Randi entrò timidamente nella nostra vita e vi rimase da padrone per sedici anni.
Lo portò in casa, cucciolo forse di un mese, mio figlio, che disse con lo sguardo sincero e commosso che hanno i ragazzi quando mentono:
- Me l’ha dato un amico, è un cane di razza, sai, lupo.
In realtà l’aveva comprato per la strada, da un tale che vendeva fantasiosi bastardini etichettati come cani delle razze più varie. E Randi dimostrò subito di avere parecchia fantasia in fatto di come di cani delle razze più varie. E Randi dimostrò subito di avere parecchia fantasia in fatto di razze: tenero e aggressivo, timido e spavaldo insieme, il suo comportamento ricordava i molteplici retaggi che tutte le razze canine confluite in lui gli avevano trasmesso, anche nelle caratteristiche fisiche.
Mio figlio si ostinava a dire che Randi era un bastardo di lupo: le orecchie umilmente dimesse si sarebbero rialzate non appena raggiunta l’età adulta, e il ragazzo aiutava la natura raddrizzando spesso con le mani quelle orecchie testarde. Con le orecchie definitivamente ripiegate, la coda in forma di pennacchio plebeo, il pelo ispido, ma l’occhio bello, nobile, penetrante, Randi dimostrò ben presto una complessa personalità, che ci consentì di definirlo un cane di razze. Talvolta io ebbi il sospetto che tra i suoi avi ci fosse stato anche qualche tragico atroce amore per una pecora.
Impetuoso ed amabile Randi stabilì i suoi rapporti con i singoli componenti della famiglia, istintivamente e poi anche razionalmente valutando le capacità e i limiti di ciascuno di noi. Col padrone di casa ebbe un’intesa cordiale ma non profonda, lo rispettava ma non colloquiava con lui, anche se lui aveva il debito quotidiano dei pasti, che solo dal padrone di casa gli venivano preparati in maniera soddisfacente; per questo quando lo vedeva arrivare, abbaiava precedendolo in cucina, dopo andava a ringraziarlo leccandosi il muso.
Nel quieto formalismo di questi rapporti si apriva talvolta una ruvida parentesi di scontrose tenerezze scambievoli, ma se ne vergognavano tutti e due come di un segno di debolezza e cercavano di non farsi notare.
Con me ci fu sempre un affetto tenero e uguale, da pari a pri, Randi mi confidava le sue pene o mi comunicava qualche buona notizia poggiando il muso sulle mie ginocchia, cercando le mie carezze e offrendomi le sue; lui capiva i miei umori, conosceva i segni della gioia o della mestizia, io leggevo nei suoi occhi le sue delusioni, le sue domande, la sua letizia.
Col minore dei ragazzi cominciò a giocare dal momento in cui entrò in casa, e continuò così per anni: dapprima lo aveva ritenuto suo coetaneo poi offrirgli una pantofola con cui giocare divenne un gesto di affetto con vaghe sfumature paterne; inoltre i due scopersero presto un comune amore per Mozart: quando mio figlio suonava, Randi lo ascoltava immobile, rapito. Ma, nell’universo familiare, il signore da amare rispettare e servire per sempre era colui che l’aveva portato in casa, che per primo lo aveva adottato: talvolta, mentre mio figlio studiava, o semplicemente sedeva conversando con qualche amico, Randi se ne stava seduto immobile, la testa leggermente piegata all’indietro per guardare meglio, fissamente il suo signore, coi grandi occhi grondanti amore e felicità… Io lo sgridavo:
- Sei uno schiavo, hai l’anima di uno schiavo!
Lui mi guardava, scusandosi, e tornava a contemplare il suo signore.
