere o meglio ancora svendere a prezzi bassi bassissimi. I libri non sono abiti fuori moda da saldare a fine stagione!!!!!!
Cordialmente.
Odilia Negro – per TRA ME

***

Gentile Simonetta Fiori,
facendo seguito al Suo articolo apparso su “la “Repubblica”, mi unisco all’appello della nostra associazione di editori indipendenti “Fidare”, ma anche di altri editori, accomunati dalla speranza che la nuova legge sul libro di prossima approvazione possa essere sostanzialmente modificata al fine di dare una speranza di salvezza del “libro” sotto ogni punto di vista. Dopo l’eliminazione delle tariffe di spedizione agevolate… per non essere eliminati del tutto… far passare uno sconto massimo del 15% potrebbe essere accettato, ma naturalmente senza deroghe di nessun tipo per le campagne promozionali, che altrimenti attuerebbero una perenne concorrenza non soltanto sleale, ma certamente insostenibile da parte dei moltissimi editori (piccoli e medi) che non fanno parte dei “grossi” gruppi editoriali.
Grazie per l’attenzione
Massimo Scrignòli – Book Editore

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2 Comments

  1. Alina Laruccia
    inviato il 19 agosto 2010 alle 15:09 | Permalink

    Buon pomeriggio, sono Alina Laruccia, titolare della libreria Eleutera di Turi(BA)Sono una piccola libreria indipendente, nel mio paese la prima libreria da sempre. Non intendo sottomettermi a questa legge che vuole la nostra ” morte”. I libri non sono oggetti qualsiasi, non si dovrebbero scegliere in base allo sconto, ma all’emozione che possono lasciarci dentro.Noi proveremo a resistere, nonostante tutto, anche se è dura, e sarà dura.

  2. inviato il 24 marzo 2011 alle 16:32 | Permalink

    il problema è complesso. i librai hanno le loro ragioni, ma è difficile chiedere al lettore/consumatore di rinunciare agli sconti in nome di un ipotetico futuro migliore.
    qui c’è un bell’articolo:
    http://www.lundici.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=350:in-difesa-del-libro&Itemid=1

One Trackback

  1. [...] denunciato il rischio che questa legge rappresenta per l’esistenza stessa di molti editori (qui trovate la lettera in versione [...]

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.