Quale immagine si fa lo scrittore, colui che detiene e agisce la parola entro un ambito monetizzato che talora ricusa, del proprio lettore? La domanda equivale grosso modo a chiedersi per chi venga scritto il libro, ciò che, ulteriormente, è contiguo al tema kierkegaardiano della comunicazione ovvero la comunicazione non è del sapere, ma del potere. Ragionando sulla violenza, Judith Butler inferisce dalla rilettura dell’introduzione sartriana ai Dannati della terra che il testo di Fanon, pur non essendo scritto verso i colonizzatori, i bianchi, sia nondimeno anche a questi medesimi rivolto, a condizione che essi si costituiscano come ascoltatori che insediano in sé uno “status periferico” – soltanto lì può essere accolta la parola che è atto linguistico performativo, che convoca altri in un comune spazio poietico. Altrimenti detto, essi bianchi, non potendo più essere genericamente considerati “qualunque lettore anonimo”, devono ricostituire al proprio interno altri requisiti epistemologici per leggere il libro. In definitiva dev’essere criticata la clandestinità – notte in cui tutti i lettori sono bigi – che espone la modalità del leggere, dell’ascoltare, quale atto del ritrovare il messaggio da altri chiuso nella bottiglia – il meridiano di Paul Celan – o l’idea che la parola possa solo venire consegnata all’ignoto e contestualmente che l’orecchio possa solo ascoltare in una condizione di segretezza, in una circostanza appartata.
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