piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


05.feb 2010

acquario

Purissima energia e macchina dei desideri, non per niente lo scrittore più prolifico mai apparso sulla terra, Georges Simenon, è dei vostri. L’Acquario si demoralizza, ma non molla; si colpevolizza, ma non cede. E non cambia. Può frequentare lettini di analisti tutta la vita, senza altro risultato di avere un teatro per le sue rappresentazioni. Va troppo di corsa per fermarsi, per correggere qualcosa di sé. Se non è del tipo autolesionistico, si piace moltissimo; dirò di più: gli piace, sotto sotto, anche il suo autolesionismo. La primavera si annuncia importante: si raccoglie, si gira pagina, si sbatte contro la dura realtà. Dipende. In che fase siete? «Brillante promessa, solito stronzo» o «venerabile maestro»? (per dirla con le parole di Alberto Arbasino, acquario che di più non si può). I «venerabili maestri» come lui sono in fase di raccolta, prova nei siano i due Meridiani con la sua opera omnia. E un’acquaria ribelle come Lidia Ravera può finalmente dire: «Ho smesso di essere sgarbata. Non ha senso» (nel bellissimo racconto Il dio zitto pubblicato nei “sassi nottetempo”). Sì, in qualche modo vi placate, almeno temporaneamente. Persino l’adrenalinico Paolo Repetti ora sente il bisogno di fermarsi un attimo a fare un bilancio di Stile Libero (la fortunata collana einaudiana che dirige con Severino Cesari) per vedere di correggere un po’ la rotta. In questo caso il suo Acquario è ben supportato dal Sagittario Cesari, Aria e Fuoco in produttiva alleanza che troveranno nei prossimi mesi l’equilibrio di una, pur sempre giovanile, maturità. Anche il loro pubblico di under twenty è cresciuto nel tempo, da quando alla fine del ’95 e all’inizio del ‘96 (fra Sagittario e Acquario più o meno) concretizzarono il progetto di aprire l’Einaudi a una generazione più giovane e trasgressiva di lettori. Ora è il tempo dell’espansione verso una fetta di mercato meno settoriale. La ripartenza sarà a passo di carica, naturalmente: altro passo i due segni non conoscono.

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.