Ma non sempre era così cauto nella manifestazione dei suoi sentimenti e delle sue opinioni; con foga chiassosa e plebea ci faceva conoscere i suoi amori e i suoi odi, e ne ebbe parecchi; detestava una cagnetta nostra dirimpettaia, viziata e rissosa: anche solo a sentire il nome, Sissi, abbaiava disgustato, e non poteva perdonarmi il fatto che io tentassi talvolta di accarezzarla…
Fu molto malato per un lungo periodo, e dovette subire per diversi giorni l’onta delle iniezioni, che gli faceva mio figlio, cui non osava sottrarsi, sottoponendosi con l’occhio stupito alle mani amate. Cercava invece di farsi dimenticare nell’ora, che lui conosceva benissimo, in cui doveva avvenire l’operazione, e si nascondeva nei posti più remoti impensabili della casa. Era difficilissimo farlo uscire e bisognava ricorrere ai mezzi più severi; una volta credetti di avere un colpo di genio e per fare uscire Randi dal suo nascondiglio, da cui né blandizie né minacce avevano potuto snidarlo, cominciai a gridare per la casa:
- Questo cane non mi piace, è troppo disubbidiente; vado a prendermi Sissi, Sissi è un bel cane!
Abbaiando furiosamente, indignato, stupito, dimentico di ogni prudenza, Randi sbucò dal suo nascondiglio, e si trovò di fronte al suo signore, dinanzi al quale abbassò la testa tremando, e offrendo il fianco all’iniezione.
Il giorno successivo credetti scioccamente di poter ripetere lo stratagemma, naturalmente Randi non mi credette e quando finalmente si riuscì a tirarlo fuori mi guardò con gli umidi grandi occhi pieni di dolore.
Ma era di natura generosa e mi perdonò presto, anche se i motivi di contrasto erano più frequenti proprio fra noi due, pur sulla base di un affetto e di una comprensione costanti.
Quando mio figlio tardava, la sera, a lui sarebbe piaciuto aspettarlo acciambellato sul letto del suo signore, cosa che sapeva proibitissima. Aspettava perciò che io andassi a dormire e poi silenziosamente si alzava dalla sua cuccia, dove fingeva di dormire, per andare a occupare il suo posto preferito. Silenziosamente mi alzavo, accendevo d’improvviso la luce, e Randi precipitosamente, a testa bassa, senza guardarmi scendeva dal letto e ritornava nella sua cuccia.
Un giorno decisi che quella storia doveva finire: dovevo coglierlo prima che riuscisse a salire sul letto.
La sera, la solita storia, lui fingeva di dormire, io finsi di andare a letto, e rimasi con l’orecchio teso vicino alla porta, sentii presto il passo leggero di Randi che si avviava cautamente verso la stanza del suo signore, fui rapidissima, accesi la luce e lo colsi proprio mentre stava mettendo le zempe sul letto: i nostri sguardi si incrociarono con un lampo di sfida reciproca, ma Randi si comportò con signorile compostezza e con superiore intelligenza: era una bella sera d’estate, con una luna placida e grande nel cielo che inondava di luce la terrazza, su cui era spalancata la finestra, tenero si diffondeva il profumo del gelsomino; Randi si avvicinò lentamente, con naturalezza alla finestra e si mise a guardare con interesse la luna, ignorandomi. Mi fu impossibile sgridarlo. Aveva appreso dagli uomini la gentile ipocrisia del vivere civile.
Ripenso a quegli anni, in cui i miei figli da adolescenti si fecero uomini e Randi fu loro amico e crebbe con loro: penso che abbia avuto una vita ricca e piena, ma arricchì pure noi con la festosa esuberanza del suo amore.
Solo l’ultimo periodo della sua vita fu triste, non tanto per gli insulti della vecchiezza, che Randi dignitosamente accettava, quanto per il dolore della lontananza del suo signore: mio figlio lavorava in un’altra città, e Randi aspettava le sue visite e mi confidava il suo dolore tenendo sempre più spesso il suo vecchio tenero muso sulle mie ginocchia.
E poi ci fu il dramma; un giorno il suo signore entrò in casa tenendo in braccio un roseo fagottino che piangeva, e c’era una donna straniera, e tutti ridevano e si rivolgevano al piccolo intruso con strani nomi d’affetto, e il suo signore non si accorgeva di lui, badava soltanto alla nuova venuta e a quel piccolo essere che passava dalle mani dell’uno e dell’altra.
Randi abbaiava furiosamente, fu necessario chiuderlo in terrazza perché disturbava il piccolo: in terrazza continuò ad abbaiare, correndo in su e in giù, spezzando le piante che aveva sempre rispettate, disperato.
I mali di cui soffriva si aggravarono rapidamente, nei giorno successivi. Morì di notte, con silenziosa discrezione, lasciandoci sedici anni d’amore.
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