piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


05.lug 2010

mi basta accelerare

Le persone si spaventano, tremano e qualche volta piangono. Io no. Il motorino mi ha salvato. Da quando ce l’ho, se mi innervosisco o mi innamoro, mi basta accelerare. Non devo nemmeno cambiare le marce. Basta un poco di equilibrio. E capire che in movimento spostare il corpo significa spostare il mezzo, cosa che da fermi sarebbe impossibile. È come essere un centauro, ma i centauri non mi piacciono, sono ambigui.

E poi avere la testa di un uomo e l’aggeggio di un cavallo è una fortuna troppo sfacciata.

E poi se sei un centauro stare fermi o in movimento non cambia nulla.
E poi ancora a scuola Mitologia si studia in seconda e io ormai sto in terza.Se avessi avuto un cavallo di legno, forse sarei stato furbo.

Prima del motorino c’erano solo i libri che però se ti innervosisci non puoi farci niente. Nemmeno sbatterli per terra, perché al più si spaginano. E che hai fatto con un libro senza pagine?. Da quando ho il motorino quindi mi sento un cavaliere, offro un passaggio alle mie compagne di classe e mi fermo prima delle strisce pedonali per far passare la professoressa che va a prendere la macchina e aspetta, lunghi minuti e quattro frecce, ferma nel traffico che si decongestiona. Invece io, il mio motorino e la mia pulzella ce ne andiamo di gran carriera.

Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta e la mia dama mi stringe più forte e tutto è in ordine. Per qualche minuto. Poi la mia dama che ha una borsa e non uno zaino lancia un urlo e l’urlo mi sposta, mi sbilancia, quasi cadiamo, ma il mio cavallo si fida di me e io di lui e riusciamo a fermarci. La mia dama ha gli occhi lucidi. Tra spavento e rabbia e mi dice Ma che miseria stavi guardando?. Che non è proprio un’apostrofe da dama. Ma non sempre corrispondiamo all’idea che coltiviamo di noi stessi. Figuriamoci se gli altri possono. Ma non lo vedi che potevamo spalmarci sull’asfalto?. Che è un po’ come quando un cavaliere lascia le insegne del proprio regno per darsi alla macchia. Ma non l’hai visto quello che veniva dall’altra corsia che si è avvicinato si è avvicinato si è avvicinato e mi ha sfilato la borsa, Eh?

Sbigottisco, ma senza arrabbiarmi, guardo in fondo alla strada c’è una macchia tutta nera, motorino nero più cavaliere nero su motorino nero, senza pulzella. Che portavi nella borsa?, Che domande fai?, il quaderno di latino, Te le passo io le versioni, Ma che mi importa!, Come ti pare allora, Ma non mi accompagni a casa?, Sali ma non spostarti mai più a quel modo altrimenti cadiamo, Ma mi hanno scippato la borsa, Non ti hanno scippato la borsa, la tua borsa era il bandolo di una giostra, Ma che vai dicendo?, Madama il vostro problema è che la giostra è fatta da cavalieri, dovreste rimanere sugli spalti, non sulla mia sella, Tu sei pazzo in testa, me ne vado a piedi, Allora i miei omaggi madama, Ma va’ va’.

Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, faccio inversione di marcia, la mia dama mi dice qualcosa col suo linguaggio postribolare ma l’effetto doppler lo deforma, la macchia nera motorino nero più cavaliere nero mi aspetta, spavalda. Il cavaliere fuma e fa dondolare la borsa. Freno lo guardo negli occhi e il cuore accelera. Mi sorride. Ti ho visto guidare e volevo sfidarti ma dovevo toglierti quella da dietro le chiappe, Ah messere!, nonostante la faccenda mi secchi sono io a dovervi sfidare per restituire la borsa alla pulzella che mi scaldava le terga, Aspetta dolcezza, prima di sfidarmi devi dimostrare di saper fare quello che ho fatto io, portami una borsa e ne riparliamo, E le lance?, Ho due ombrelloni così quando ti toccherò non ti squarcerò il petto, Buona idea messere, così non vi farete troppo male, perché sarò io a infilzarvi, Portami la borsa e poi vediamo, altrimenti mi toccherà sceglierne un altro.

Roteo il polso, il rombo cresce, la pressione dell’aria sul viso aumenta, la folla si dirada, le macchine spengono le quattro frecce e avanzano, gli ultimi studenti assaltano l’ultimo autobus azzurro, una donna con una borsa al braccio cammina sola sul ciglio della strada. Respiro piano, mi assicuro che la presa delle dita sia serrata ma non chiusa, sono un cavaliere e non voglio tirarla a terra e nemmeno che si faccia male. Il mare mugghia in fondo alla stradina, pare una folla, l’asfalto sotto al sole d’inverno prende il colore della terra battuta, il mio motorino è imbizzarrito come un cavallo e la donna sul ciglio della strada è ferma come un buratto che sostiene banderuola. La mia.

Roteo il polso, allento le briglie, la pressione dell’aria sul viso aumenta, mi sporgo un poco e il motorino si inclina come deve, tiro appena le briglie perché la velocità e la precisione sono difficili da ottenere in contemporanea, quando arriverò in quinto e alla seconda guerra mondiale sarò un cecchino, velocità e precisione, la signora raddrizza le spalle, il buratto cambia posizione sotto un alito di vento o per la pressione emotiva della folla, allungo il braccio ancora apro le dita afferro la piccola tracolla della piccola borsetta da passeggio. Non è rubare, la borsa sarà restituita dopo aver dimostrato la propria nobilitate. Qui si parrà. Ho la borsa, la alzo in aria, sparisco dietro una curva, sfreccio veloce sotto il naso della macchia nera che mi lancia la borsa della mia donzella, riappaio nella strada ma una nuvola ha coperto il sole e l’asfalto è asfalto e il mare s’è quietato e la folla è sparita. La signora è a terra, il buratto è caduto, penalità, mi avvicino, scendo, la scuoto, non si muove.

Se avessi avuto un cavallo di legno, forse.

Certe volte quando le persone si spaventano, o si innamorano, invece di roteare il polso, come me, roteano il cuore e scoppiano. Muoiono. La mia banderuola era troppo pesante, la mia banderuola era di carne. Penalità per chi colpisce il buratto.
Per me.

Everybody must have a fantasy
A. Warhol

[Questo racconto è stato pubblicato su Purple Magazine (maggio 09) col titolo Pari e patta]

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.