piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


01.apr 2010

Randi

Randi entrò timidamente nella nostra vita e vi rimase da padrone per sedici anni.
Lo portò in casa, cucciolo forse di un mese, mio figlio, che disse con lo sguardo sincero e commosso che hanno i ragazzi quando mentono:
- Me l’ha dato un amico, è un cane di razza, sai, lupo.

In realtà l’aveva comprato per la strada, da un tale che vendeva fantasiosi bastardini etichettati come cani delle razze più varie. E Randi dimostrò subito di avere parecchia fantasia in fatto di come di cani delle razze più varie. E Randi dimostrò subito di avere parecchia fantasia in fatto di razze: tenero e aggressivo, timido e spavaldo insieme, il suo comportamento ricordava i molteplici retaggi che tutte le razze canine confluite in lui gli avevano trasmesso, anche nelle caratteristiche fisiche.

Mio figlio si ostinava a dire che Randi era un bastardo di lupo: le orecchie umilmente dimesse si sarebbero rialzate non appena raggiunta l’età adulta, e il ragazzo aiutava la natura raddrizzando spesso con le mani quelle orecchie testarde. Con le orecchie definitivamente ripiegate, la coda in forma di pennacchio plebeo, il pelo ispido, ma l’occhio bello, nobile, penetrante, Randi dimostrò ben presto una complessa personalità, che ci consentì di definirlo un cane di razze. Talvolta io ebbi il sospetto che tra i suoi avi ci fosse stato anche qualche tragico atroce amore per una pecora.

Impetuoso ed amabile Randi stabilì i suoi rapporti con i singoli componenti della famiglia, istintivamente e poi anche razionalmente valutando le capacità e i limiti di ciascuno di noi. Col padrone di casa ebbe un’intesa cordiale ma non profonda, lo rispettava ma non colloquiava con lui, anche se lui aveva il debito quotidiano dei pasti, che solo dal padrone di casa gli venivano preparati in maniera soddisfacente; per questo quando lo vedeva arrivare, abbaiava precedendolo in cucina, dopo andava a ringraziarlo leccandosi il muso.

Nel quieto formalismo di questi rapporti si apriva talvolta una ruvida parentesi di scontrose tenerezze scambievoli, ma se ne vergognavano tutti e due come di un segno di debolezza e cercavano di non farsi notare.

Con me ci fu sempre un affetto tenero e uguale, da pari a pri, Randi mi confidava le sue pene o mi comunicava qualche buona notizia poggiando il muso sulle mie ginocchia, cercando le mie carezze e offrendomi le sue; lui capiva i miei umori, conosceva i segni della gioia o della mestizia, io leggevo nei suoi occhi le sue delusioni, le sue domande, la sua letizia.

Col minore dei ragazzi cominciò a giocare dal momento in cui entrò in casa, e continuò così per anni: dapprima lo aveva ritenuto suo coetaneo poi offrirgli una pantofola con cui giocare divenne un gesto di affetto con vaghe sfumature paterne; inoltre i due scopersero presto un comune amore per Mozart: quando mio figlio suonava, Randi lo ascoltava immobile, rapito. Ma, nell’universo familiare, il signore da amare rispettare e servire per sempre era colui che l’aveva portato in casa, che per primo lo aveva adottato: talvolta, mentre mio figlio studiava, o semplicemente sedeva conversando con qualche amico, Randi se ne stava seduto immobile, la testa leggermente piegata all’indietro per guardare meglio, fissamente il suo signore, coi grandi occhi grondanti amore e felicità… Io lo sgridavo:
- Sei uno schiavo, hai l’anima di uno schiavo!

Lui mi guardava, scusandosi, e tornava a contemplare il suo signore.
Ma non sempre era così cauto nella manifestazione dei suoi sentimenti e delle sue opinioni; con foga chiassosa e plebea ci faceva conoscere i suoi amori e i suoi odi, e ne ebbe parecchi; detestava una cagnetta nostra dirimpettaia, viziata e rissosa: anche solo a sentire il nome, Sissi, abbaiava disgustato, e non poteva perdonarmi il fatto che io tentassi talvolta di accarezzarla…

Fu molto malato per un lungo periodo, e dovette subire per diversi giorni l’onta delle iniezioni, che gli faceva mio figlio, cui non osava sottrarsi, sottoponendosi con l’occhio stupito alle mani amate. Cercava invece di farsi dimenticare nell’ora, che lui conosceva benissimo, in cui doveva avvenire l’operazione, e si nascondeva nei posti più remoti impensabili della casa. Era difficilissimo farlo uscire e bisognava ricorrere ai mezzi più severi; una volta credetti di avere un colpo di genio e per fare uscire Randi dal suo nascondiglio, da cui né blandizie né minacce avevano potuto snidarlo, cominciai a gridare per la casa:
- Questo cane non mi piace, è troppo disubbidiente; vado a prendermi Sissi, Sissi è un bel cane!

