piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


22.feb 2010

il regalo

Il vecchio aveva aspettato a lungo prima di parlare, poi aveva smorfiato la bocca e mentre si studiava un’unghia s’era messo a cercare le parole come i fagioli bacati in un setaccio.

«I pacchi Americani sono sempre fregature!», disse alla fine con una voce cupa di catarro.

«Sempre», approvò un tipo accarezzandosi la pancia, che teneva gonfia e fuori cinta perché pativa il mal dell’acqua.

Don Benedetto, che passava per un uomo di qualità perché viveva col sussidio pur essendo sano come un limone, alzò la scatola e la scosse un paio di volte.

«America o non America, qui dentro non ci sta un bel niente!», tagliò corto appendendosi coi pollici ai passanti dei calzoni.

Li sentivo azzardare spiando dallo spacco della porta. Dopo aver parlato a lungo, adesso mio padre lasciava dire restando con le braccia in croce sullo stomaco. Aspettava che finissero. A quel punto tirò fuori dalla tasca un mazzetto di fogli gialli e una matita nera, si avvicinò al tavolo e prima di sedersi domandò:

«Scommettiamo?»
Quel pacco arrivò a tre giorni da Natale. Era una scatola grande abbastanza, avvolta nella carta gialla delle poste e legata con uno spago pesante e stretto, come se dentro ci fosse qualcosa di sostanzioso o un animale pronto a scappare. Sopra si vedevano tanti di quei timbri da farmelo capire subito, che veniva da lontano. Il nome di mio padre era scritto con un inchiostro nero che aveva preso acqua, ma qualcosa ancora si capiva, perché la mano che l’aveva segnato di sicuro non era entrata in amicizia con le scuole, ed era rimasta chiara, incerta, ingenua come la mia – anche se allora stavo nella terza classe. Quella mattina me la ricordo chiara come un mezzogiorno: c’era la poca luce che capita sempre sotto Natale, e qualcuno che ci bussava da fuori. Avevamo l’ordine di non aprire nemmeno al Creatore che venisse a farci grazia, perciò rimanemmo zitti dietro la porta, io e mio fratello, pure se quella sui vetri era solo l’ombra del postino: il vecchio Calogero in odore di pensione che ci aveva visti nascere e – a sentire la gente – all’occorrenza ci avrebbe trovati persino in fondo agli armadi o in cima ai pali della corrente elettrica. Eravamo bambini allora, e credevamo presto alle voci, perciò quella sagoma nera contro la lastra zigrinata ci mandò il cuore per aria e il sangue alla fronte. Aspettammo, buoni come i santi, che Calogero si stancasse di chiamare e lasciasse quel che aveva contro la porta. Era un tipo saldo di testa e ci volle parecchio per farlo capace: io e Giuseppe tenemmo duro finché non sentimmo la sua bicicletta di ruggine in fondo alla strada. Fu allora che aprii e la vidi: la scatola era lì, per terra, sul marmo umido dell’ingresso. Per un poco rimasi fermo, poi l’afferrai a due mani spingendo da parte mio fratello e richiusi, svelto come un ladro. Posai la scatola sul bordo del focolare e a quel punto mi sedetti con le mani infilate sotto le cosce: perché c’era tempo prima che tornasse mio padre, perché Giuseppe ci avrebbe pianto a sapere che il pacco non era per lui, e perché nonostante tutto era il solito Natale freddo e stentato, e i ceppi umidi nel camino facevano fatica a scaldare.

Mio padre quel giorno tornò dal collocamento direttamente alle tre e aveva odore di fumo in bocca. Aspettai che intiepidisse la pentola di cucinato che mia madre ci lasciava sempre sulla cucina economica. Lo misi pure nel largo di sedersi a tavola e a quel punto, come se raccontassi un fatto da niente, gli indicai la scatola. Lì per lì non rispose, ma poi quando si alzò per la prima volta in vita mia pensai che al mondo ci fosse una giustizia – lenta e tardiva, come mi facevano ripetere al catechismo, ma diavolo se c’era! Grazie alle premure di chi lo criticava, sul conto di mio padre ne sapevo tante da farmi benedire il cielo per avergli mandato un indennizzo che non avesse un prezzo, un sudore o un incomodo come rientro. Mi sembrava che per la prima volta quell’uomo con le scarpe in rovina e la faccia crepata dal bisogno, questa creatura malriuscita che viveva alla giornata e non s’era mai trovata nel bene d’una fortuna, ecco, mi sembrava che avesse finalmente un numero, un credito un valore che potesse levare anche me dalla vergogna.

