Le potenze del sonno di Jacqueline Risset (nottetempo, 2009) mi ha fatto capire (a un’età in cui ci si può illudere di aver capito tutto) perché dormire di pomeriggio, nel cuore della giornata lavorativa, è la più sicura e semplice delle mie gioie quotidiane. È una gioia gratuita, non costa niente ed è, non metaforicamente, abissale. Si cade inerti chissà dove: nel punto più buio del cervello, da cui si producono tutte le immagini, tutte le figure della vita, che lo stato di veglia ci sottrae. Ma quando, senza più volontà, evadiamo dallo stato di veglia, allora entriamo tutti, colpevoli o no, in uno stato di innocenza. Il sonno è un intermittente eden in terra, un eden nel quale, però, si può anche andare in una specie di inferno. Per questo si ride, si sorride così naturalmente dell’irresponsabilità di chi si addormenta in pubblico, quando non dovrebbe, quando dovrebbe restare attento, sveglio, presente, responsabile, con gli altri. Chi si addormenta vuole irresistibilmente restare solo, non sostiene più il peso del mondo, cede, vuole assentarsi. Con il secondo capitolo, questo saggio diventa umoristico e comincia ritornando all’infanzia, quell’infanzia che cova sotto le ceneri dell’età adulta. Ho cominciato a leggere questo saggio sul sonno, e a scrivere questi appunti, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, dopo un’ora di sonno clandestino, mentre sostavo, con il caffè, nella felicità pigra del risveglio pomeridiano. È proprio allora che Jacqueline mi ha accolto come un’inaspettata sorella nell’aldilà di tutte le veglie, una sorella nel sonno. Leggevo le sue parole come sostando su una soglia. Parlandomi del sonno da cui uscivo, mi impediva di uscirne del tutto. Ero in una specie di veglia dormiente, infantile e saggia, divertita, mentre nell’oblio di me rammemoravo un’intera vita dimenticata, una vita non di cose fatte, ma di dolci dormite e di assenze da ogni fare. Non immaginavo che l’incontro con questo libro sarebbe stato un vero appuntamento con me stesso. Mi riconosco qui per quello che sono: congruo al sonno. Una persona amata dice che io lavoro anche quando dormo. Leggendo questo saggio, apprendo che quando dormo e, al risveglio ho risolto problemi e superato ostacoli, compio “un lavoro che non si fa con la volontà”. E quel lavoro è il meglio riuscito, è un lavoro innocente, mi toglie ogni dubbio perché non è più mio, o non interamente mio, è un regalo che mi arriva da chissà dove, niente che io mi sia davvero guadagnato: qualcosa per la quale non ho né colpa né merito. È così che scrivo anche le mie cosiddette “stroncature”, senza malevole intenzioni, perché ho visto in sonno la cosa da scrivere così come non potevo che scriverla. È dormendo che ho preso le mie decisioni più importanti, senza decisione e senza calcoli. Decisioni senza ripensamenti, non volute, non soggettive, naturali, dato che da svegli siamo così poco natura e così tanto società. Del tutto naturalmente, poi, esistono incubi naturali come esistono incubi sociali, e spesso i due tipi di incubo si mescolano. Dopo un secolo di psicoanalisi, mettersi a improvvisare una teoria del sogno non è prudente. Ma per studiare e raccontare il dormire, bisogna anche fare uso delle proprie esperienze. E questo fa, nel suo saggio, Jacqueline Risset. Le pagine iniziali sui colpi di sonno di sua madre quando ascoltava un conferenziere, sono dei piccoli racconti umoristici. Si direbbe che ora sia stata, dopo tanto tempo, proprio sua madre la “maestra del sonno”, colei che ha introdotto sua figlia, la scrittrice, ai misteri e ai piaceri dell’addormentarsi. Ed è bello, tenero, umoristico vedere un intellettuale e scrittore francese come Jacqueline Risset cadere addormentata per indagare il sonno. La più caffeinica e adrenalinica e illuminista delle letterature europee, la più attratta dai “paradisi della ragione”, ad un certo punto, con la guida di Baudelaire e di Proust, desidera quell’altrove che offre il sonno, esplora le sue pigrizie, le sue lentezze, le sue ipnosi. È allora che viene messa in questione, dormendo, la centralità del soggetto, dell’io cosciente e geometrizzante. Si direbbe che per arrivare a Proust sia stato necessario tornare a Montaigne, alla sua saggezza corporea. Valéry e Derrida, due campioni di un illuminismo che si rivolta contro se stesso, e per questo si potenzia in una vigilanza perpetua e parossisitica, hanno diffidato dell’addormentasi: troppa fiducia, in quell’addormentarsi, alla natura che dovrebbe garantirci un risveglio. Il quale tutto sommato non è mai garantito. Posso dire, a questo punto, che per esplorare il sonno con questa intrepida imprudenza e grazia, c’era bisogno, forse, proprio di un’intelligenza femminile? Ecco il passo giusto: “Il sonno, certamente, ci sottomette all’illusione. Ma l’illusione che genera, alla quale ci introduce, è forse più chiaroveggente delle opinioni chiare e distinte che invano gli opponiamo. Tutta la vita è una sorta di sonno”. Questo vorrà anche dire che la vita, nel suo insieme, è più sonno che veglia, anche nel suo stato di veglia. La nozione di realtà definita dallo stato di veglia è una mezza verità e una mezza realtà. Anche meno che mezza, dato che semina incertezze sui confini e la consistenza della realtà di veglia. Qui si arriva alle soglie di un argomento mistico. Il sonno è l’estasi naturale, non conquistata, ma concessa a tutti. L’altra estasi, infatti, quella propriamente detta, deve passare per un potenziamento della veglia, finché la veglia non arriva a raggiungere, magari tornando indietro, la condizione di abbandono del sonno. Quando Rimbaud dice che esiste una veglia all’interno del sonno, dice tutte e due le cose. La separazione tra i due stati mentali non è assoluta, non è chiara e distinta. Sonno e veglia si impregnano, si contaminano reciprocamente. Il sogno è la veglia del sonno: o è il sonno che non riesce a dormire, il sonno insonne, indaffarato con la vita di veglia, i suoi sottofondi e sottintesi. Il saggio della Risset si apre con il tentativo infantile di accorgersi del momento in cui ci si addormenta. In questa impossibilità c’è tutta la sfida mistica che si rilanciano sonno e coscienza. Prima, Jacqueline Risset aveva constatato che ai mistici cristiani il sonno sembra un cedimento da evitare e combattere. Ma quando poi compare il grande dio Shiva, Signore-del sonno e signore della distruzione, nonché inventore dello Yoga, cioè di tutte le tecniche dell’estasi nella tradizione indù, allora capiamo meglio che il vero risveglio alla realtà totale e suprema chiede di addormentarsi restando svegli, chiede alla coscienza di conquistare il sonno, di sedurlo o di esserne conquistata e sedotta. Perché, conclude Risset: “È nel silenzio completo del pensiero che possiamo attingere il più alto grado di coscienza, la perfetta felicità della pura esistenza”. Ora sappiamo cosa facciamo quando andiamo a dormire: cominciamo a compiere l’essenziale dei nostri doveri mentali. Perciò, attenti! Non pensate ad altro.
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