Abbaiando furiosamente, indignato, stupito, dimentico di ogni prudenza, Randi sbucò dal suo nascondiglio, e si trovò di fronte al suo signore, dinanzi al quale abbassò la testa tremando, e offrendo il fianco all’iniezione.

Il giorno successivo credetti scioccamente di poter ripetere lo stratagemma, naturalmente Randi non mi credette e quando finalmente si riuscì a tirarlo fuori mi guardò con gli umidi grandi occhi pieni di dolore.

Ma era di natura generosa e mi perdonò presto, anche se i motivi di contrasto erano più frequenti proprio fra noi due, pur sulla base di un affetto e di una comprensione costanti.
Quando mio figlio tardava, la sera, a lui sarebbe piaciuto aspettarlo acciambellato sul letto del suo signore, cosa che sapeva proibitissima. Aspettava perciò che io andassi a dormire e poi silenziosamente si alzava dalla sua cuccia, dove fingeva di dormire, per andare a occupare il suo posto preferito. Silenziosamente mi alzavo, accendevo d’improvviso la luce, e Randi precipitosamente, a testa bassa, senza guardarmi scendeva dal letto e ritornava nella sua cuccia.
Un giorno decisi che quella storia doveva finire: dovevo coglierlo prima che riuscisse a salire sul letto.

La sera, la solita storia, lui fingeva di dormire, io finsi di andare a letto, e rimasi con l’orecchio teso vicino alla porta, sentii presto il passo leggero di Randi che si avviava cautamente verso la stanza del suo signore, fui rapidissima, accesi la luce e lo colsi proprio mentre stava mettendo le zempe sul letto: i nostri sguardi si incrociarono con un lampo di sfida reciproca, ma Randi si comportò con signorile compostezza e con superiore intelligenza: era una bella sera d’estate, con una luna placida e grande nel cielo che inondava di luce la terrazza, su cui era spalancata la finestra, tenero si diffondeva il profumo del gelsomino; Randi si avvicinò lentamente, con naturalezza alla finestra e si mise a guardare con interesse la luna, ignorandomi. Mi fu impossibile sgridarlo. Aveva appreso dagli uomini la gentile ipocrisia del vivere civile.

Ripenso a quegli anni, in cui i miei figli da adolescenti si fecero uomini e Randi fu loro amico e crebbe con loro: penso che abbia avuto una vita ricca e piena, ma arricchì pure noi con la festosa esuberanza del suo amore.

Solo l’ultimo periodo della sua vita fu triste, non tanto per gli insulti della vecchiezza, che Randi dignitosamente accettava, quanto per il dolore della lontananza del suo signore: mio figlio lavorava in un’altra città, e Randi aspettava le sue visite e mi confidava il suo dolore tenendo sempre più spesso il suo vecchio tenero muso sulle mie ginocchia.

E poi ci fu il dramma; un giorno il suo signore entrò in casa tenendo in braccio un roseo fagottino che piangeva, e c’era una donna straniera, e tutti ridevano e si rivolgevano al piccolo intruso con strani nomi d’affetto, e il suo signore non si accorgeva di lui, badava soltanto alla nuova venuta e a quel piccolo essere che passava dalle mani dell’uno e dell’altra.

Randi abbaiava furiosamente, fu necessario chiuderlo in terrazza perché disturbava il piccolo: in terrazza continuò ad abbaiare, correndo in su e in giù, spezzando le piante che aveva sempre rispettate, disperato.

I mali di cui soffriva si aggravarono rapidamente, nei giorno successivi. Morì di notte, con silenziosa discrezione, lasciandoci sedici anni d’amore.

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14 Comments

  1. Lia
    inviato il 7 aprile 2010 alle 15:10 | Permalink

    Bello. Come tutti i romanzi della Buono. Delicati e profondi. In particolare questo racconto colpisce chi, come me, ha avuto per tanti anni un compagno di giochi e di vita, un piccolo cagnolino dal pelo bianco e nero.
    Complimenti davvero.

  2. mia benedettta
    inviato il 10 aprile 2010 alle 16:49 | Permalink

    Amorevolmente catturante. sembra di riconoscerlo questo Randi, di scorgerlo discreto, ma confidente , nelle nostre case. E ora già ci manca!
    Complimenti per tanta semplice grazia.

  3. Fill
    inviato il 13 aprile 2010 alle 09:28 | Permalink

    Molto bello. Il legame uomo cane è descritto con pennellate semplici e profonde. Commovente. Mi dite dove posso leggere altri racconti di questa autrice?

