piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


08.mar 2010

Lo smalto non è neutro

Sono così felice, così felice che non voglio che questo momento passi, così mi tengo ferma con le mani alla sedia. (C. Lonzi) La mia idea di femminismo è sempre partita (e forse è rimasta chiusa) in Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. La mia idea di femminismo ha sempre avuto a che fare con la disponibilità economica e la possibilità di scegliere cose e persone senza dover discutere. Una idea forse libertina, sicuramente non teorica, con una dimensione narrativa spiccata e un altrettanto spiccato senso di mancanza di realtà. Io non ho mai pensato che fosse un problema (dove problema è inteso come limite) identificarsi col Corsaro Nero o con Phileas Fog e neppure che il capitano Nemo fosse un maschilista, e forse lo era, ma non più di quanto fosse misantropo, o che in realtà D’Artagnan e Lady DeWinter fossero contemporaneamente maschio e femmina, pugnali, veleni e poteri. Credo che la mia mancanza di una corretta teoria e pratica del femminismo (laddove di femminismi che ne sono tanti e pure molto differenti tra loro pare) dipenda dal fatto che io sono piuttosto forte sulle categorie ma assolutamente debole sui generi. I generi non sono un crivello interpretativo del mio quotidiano e nemmeno una componente delle mie decisioni. Dal 5 al 7 marzo la casa internazionale delle donne ha ospitato un convegno su Carla Lonzi, critica d’arte, donna emancipata, indipendente, che a un certo punto lascia il lavoro di scouting e analisi dell’arte contemporanea per dedicarsi al femminismo e alla costruzione di Rivolta Femminile (dipendendo economicamente dal compagno artista). Io non so perché dopo essere entrata alla casa delle donne mi sia fermata ad ascoltare. Forse è stata una eco, il formicolio di un pregiudizio che mi ero sentita addosso e che puzzava come sudore stantio da quando ho visto la scorsa settimana, allo Gnam, la mostra sulle avanguardie artistiche femministe degli anni settanta. Vedere le foto di Francesca Woodman, o le performances di Valerie Export o le gallerie di personaggi di Cindy Shermann, senza nominare tutte le altre artiste che avevano messo a disposizione di una rivoluzione e di una creazione artistica il corpo, mi ha fatto capire, capire come vedere, che certe idee, innovazioni, variazioni che non mi ero mai chiesta se fossero di uomini o donne, erano di donne. E questo mi ha sconvolto. Perché forse la mia idea di un universale è un universale maschile. E questo è un punto di vista da colonizzato. Da chi pensa che giacché in italiano il maschile funge da neutro e il neutro è quasi una conquista di immortalità, allora pure il femminile è neutro. E invece il femminile è neutro come lo smalto neutro. Il femminile è trasparente, pure per me che sono femmina. Peggio, per me il femminile in quanto non neutro è quasi limitativo. O lo è stato per lunghissimo tempo. Il mio modo per punire il mio pregiudizio è stato rimanere al convegno su Carla Lonzi e leggere il suo Manifesto di Rivolta Femminista e il suo Sputiamo su Hegel. Credo che se Carla Lonzi fosse ancora qui, sorridente e mite come pareva nel filmato che ricostruiva il suo mondo, probabilmente si correggerebbe, perché non è più il momento di comunicare solo con le donne, perché teorizzare l’universalità della donna significa commettere lo stesso errore dell’uomo inteso come maschio, perché il marxismo non ha venduto solo le donne alla rivoluzione ipotetica ma interi stati perché non solo la forza dell’uomo è di identificarsi nella cultura e quella della donna nel rifiutarla, perché l’ideologia seppure non è una brutta parola, impedisce certe volte di vedere altro. E l’altro è sempre conoscenza, pure di sé. Posso dire però, che , mi sono accorta d’improvviso della differenza tra il corpo esposto e rivendicato dalle donne come luogo di arte e rivoluzione e del corpo delle donne esposto oggi come fosse vuoto. E per sempre giovane. Una volta ho sentito Wole Soynka, premio Nobel per la letteratura 1986, dire La cosa più difficile per me scrittore è stata scrivere nella lingua di chi ha colonizzato il mio popolo. E così lo so, che la cosa più difficile, è usare le parole e i modi degli uomini per disegnare un mondo che sia pure a forma di donna. Senza novanta sessanta novanta. Grazie Carla, nonostante Carla Lonzi

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3 Comments

  1. pietro
    inviato il 9 marzo 2010 alle 10:36 | Permalink

    nemmeno io ho mai letto Sputiamo su Hegel, visto che sono un uomo e’ meno spregevole?
    :))

  2. giulia
    inviato il 9 marzo 2010 alle 10:38 | Permalink

    ma chi e’ Carla Lonzi?

  3. diego
    inviato il 9 marzo 2010 alle 10:39 | Permalink

    io credo che Chiara Valerio stia benissimo vestita da D’Artagnan.

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appena svegli

appena svegli di Ginevra Bompiani

Nella piccola bellissima città dove ho insegnato, ci sono sempre state diverse librerie. A una di queste mi sono servita per anni, portando i programmi dei corsi in anticipo perché potessero rifornire in tempo gli studenti, chiedendo e ottenendo qualsiasi libro di cui avessi bisogno, cercando e trovando da leggere, studiare, capire, divertirmi, pensare. I commessi e i direttori che si sono avvicendati erano sempre bravissimi, competenti, gentili e veloci. Mi ci muovevo in modo casalingo. Ci sono entrata quest’estate. Le pareti erano foderate di cartelli: sconti, saldi, promozioni, 25%, 30%, 35%… I libri in vetrina e sui tavoli illustravano i cartelli, la copertina mezza nascosta dal prezzo di sconto. I commessi, gli stessi di prima, stavano dietro al banco a incassare: un bel successo, direte voi! Ma per chi? Non per il lettore che come chiunque compri un’ ‘occasione’, non ha quel che vuole, ma paga quello che vuole il mercante; non per i commessi, ridotti a bottegai; non per la libreria, ridotta a un outlet, e nemmeno per la catena libraria (sto parlando di una libreria di catena, naturalmente), che si vede già rubato il mercato da Amazon che, alle stesse condizioni, ha un’offerta maggiore, e non ti fa fare né i due passi verso la libreria né la coda alla cassa. Sono uscita senza comprare, e mi sono avviata a una vecchia libreria indipendente. Questa era più vuota di gente, certo, ma piena di libri, senza neanche un cartello di sconto. L’autore che cercavo, il libraio lo conosceva benissimo e aveva tre o quattro libri suoi, sebbene non venisse ripubblicato da anni. Mi sono aggirata in quella libreria come un una veranda di fiori rari e profumati. Poi mi sono avvicinata al libraio e gli ho fatto i complimenti. “Resistiamo”, ha detto. Certo, resiste. E con lui resiste la cultura, resistono gli scrittori, quelli veri, i lettori, quelli veri, la libertà, quella vera. Non è una battaglia di retroguardia. A meno che pensiate che il nostro futuro sia senza scelta e senza qualità. A proposito, la città è Siena. La libreria indipendente si chiama Ticci. L’altra non lo dico, per simpatia per chi, innocente, ci lavora da anni.

vox populi


il racconto

di Cleophas Adrien Dioma
Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono a volte non basta a poter sopportare il peso della vita. Penso ad una signora ghanese conosciuta tre anni fa. Avevo anche scritto un testo su di lei. Invalida, con pochi punti, non aveva diritto alla pensione e non riusciva più a lavorare. L’ho vista l’altro ieri. Matta. Parlava da sola.