Cari amici oggi come oggi, il 23 aprile del 1616, nello stesso giorno morivano William Shakespeare e Miguel de Cervantes. E’ vero che il primo aveva 52 anni e l’altro 64 e non si frequentavano, ma a me è sempre suonata come una data particolare, il 23 aprile, tanto che da anni me la segno sull’agenda. Dato che siamo ormai incastrati nel simbolico, a me questa data è sempre apparsa come simbolica di qualcosa, come se quel giorno lì fosse iniziato il ‘progetto incompiuto’ della modernità, come si fosse presa in quel giorno una virata ulteriore del nostro modo di intendere la vita e il mondo. In quegli anni peraltro il signor Descartes stava mettendo a punto la strategia che ci avrebbe definitivamente convinti
che una separazione da sé e dal mondo è non solo possibile ma, nel breve, pure rinvigorente e soddisfacente, innestando quel dialogo interno continuo con cui a lungo andare si diventa pazzi. In quel giorno si può veder sancito lo scollamento, il divorzio tra le due componenti polari che bilanciate sono l’unica possibilità che abbiamo di barcamenarci, di intuire un minimo di cammino fra le apparizioni delle cose del mondo. La fantasia, vale a dire la visione e gestione proporzionale degli avvenimenti che ci succedono, è stata progressivamente esautorata della dignità conoscitiva che ha avuto per millenni, esiliata e ridotta a vacanza dalla conoscenza, a evasione futile da quella che si presume sia già una galera alla quale immediatamente ritornare, mentre è la fantasia sola, vale a dire la facoltà delle analogie a stabilire il necessario rapporto tra le cose che sta alla base di ogni atto conoscitivo. Così è venuto man mano instaurandosi un regime che potremmo chiamare imperialismo della ragione, vale a dire un territorio accuratamente recintato dove il dogma è che tutto il reale è razionale, e tutto ma proprio tutto è misurabile col metro rigido della coscienza, con per corollario il monopolio di validità e certezza (giorni fa ho sentito in tv un commentatore in collegamento dal Circeo, il quale sosteneva che l’incontro tra Ulisse e Circe ‘non aveva validità scientifica’). Una volta cancellata l’ultima traccia emozionale del pensiero resta solo la tautologia, la fissazione che non s’accorge di sé, la paralisi dell’evidenza logica. Pensare significa ormai solo sorvegliare la propria capacità di pensare. Corto circuito che porta per esaurimento, per scoramento, allo slacciarsi dell’istinto di distruzione che abbiamo nel cuore, non solo sotto gli occhi. Provare a rivendicare all’esplorazione fantastica il compito investigativo che le spetta abbisogna di un abbandono alla fiducia. Certe volte mi pare questo l’unico terreno di lotta, reale, che ci rimane.


a te la parola