piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


19.apr 2010

Fallaste Corazon

Il negozio di dischi era piccolo e sembrava costruito tutto in plastica, ma le commesse erano dietro a un normale banco di legno e le pareti erano ricoperte di cassette di musica e di compact disc. La gente entrava nel piccolo locale, a volte famiglie intere, padre madre e bambini cominciavano a canticchiare e a muovere i fianchi al ritmo della canzone in prova. La porta sulla strada era aperta al pubblico e la strada era piena di suoni propri, passanti e bighelloni e venditori di frutta si urtavano camminando sui marciapiedi stretti, ma all’interno del negozio di dischi la musica delle sambe e delle canzoni ranchere riusciva a prevalere.

Per questa ragione chi entrava cominciava a cambiare atteggiamento; non era più la stessa perché cedeva immediatamente alle cadenze ritmate della canzone messa su dal commesso in quel momento (c’era un commesso molto gentile e servizievole in quel negozio), e anche mentre acquistavano quel disco o un altro, e mentre pagavano le persone muovevano i piedi a passo di danza.

Alla signora che era entrata da qualche tempo sembrava che quando uscivano sulla strada assolata quelle persone tornassero normali, prese di nuovo dai loro affari.

“Resterò qui tutto il giorno” decise la signora, anche se nel piccolo ambiente non c’era da sedersi, e la gente entrava e usciva spingendola un poco a destra e a sinistra. Al commesso chiese se avevano musica classica, e il commesso le indicò un locale separato da una porta a vetri ed entrarono in una stanzetta altrettanto minuscola con file di compact disc in ordine nelle vetrine lungo i muri, e poi un piccolo banco con un giradischi e sistemi per l’ascolto molto sofisticati (almeno così sembrava alla signora). Gli chiese di Gould accennando con le mani ai gesti di chi suona il pianoforte ma il ragazzo sembrava ignorare completamente questo nome. Aggrottò la fronte e scosse la testa. Allora la signora pronunziò il nome Bach e il commesso sorrise e le mostrò tutto quello che aveva, ma nessuna esecuzione era di Gould, finché il suo volto si illuminò: salì su una scaletta fino a un alto scaffale e le mostrò una copertina in bianco e nero in cui si vedeva una delle classiche fotografie di Gould aggrappato alla tastiera con la testa incassata nelle spalle. Sembrava un disco vecchio a trentatré giri ma il ragazzo disse “laser disc” e lei capì che si trattava di una nuova possibilità per ascoltare e vedere contemporaneamente l’esecuzione. Avrebbe comprato il disco. Era molto soddisfatta perché la sera prima, a casa dello zio di suo marito, una giovane cugina le aveva confessato di suonare il pianoforte di nascosto, rubando il tempo al suo lavoro di economista. La signora le aveva chiesto se conosceva Gould e al suo diniego promise: “Domani lo cercherò in centro”, e la giovane aveva risposto che in città non avrebbe trovato altro che musica popolare. Quella mattina tutti i familiari erano partiti per una riunione aziendale, e lei era rimasta a visitare la città barocca così bella, prima della partenza l’indomani.

Nel negozio le venne in mente all’improvviso che da anni, ma poi non ci aveva più pensato, andava in cerca di una canzone messicana, che aveva amato quando non era ancora sposata, trent’anni prima. Quel commesso aveva un’aria così seria e gentile! Le sembrava che la canzone si chiamasse “La rosa de oro”! La conosceva? Lui scosse la testa desolato.

Allora la signora nella piccola stanza insonorizzata guardando timidamente il commesso cominciò a dondolarsi un poco e piegando la testa si mise a cantare piano: “Y tu que te creías_el rey de todo el mundo”; dopo un momento di silenzio il ragazzo continuò: “y tú que nunca fuiste_capaz de perdonar_” E lei cantando: “La vida es la ruleta” e lui: “fallaste corazon”. E lei: “maldito corazon”. Sorrisero sollevati perché si erano capiti, ma subito dopo il ragazzo alzò il braccio e lo agitò all’indietro per dire che la canzone era molto antica, passata di moda e che non faceva parte del loro repertorio.

Non importava, la signora aprì la porta per tornare nella prima saletta e il suono di un’arpa la colpì in pieno viso, la voce stentorea maschile cantava una canzone ranchera. Di nuovo fu travolta dall’emozione per la dolcezza di quella musica che invitava a ballare e di nuovo pensò “Io resto qui”, si appoggiò alla vetrina e seguì il viavai delle persone che venivano, si muovevano a passo di danza compravano un disco e se ne andavano tornando normali.

Guardava distrattamente il ragazzo che ogni tanto parlava al telefono e poi frugava nei cataloghi, cercava un certo disco per un certo compratore, ed era sorpresa che le commesse non sembrassero infastidite da lei, una cliente che non pagava il disco scelto e ingombrava il passaggio e stava lì.
Il volume della musica era alto, il ritmo era particolarmente veloce, gli avventori entravano dalla strada assolata, il ventilatore girava freneticamente e, sembrava, a tempo di valzer; i titoli delle canzoni richieste volavano dalla bocca dei clienti a quella delle commesse, titoli come “El primer amor”, “Dama Antonona”, “Recordando el pasado”, risuonando nell’angusta stanzetta. Il tempo passava, non mandava segni di urgenza alla signora che sembrava a suo agio in quella situazione sospesa e insolita. Successe all’improvviso che un motivo diverso e a volume più alto sovrastò tutto, i battiti del cuore della signora accelerarono e quasi la soffocarono. Il suono veniva dalla stanzetta insonorizzata e oltrepassava lo schermo della porta a vetri. La signora si voltò in cerca del ragazzo e lo vide nel fondo, oltre il vetro, dietro al banco; aspettava il suo sguardo, sorrideva e sembrava dirle: “Ecco, sono trent’anni che cerchi e io ho trovato la canzone che volevi!”

La forte voce maschile che veniva dal retro sovrastava quelle del trio messicano nella prima saletta e cantava: “Y tu que te creías_el rey de todo el mundo” La signora abbassò la testa per nascondere il pianto che l’aveva travolta e entrò nella piccola stanza invasa dalla canzone e si avvicinò al banco senza guardare negli occhi il giovane commesso. Appoggiò le braccia e la testa sul piano di vetro e in quella strana posizione scomoda si sentì tranquilla e felice. Piangeva, si scioglieva in lagrime che scorrevano da tutte le parti. “Muy linda esta cancion” mormorava ogni tanto dolcemente il commesso. In piedi dall’altra parte del banco, scuoteva la testa e non sorrideva più; aveva un’espressione meditativa, quando la signora finalmente alzò gli occhi e lo guardò. Egli ripeté a modo suo che la canzone era così bella da far piangere e poi aggiunse, se voleva comprare il disco.

***
(da) martedì 20 aprile 2010 dalle ore 19


mostra personale di Isabella Ducrot. Suoni sensi segni.

PIOMONTI ARTE CONTEMPORANEA
Piazza Mattei 18 – Roma

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2 Comments

  1. manuela
    inviato il 4 maggio 2010 alle 11:00 | Permalink

    mi ricorda molto un negozio di dischi che sta a Napoli in via cisterna dell’olio, dietro al cinema, un mondo di suoi in una stanza di tre metri quadri. grazie ducrot.

  2. giulia
    inviato il 4 maggio 2010 alle 11:01 | Permalink

    non so. glenn gould e la musica spagnola? però bel racconto.

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.