Da sempre, fin dal brivido dei primordi, gli uomini hanno vissuto il risveglio come una rinascita, dal sonno che li cancellava dalla coscienza e dalla notte densa di pericoli veri e di incubi immaginari. Anche io, come tutti, o almeno come molti, perché esistono lucide eccezioni, nei miei anni giovanili e sia pure in maniera più sfumata in quelli seguenti, mi sono destato alla luce di un nuovo giorno con la sensazione di trovarmi davanti a un rinnovato spazio di tempo dove ogni istante da vivere sarebbe stato portatore di felici esperienze e di inevitabili gioie. Sì, l’alba può essere magica per chi vuole affidarsi alle sue promesse che ce lo faccia credere un giovanile slancio vitale, per quotare Bergson o un gene egoista come ci insegna R. Dawkins. Tuttavia, quando molto tempo è passato nella vita di un uomo, può accadere di scoprire che i grandi pessimisti, da Siddhârta a Leopardi da Schopenhauer a Cioran la sapevano più lunga delle nostre ingenue aspettative mattutine perché la verità si fa leggere solo alla luce del tramonto e non si tratta di solito di una verità piacevole. Anzi, mai.
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