Pensai che avrebbe detto qualcosa, almeno a me che stavo in età da capire, invece prese la scatola e andò a posarla ai piedi dell’abete sintetico. Lo sentii sfregare una mano contro l’altra come per scaldarsele, poi tornò in cucina, prese la giacchetta dall’attaccapanni, se la mise addosso e uscì. Non so cosa gli girasse per la testa ma gli vidi in faccia un colore vispo, come se qualcuno nell’altra stanza, proprio ai piedi dell’albero, lo avesse mortificato di schiaffi. Poco dopo rincasò tirandosi dietro una cricca di uomini senza mestiere che mandavano in febbre la pazienza di mia madre. Mio padre, fuori famiglia, aveva sempre avuto una parlantina che ti infinocchiava e ultimamente, da che il collocamento dava più speranze che lavoro, aveva cominciato a scommettere su tutto: sul tempo buono o cattivo, sulle partite della domenica, sulla fumata del Conclave, quando s’era trattato d’eleggere il papa, sulla quantità di punture a domicilio che mia madre avrebbe fatto la settimana successiva. Né quella volta perse la bussola. Parlò di quel regalo americano come d’una grazia meritata attraverso anni di strettezze, un miracolo dovuto. Parlò di miseria e ingiustizia, alzando la scatola come fosse il sacramento della domenica. Parlò e scommise. Il fatto che non avessimo nessuno fuori Italia, né parenti carnali né d’entratura, sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Ricordo che se ne dissero tante, in quei tre giorni. A tutte le ore ci veniva gente in casa per guardare la scatola, pesarla cogli occhi e farsi segnare una scommessa sul taccuino di mio padre. Mia madre invecchiò di dieci anni perché la posta saliva e se mio padre era nel torto stavolta ci saremmo rovinati d’un pezzo. La vigilia di quel Natale veniva di domenica e la mattina andai a servire messa come al solito. Per la prima capitai alla destra del prete, a fare le cose importanti previste dalla funzione. Che mi lisciasse il pelo mettendomi dal lato del vino e del messale, si capiva dai chilometri.

Alla fine della messa, mi sentii chiamare dalla canonica. Trovai il prete che aspettava seduto, tenendosi ai braccioli della poltrona. Mi fece segno di accostare la porta e a quel punto aprì il cassetto dell’offertorio per i poveri, tirò fuori del danaro e fece la sua puntata mettendosi da subito contro mio padre.

«Di’ un po’», mi chiese coi soldi ancora in mano, «ma quanto è grossa la scatola?»

«Be’», risposi io grattandomi il mento e guardando in aria, «tanto…»

«Tanto?», si accigliò lui, «non potresti essere più preciso, figliolo?»

Allargai le braccia più del dovuto, per stare sicuro di mandarlo fuori via. Poi presi i soldi e l’imbasciata perché me ne morivo di metterlo in difetto col Padreterno.

Quella sera fin dalle sette cominciò il conto alla rovescia. Lasciammo la porta aperta perché tanto era inutile chiudere e la gente che aveva puntato aveva anche il diritto di vedere coi propri occhi l’apertura. Se avessi avuto qualche soldo da parte avrei puntato anch’io ma per dare ragione a mio padre e perché, come lui, allora pensavo che le cose potessero prendere improvvisamente una piega buona, nuova quanto un taglio di capelli, il foglio nuovo del calendario il primo giorno del mese. E poteva esserci anche per noi una speranza, ma vera, come il pane nero che mettevamo in tavola.

Erano quasi le otto quando in cucina entrò Calogero, il portalettere. Si asciugava la fronte con un fazzoletto e si vedeva chiaro come l’asso di bastoni che stava in difficoltà.

«Vengo per il pacco», disse rivolgendosi a mio padre.

Qualcuno tra la folla gli rispose che era tardi per le puntate e che oramai era tempo di aprirla, la scatola, che ognuno aveva pur diritto di ritirarsi in famiglia, a mangiarsi la sua vigilia di Natale.

Calogero non si fermò a sentirli, prese la scatola dal tavolo, accostò gli occhi alla carta mentre con la dritta sollevava le lenti fino alla fronte e rilesse quell’indirizzo vago di pioggia.

«Domando scusa ma c’è stato un errore», disse mentre in faccia gli saliva l’inferno. E porse la scatola a uno sconosciuto che era entrato con lui approfittando della confusione.

La gente alzò la voce e mio padre poco ci mancò che venisse alle mani col tipo che a testa bassa già infilava la porta levandoci di casa il regalo. Solo quando si decise a guardare meglio sulla scatola abbassò le braccia, poi si prese la testa fra le mani e non parlò più.

Io ci pensai quella volta. Pensai che no, non c’era giustizia per noi se il bene poteva venirci in casa giusto per uno sbaglio, e mi misi anche in rotta col catechismo che alla fin fine ci contava solo un mucchio di fesserie.

