piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


10.gen 2010

emergenza

Emergenza è la parola con cui in Italia si legittima la complicità, la connivenza, l’omissione, l’ipocrisia. Emergenza, cioè un evento, una circostanza improvvisa che coglie di sorpresa, è da oltre trent’anni l’immigrazione, ma emergenza è ora anche la n’drangheta (la mafia, la camorra)! E naturalmente anche la perfetta sintesi dei due fenomeni, ovvero l’intero sistema agricolo del sud, dal Tavoliere delle Puglie, alla Capitanata, dalla Piana del Sele a Villa Literno e alla odierna Rosarno, e non solo, perché i nuovi schiavi lavorano anche nel ricco Piemonte, nei vigneti del Friuli e nelle serre della Romagna. In un rapporto presentato da Medici Senza Frontiere due anni fa, fine gennaio 2008, dall’eloquente titolo di Una stagione all’inferno, su un campione di 700 braccianti stranieri che lavorano nel sud d’Italia, in maggioranza provenienti dall’Africa subsahariana, dal Maghreb e dall’Est Europa, si viene a sapere che il 90% degli intervistati non ha alcun contratto di lavoro e vive in condizioni disumane. Su queste nuove forme di schiavismo nelle campagne, in particolare del Tavoliere pugliese e per la raccolta dell’oro rosso, il pomodoro, ha condotto una rigorosa e appassionante indagine Alessandro Leogrande in un libro dal titolo Uomini e caporali. Tutte le estati approdano nel Tavoliere migliaia di stranieri, dall’Africa e soprattutto dall’Europa dell’est, attirati dal miraggio del guadagno. Quello che trovano è una situazione di sfruttamento estremo. Dormono in casolari diroccati senza luce e senz’acqua, o in fabbriche abbandonate (monumenti al fallimento della rivoluzione industriale nel sud), sono controllati a vista da caporali, spesso dei loro stessi Paesi, che per conto dei proprietari della terra li smistano nelle varie zone. Chi ha provato a ribellarsi è scomparso, altri sono morti in circostanze misteriose o schiacciati dalla fatica. Appena giunti nel Mezzogiorno d’Italia il miraggio si infrange, la loro esistenza si riduce a nuda vita, afferrata e stritolata da un sistema agricolo arcaico e disumano. I più diventano vittime dei caporali (spesso loro connazionali che hanno preso il posto dei vecchi «soprastanti») i quali, con il tacito accordo dei proprietari terrieri della zona, li smistano in tutta il Tavoliere delle Puglie. Sono storie drammatiche, alle quali si fatica a credere: giornate di lavoro dalle 4 di mattina alle 10 di sera per quindici euro che spesso vengono trattenuti per i costi di vitto e alloggio, ricatti, botte, minacce e violenza sessuale per le donne, campi di lavoro sorvegliati da guardie armate. La nuova forma di schiavitù ha un nome antico, caporalato. Si chiamano caporali gli intermediari dei proprietari terrieri che controllano che i braccianti non si fermino mai, pena l’esser picchiati a morte con bastoni e mazze di ferro. I caporali oggi sono spesso stranieri, e in questo caso polacchi per lo più, la stessa nazionalità della gran parte dei braccianti, riversatisi sull’Italia nel 2004 con l’ingresso della Polonia in Europa. Vengono reclutati direttamente nel loro Paese d’origine, in base ad accordi bilaterali con l’intermediazione di cooperative locali (Leogrande 2008: 67). Si tratta di una modalità di sfruttamento del tutto inedita, tanto i caporali che i braccianti non fanno più parte come un tempo della stessa comunità, ma sono mercenari di breve periodo, completamente avulsi dal tessuto sociale dei paesi e dal territorio. Ed ecco che nell’intervista a un giovane bracciante polacco compare la servitù da debito. P. Grzegirg spiega a Leogrande come la dipendenza servile sia strettamente legata a una dipendenza economica alimentata dal ricatto dei debiti: Eravamo economicamente dipendenti dai nostri datori di lavoro. Alla fine della settimana, dopo i loro conteggi, eravamo sempre noi a essere debitori. I soldi che ci davano non erano sufficienti per affrontare le spese che loro stessi ci imponevano e ad ogni modo non bastavano per tornare in Polonia (Leogrande 2008: 45). Ma il caporalato è l’effetto e non la causa dello schiavismo. La causa prima è nell’intero sovvertimento del sistema, nel suo porsi al di fuori di ogni minima legge di mercato. Leogrande spiega che oggi il sistema di sussidi, vantaggi e detrazioni fiscali non regge più di fronte alla globalizzazione dei mercati. La sola possibilità di adeguarsi è comprimere il costo del lavoro, ridurre o abolire i diritti sindacali, sociali e civili. Oggi il sistema su cui si è retta fin qui l’economia agricola, basata su un largo numero di sussidi, vantaggi e detrazioni non regge più di fronte alla globalizzazione dei mercati. L’unico metodo per adeguarsi è comprimere il costo del lavoro, ridurre i diritti sindacali, sociali e civili (Leogrande 2008: 145). Oggi gli schiavi costano così poco che non vale la pena assicurarsene il “possesso legale”, sono una merce usa e getta e non c’è storia di schiavitù contemporanea che non si situi all’incrocio tra criminalità organizzata ed economia. L’immigrato senza documenti non può che rivolgersi al mercato del “lavoro nero”, talmente vasto, in Italia, da essere una componente strutturale dell’economia nazionale e l’attrazione principale per la quale chi approda a Lampedusa sceglie di fermarsi nel nostro paese. Dopo la denuncia-reportage del giornalista Fabrizio Gatti, nel 2006, sulle campagne del foggiano, il Ministro dell’Interno Amato pensò di introdurre il reato di caporalato. Fu costretto però a ripiegare su un disegno di legge che rimase lettera morta per l’ostruzionismo della Lega e del futuro Pdl in Parlamento. La norma prevedeva che gli immigrati che avessero denunciato gli sfruttatori avrebbero ottenuto il permesso di soggiorno. Oggi se un immigrato denuncia il proprio caporale, è lui a finire in un Centro di identificazione ed espulsione. È su questo sistema che si basa da anni l’equilibrio tra Rosarno e gli immigrati, rimpianto dal comitato dei cittadini esasperati, che la rivolta dei braccianti avrebbe rotto in questi giorni.

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.