piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


30.gen 2010

Mate a colazione

Quando si lascia il proprio paese d’origine e si va a vivere in un altro posto, con culture e lingue diverse, si imparano subito due cose: a rimpicciolirsi un po’, quindi a farsi più anonimo di quanto lo fossimo già, e a rinunciare alle vecchie abitudini. A me, per esempio, è capitato, da quando sono in Italia, di dover rinunciare alle partite del River Plate di Buenos Aires, che pur non essendo un tifoso a pieno titolo ero abbastanza preso dai risultati (adesso, calcisticamente parlando, sono diventato un poligamo a tutti gli effetti, nel senso che riesco a tifare per tante squadre diverse senza farmi venire i sensi di colpa); ho rinunciato al dulce de leche e al dulce de batata, anche a quello di melacotogne, ho rinunciato all’asado, cosa che non farebbe nessun argentino neanche se emigra in Siberia, al vino con l’acqua frizzante o alla birra con l’aranciata. Ma non sono mai riuscito a rinunciare al mate, se non i primi giorni che ero in Italia e facevo fatica a trovarlo. Adesso grazie alla globalizzazione si può comprare dappertutto. Quando mi alzo al mattino e metto a riscaldare la teiera per il mate, in quel momento lì è come se io aprissi la porta della cucina della casa in cui abitavo giù in Argentina e facessi colazione tra quelle vecchie pareti. Dunque, metto a riscaldare l’acqua, come ho già detto, poi riempio a metà il bricco del mate con della yerba mate (il mate non è solo l’infuso ma anche il recipiente in cui lo si beve e l’ortodossia vuole che tale recipiente sia fatto da una zucca essicata); ci metto piano piano l’acqua calda (non la faccio bollire mai, anzi, controllo in modo maniacale che ciò non accada) e infine ci aggiungo la bombilla, che è una specie di cannuccia con un filtro che serve a tirare su l’acqua aggiunta nel bricco. Da anni mi sveglio succhiando il mate dalla bombilla, lo faccio tutte le mattine, a volte anche il pomeriggio. Sono molto meticoloso e mi piace preparare il mate con cura. Ci metto mezz’ora in tutto, non di più. Se potessi vivrei col mate accanto a me. Solo quando ho finito di consumare la yerba e di bere quasi l’intera teiera mi sento pronto a entrare nel consorzio della vita civile. Prima non ci riesco. Mi è difficile concepire una giornata di lavoro senza aver preso il mate. Non mi spiego questa cosa, certe volte penso che, come tutte le cose genuine, anche il mate nasconda un segreto.

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  1. By piazzaemezza » Mate a colazione on 30 gennaio 2010 at 21:33

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.