Adesso che di tempo ne è passato, di quel Natale non se ne parla più. Ognuno di noi ne ha preso un pezzo e ne ha fatto ciò che crede: uno lo ha portato via mio fratello quando si è trasferito lontano, un altro se ne sta chiuso nella tomba di mia madre, l’ultimo pezzo ce lo dividiamo io e mio padre, che quella volta passammo la notte del 24 e poi il giorno di Natale in giro per le vie, a restituire le poste e a scusarci per il fastidio e la delusione che portavamo. Quel pezzo ce lo rigiriamo tra le dita tutti i Natali che ci vediamo. Come fosse un arnese vecchio di cui non sai più che farne e dove posarlo. Sappiamo solo che quella volta ci rimettemmo, questo sì: alla fine, per restituire tutto, dovemmo dare del nostro – perché mio padre aveva il vizio di prendere il danaro a fiducia e sulle somme, grandi o piccole, era chiaro a tutti che l’avrebbero fregato finanche le galline.

Io ho una vita diversa dalla sua: sono un tipo che non si fida, e non vivo di speranze ma di un lavoro che non mi lascia un’ora di vuoto in tutta la giornata.

Il Natale, però, lo passiamo insieme e non c’è anno che sgarriamo. Arrivo sempre tardi anche se progetto quel giorno per settimane, anche se ho una macchina veloce e tutte le migliori intenzioni di questo mondo. Inchiodo fuori casa e gli do tre colpi di clacson. Prolungati e decisi, da quando corro il rischio che non mi senta. Lui mi aspetta dietro la porta. Lo so. Adesso sono io a dirgli di non aprire agli sconosciuti, come se il tempo si fosse improvvisamente rovesciato.

Lo guardo camminare stretto nel suo cappotto marrone, dall’aria troppo portata, e faticare sulla maniglia della portiera finché non spingo la mano ad aprirla dall’interno.

Appena si siede gli passo la lista dei regali da comprare per i miei figli e per mia moglie, dato che gli sono rimasti un paio d’occhi da ragazzino. Legge tenendo la carta ferma come può, sotto la luce dell’abitacolo, e anche se sente che la macchina fila veloce scuote sempre la testa.

«Non ce la faremo mai», dice guardando l’orologio sul cruscotto.

«Scommettiamo?», gli domando io, premendo l’acceleratore mentre fisso la strada.

E mi pare un regalo, adesso, essere suo figlio.

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appena svegli

appena svegli di Ginevra Bompiani

Nella piccola bellissima città dove ho insegnato, ci sono sempre state diverse librerie. A una di queste mi sono servita per anni, portando i programmi dei corsi in anticipo perché potessero rifornire in tempo gli studenti, chiedendo e ottenendo qualsiasi libro di cui avessi bisogno, cercando e trovando da leggere, studiare, capire, divertirmi, pensare. I commessi e i direttori che si sono avvicendati erano sempre bravissimi, competenti, gentili e veloci. Mi ci muovevo in modo casalingo. Ci sono entrata quest’estate. Le pareti erano foderate di cartelli: sconti, saldi, promozioni, 25%, 30%, 35%… I libri in vetrina e sui tavoli illustravano i cartelli, la copertina mezza nascosta dal prezzo di sconto. I commessi, gli stessi di prima, stavano dietro al banco a incassare: un bel successo, direte voi! Ma per chi? Non per il lettore che come chiunque compri un’ ‘occasione’, non ha quel che vuole, ma paga quello che vuole il mercante; non per i commessi, ridotti a bottegai; non per la libreria, ridotta a un outlet, e nemmeno per la catena libraria (sto parlando di una libreria di catena, naturalmente), che si vede già rubato il mercato da Amazon che, alle stesse condizioni, ha un’offerta maggiore, e non ti fa fare né i due passi verso la libreria né la coda alla cassa. Sono uscita senza comprare, e mi sono avviata a una vecchia libreria indipendente. Questa era più vuota di gente, certo, ma piena di libri, senza neanche un cartello di sconto. L’autore che cercavo, il libraio lo conosceva benissimo e aveva tre o quattro libri suoi, sebbene non venisse ripubblicato da anni. Mi sono aggirata in quella libreria come un una veranda di fiori rari e profumati. Poi mi sono avvicinata al libraio e gli ho fatto i complimenti. “Resistiamo”, ha detto. Certo, resiste. E con lui resiste la cultura, resistono gli scrittori, quelli veri, i lettori, quelli veri, la libertà, quella vera. Non è una battaglia di retroguardia. A meno che pensiate che il nostro futuro sia senza scelta e senza qualità. A proposito, la città è Siena. La libreria indipendente si chiama Ticci. L’altra non lo dico, per simpatia per chi, innocente, ci lavora da anni.

vox populi


il racconto

di Cleophas Adrien Dioma
Non puoi raccontare il fallimento. Non puoi raccontare la notte. Non puoi raccontare il tempo che passa. Non puoi raccontare le domande. Ti alzi la mattina e non sai cosa fare. Questa è la vita di tanta gente che conosco. Avere degli amici non basta a colmare i vuoti. Avere delle persone che ti sorridono a volte non basta a poter sopportare il peso della vita. Penso ad una signora ghanese conosciuta tre anni fa. Avevo anche scritto un testo su di lei. Invalida, con pochi punti, non aveva diritto alla pensione e non riusciva più a lavorare. L’ho vista l’altro ieri. Matta. Parlava da sola.