piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


29.mag 2010

la fiducia e i pregiudizi

Io ho tirato di spada insieme a D’Artagnan e l’ho battuto. Ho scacciato dal Nautilus la seppia gigante insieme a Nemo, sono tornata due volte a Tara insieme a Rossella O’Hara. Ho portato il cappello sull’isola quando nessuno sull’isola portava il cappello e mi hanno accusata. Ci ho messo ottanta giorni a girare il mondo e ho vinto la scommessa. Ho visto i cinesi che cucivano i vestiti per un grosso stilista e pure una bambina che andava a farsi un paio di occhiali con la mamma per uno dei fondachi di Napoli. Sono stata a Procida con Arturo e ho passato un giorno intero con Cosimo Piovasco di Rondò. Sono stata il cavaliere inesistente e lo stomaco sfortunato di Jack. Ho amato moltissimo Adriano, ma lui pensava all’impero. Ho cospirato contro Elisabetta I Tudor anche se amavo lei pure e lei non mi ha fatto tagliare la testa perché io fossi la dimostrazione vivente di quanto si rischia ad amare le cose.

Io leggo tanto. Leggevo tanto anche quando non lo facevo per lavoro. Per una ragione che un poco ha a che vedere con la pigrizia. Perché per rimettere a posto Casa di Bambola di Ibsen ci vuole un gesto, e per smontare invece le sedie e gli scialli di una casa delle bambole inventata ad hoc, diversi minuti e molta noia. L’ho capito abbastanza presto e altrettanto presto è diventato un vizio. Leggere, leggere, leggere è diventato un vizio. Quelle cose o quelle persone senza le quali non puoi stare, senza le quali la vita è diversa e un poco quasi perde colore. Io pure per i libri sono diventata un vizio e lo dico senza pensare ai fantasmi, quando passo accanto a loro mi saltano in mano come fossero omini a molla con le molle rotte, che saltano e restano, non tornano indietro. Nonostante questo rapporto colpevole, un poco malato, grottesco per certi versi, perché non c’è niente di più lontano di un rapporto di vizio reciproco tra due esseri diversi quanto una persona e un libro, uno parla e l’altro no, uno è fatto di carne e l’altro no, uno muore e l’altro chissà, i libri, nonostante loro, mi hanno insegnato la fiducia nel mondo. Il mondo quello tondo che gira per l’universo per l’aere tranquillo e arde e cade e il mondo quello intorno delle stradicciole sporche o polverose, dei bambini che vanno o non vanno a scuola, degli adulti che vanno o non vanno a lavorare, dei politici che rubano o non rubano, dei quartieri che portano nomea di desolazione e delinquenza e di altri che sono tres chic, e tres bon, degli altri esseri umani che leggono o non leggono.

Detto questo, io che non imparo tanto in fretta e sono pure un po’ moralista, mi fido moltissimo delle persone che leggono, nel senso che nutro verso di loro un pregiudizio positivo. Perché penso che leggere insegni a stare in mezzo agli altri, dia la possibilità di vedere in una vita sola pezzi di mondo che uno non vedrebbe mai e di conoscere persone che uno non incontrerebbe. Io penso che leggere sia un gesto e un esercizio a essere piú uguali. Non ci vogliono i soldi per leggere, esistono le biblioteche, i centri del libro, esistono, e a Napoli c’è una intera strada di libri usati, di seconda o terza mano. I libri si scambiano, dei libri si parla, si discute, sui libri si litiga, i libri aprono campi di battaglia dove non muore, o comunque non dovrebbe morire, nessuno. Nei libri ci sono le parole, e con le parole si può fare tutto.

Nei libri si imparano le sfumature, si capisce che niente di quello che accade è tutto buono o tutto cattivo, che c’è una ragione che certe volte spalleggia le cose e certe altre le abbatte. I libri non salvano e non risolvono, non sono miracoli, sono possibilità. Io sono cresciuta in un paese dove non c’era e non c’è una libreria, dove non c’era e non c’è una biblioteca pubblica, dove non c’era e non c’è nemmeno un banchetto di libri usati e se non avessi avuto in casa tantissimi libri e non avessi avuto mio padre e mia madre che non mi hanno mai impedito di prendere e leggere qualsiasi cosa io sarei una persona diversa, sarei più timorosa, avrei principi di autorità infiniti e una curiosità alla quale non avrei saputo dare nome e che probabilmente mi avrebbe divorato, non mi sentirei a posto nel mondo perché penserei di averne uno e di non potermene andare. I libri ti fanno scappare, ti fanno fuggire, ti insegnano a riconoscere le prigionie e la tirannide. I libri ti dicono che il senso di spreco è il primo sintomo di vivere durante una tirannide. Quante volte vi sentite di sprecare tempo, soldi e allegria in questi giorni d’Italia?

Io sono stata il principe Myskin, l’idiota, chiuso da solo e al buio a non impazzire perché avevo storie da raccontarmi, sono stata Alekos Panagulis mentre mi torturavano e continuavo a cantarmi filastrocche in testa, sono stata anche, ma per poco tempo, Zenone, mentre il sangue mi scorreva dalla coscia perché non volevo essere bruciato vivo, sono stata Wang Fo, che scappa dalla reggia reale disegnando una barca sul muro, e sono stata Sirius Black che ha odiato tanto da non consentire alla prigione di Azkaban di rubargli lo spirito e la voglia di vivere, sono stata un Ercole filosofo e stanco che quasi ama le cavalle sanguinarie. E dopo tutto questo, adesso sono stata me e in me mi sembra tanto di non respirare, mi sembra di stare così stretta che voglio subito leggere un altro libro.

[questo pezzo è stato scritto per la manifestazione Incontriamoci a Scampia - La fiducia e i pregiudizi. Napoli, quartiere Scampia, 22 e 23 Maggio 2010]

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One Comment

  1. Alina Laruccia
    inviato il 31 maggio 2010 alle 15:46 | Permalink

    Oggi è una giornata di pioggia. Giro per caso tra i siti e capito in questo. Sarei dovuta andare a Scampia con il gruppo dei Presìdi del Libro, ma impegni in libreria non mi hanno permesso di godere di una giornata con persone speciali. Attraverso i Presìdi ho mandato in dono quello che per me è il dono più prezioso, l’indispensabile per chiamare vita quell’occasione che stiamo affrontando. Ho mandato dei libri, per la Biblioteca dei ragazzi di Scampia, perchè non posso pensare che un ragazzo debba perdersi questo arcobaleno dei desideri.
    Grazie Chiara per quello che hai scritto. Non finirò mai di dirlo, ringrazio i libri per averti incontrata. Alina
    ***
    grazie alina!
    chi

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.