piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


22.apr 2010

altre notti

Per tutto il tempo della notte il bambino ha pianto. Ricordo d’essere rimasta a letto e d’aver immaginato in qualche modo che per me era giusto così. Ci sono state altre notti uguali e finisce sempre che lui smetta di colpo, appena la sete, un rumore alla finestra o l’acqua in circolo nel termosifone mi fanno sbarrare gli occhi sul nero della stanza. Non ho pensato che potesse essere il rimprovero delle cose a una madre fuori natura, perciò stavolta mi sono alzata col sonno premuto ancora sulle ciglia e ho cercato il bambino contando di fare la cosa giusta. Solo che al primo spigolo venutomi contro ho aperto gli occhi e tutto è scivolato via, come i grani di un rosario quando la corda si spezza. Adesso fuori è giorno nuovo e mi viene in casa piano, come un’innocenza che minaccia. Mi guida fino alla cinta della tapparella e io la faccio salire, alta fino all´ultima stecca. Non ci sono culle in camera mia, così mi do pace e guardo fuori dove il pesco tardivo è rimasto tutta la notte. L’ho guardato a lungo prima di rientrare, e mi sono chiesta come potesse Aprile, far sbocciare i suoi fiori senza macchiarsi l´anima.

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4 Comments

  1. Roberto
    inviato il 22 maggio 2010 alle 07:03 | Permalink

    hai una voce bellissima, non solo narrativa (per ora ho letto solo questo)… ti ho ascoltato a fahrenheit. ti leggerò.

  2. Flavia
    inviato il 31 maggio 2010 alle 12:08 | Permalink

    Racconto di una bellezza… spezza il fiato. Scrittura straordinaria. Complimenti all’autrice.

  3. Elisa
    inviato il 2 giugno 2010 alle 09:50 | Permalink

    …una persona cara mi dice, Hai visto i due commenti al tuo Appena svegli? Guardali, ne vale la pena. La mia amica non sbaglia mai.
    Grazie Roberto e Flavia…perché, leggendo queste righe, mi avete ascoltata due volte.

  4. Flavia Ganzenua
    inviato il 26 aprile 2011 alle 23:00 | Permalink

    l’ho riletto ora, a distanza di mesi… e mi ha emozionato quasi più di allora…bellissimo davvero…

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.