  4. daria
    inviato il 13 aprile 2010 alle 17:03 | Permalink

    Bello e commovente. Grazie.

  5. Ema
    inviato il 13 aprile 2010 alle 18:55 | Permalink

    Ma l’autrice di questo bel racconto è la madre di Francesco Carofiglio? Comunque complimenti, sto per prendere un cucciolo alla mia bambina e ho deciso di chiamarlo Randi.

  6. Lorenzo
    inviato il 13 aprile 2010 alle 23:24 | Permalink

    Un bel racconto, malinconico e commovente. Complimenti Enza Buono.

  7. giorgia
    inviato il 16 aprile 2010 alle 10:33 | Permalink

    semplice. e delicato. come la umana malinconia che trasmette.

  8. vito attolini
    inviato il 18 aprile 2010 alle 09:41 | Permalink

    Racconto bello e commovente, benissimo scritto con ammirevole semplicità.
    Vito Attolini

  9. Cinzia
    inviato il 19 aprile 2010 alle 08:26 | Permalink

    Ho molto amato il romanzo della Buono, “Quella mattina a Noto”. Questo racconto trasmette le stesse delicate emozioni. Una prosa colta ed essenziale, perfettamente adatta alla misura breve del racconto. Complimenti.

  10. M.C.
    inviato il 20 aprile 2010 alle 17:40 | Permalink

    Bello e tenero questo racconto. Anche io ho amato molto “Quella mattina a Noto” e mi piacerebbe leggere altro di questa scrittrice raffinata e ironica. Avremo presto novità? Mi piacerebbe se qualcuno del sito potesse rispondermi sul mio indirizzo email che allego. Complimenti e a presto :)

  11. Laika
    inviato il 8 giugno 2010 alle 21:47 | Permalink

    Bello!! Una prosa delicata, mai invadente, mai banale. Complimenti Enza Buono!
    L.

  12. Mamma Enza detta ZAC
    inviato il 11 giugno 2010 alle 13:15 | Permalink

    Cara, carissima PROF,
    può perdonare il mio peccato? Invace di richiamarLa per telefono sono qui alle 13.55 per dimostrarLe il profondo affetto di Veronica e mio per Lei e per i Suoi Cari.
    Come sempre ciò che Lei scrive tocca la mia mente ed il mio cuore lasciando segni invisibili ma indelebili.
    E scrivo in questo spazio perchè posso dire a tutti: IO LA CONOSCO, E’ STATA LA MIA PROFESSORESSA DI LETTERE, E’ LA MIA “MADRE” SPIRITUALE DA QUANDO CI SIAMO RITROVATE E ABBIAMO CONDIVISO IL PERIODO PRE E POST NATALE DI MIA FIGLIA. E, ora che anche i miei capelli sono bianchi (però li tingo!) come i Suoi, dico a me stessa che, quando ero studentessa, non ho fatto tesoro di TUTTO quello che ci insegnava, ma solo di una parte; noi studenti della sezione “B” eravamo, forse, più attenti a leggerLe in viso se aveva o no il mal di testa pittosto che ai DONI che con anima e corpo ci porgeva durante le ore di lezione.
    Carissima PROF, Veronica desidera tanto un cagnolino e, prima o poi, anche se non mi piace avere animali in appartamento, prenderemo un orfanello in qualche canile perchè anche io, da piccola, quando abitavamo ancora a Bari, un giorno, desideravo portare a casa un cucciolino di quasi pastore tedesco che gente di campagna (Gioia del Colle) voleva regalarci, ma non se ne fece nulla conoscendo l’intransigenza di mia madre al riguardo.
    Cara PROF, ovviamente Veronica deciderà come chiamarlo però io le proporrò il nome di “Randi” affinchè Lei possa “stare” con noi, vivere con noi, nutrire le nostre menti ed i nostri cuori.
    Baciazzi da Veronica e mamma Enza

  13. Antonio S.
    inviato il 20 giugno 2010 alle 07:42 | Permalink

    Commovente… e scritto in una prosa semplice ed elegante. Ho scoperto che la scrittrice è la madre dei fratelli Carofiglio. Ho letto da poco il romanzo di Francesco e l’ho trovato bellissimo. Buon sangue non mente!! Complimenti a tutta la famiglia :)
    Dove si possono leggere altri racconti di questa autrice?

  14. Silvia
    inviato il 20 settembre 2010 alle 07:06 | Permalink

    Bello e delicato. Scritto in punta di penna, come io amo. Spero che pubblichiate altro della Buono, è decisamente il racconto più bello. Grazie

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.