Appena sveglia la mattina, da qualche tempo a questa parte, amo fantasticare che il mio letto sia trasportato, come d’incanto, in un altrove dove potermi svegliare il giorno dopo. Un territorio dove non t’ investono appena metti piede in strada, per poi lasciarti a terra agonizzante e se entri in un ospedale puoi uscirne vivo. Una nazione dove i giudici non sono trattati da criminali e i criminali non possono legiferare, dove intere popolazioni africane non vengono lasciate morire di stenti su piantagioni di pomodori, dove la parola lega sia soltanto una voce del verbo legare, dove che so, esistano corsi di recupero per funzionari rai e magari qualche ministro lasci la poltrona per darsi ai calendari e un consesso di ottuagenari in vestaglia e papalina non abbia voce in capitolo su come devi nascere, morire e fare l’amore. Tutto questo, lo penso ancora nel letto, poi mi alzo, mi avvio pigramente in cucina e accendo subito la radio. Sento che hanno lapidato una donna dall’altra parte del mondo (non il luogo dove vorrei che il mio letto atterrasse) perché non voleva sposare il suo stupratore, poi apprendo che in altre zone vendono e comprano bambini come fossero bestiame e in altre ancora persone sono in carcere da venti anni perché manifestavano in mezzo a una strada. ll senso di colpa mi manda di traverso il caffè. In quei momenti, ripenso a questa porzione di mondo dove mi sveglio ogni mattina e me ne faccio rapidamente una ragione.
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a te la parola