piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo


23.ott 2009

Faulkner ha scritto una volta che il vero problema del nostro tempo è che non ci sono più problemi spirituali.

Il significato di questa diagnosi è più spietato di quanto sembri e ci riguarda molto da vicino. Che non ci siano più problemi spirituali, che essi non siano più sentiti come qualcosa di decisivo e di ineludibile, genera, infatti, un’ angoscia senza precedenti. Lungi dal liberarci dal malessere, il fatto che i problemi dell’umanità siano diventati calcolabili, questioni fattuali urgenti e eventualmente complicate, ma che, in ultima istanza, richiedono di essere governate e non vissute né pensate, proprio questo ci consegna a un’angoscia speciale, tanto più intollerabile quanto più, almeno in apparenza, risolvibile. Nel suo diario, Fallot racconta così di aver provato l’esperienza più profonda dell’angoscia di fronte alla morte quando, dopo aver ordinato al ristorante il suo solito dessert , si sentì rispondere che quel giorno non c’era. In quell’istante egli seppe con assoluta certezza che di quell’angoscia non si sarebbe più liberato, che essa l’avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Se il film giallo è il paradigma di un mondo in cui tutto dipende unicamente dalla soluzione di un problema fattuale, allora, in un universo senza più problemi spirituali, gli uomini stanno ansiosi ed estranei di fronte alla loro vita come i personaggi di una detective story davanti al delitto. E mentre economia, medicina e tecnologie di ogni specie (che sono sempre, in ultima analisi, tecniche di governo) assumono la guida delle sorti umane, i problemi spirituali (e le tecniche che ne trasmettevano l’esperienza: poesia, filosofia, arte) scivolano insensibilmente nella sfera della cultura, cioè cessano di essere decisivi. Poiché –occorre ricordarlo?- oggi si continuano a costruire musei (perfino, senza accorgersi della contraddizione, “musei di arte contemporanea”), auditori e teatri, ma è chiaro che tutto ciò non riguarda più le questioni che decidono della nostra possibilità di vivere e di essere felici. Il cosiddetto “spirito”, che non era altro che il nome che gli uomini davano al punto di maggior intensità in ogni ambito della loro vita, diventa così una sfera autonoma e separata, tutto sommato trascurabile e spesso noiosa. Ciò per cui ciascuna cosa vale la pena di essere vissuta si trasforma in uno svago sempre più incrinato dal dubbio che, forse, “non ne vale la pena”, che vivere si possa soltanto cercandosi in internet un’altra vita e un volto che sembra più vero, proprio in quanto è costitutivamente segnato dalla falsità e dalla maschera.

Significa questo, come certi benpensanti consigliano, che si debba tornare alle “cose dello spirito” (espressione ancora più contraddittoria che “museo di arte contemporanea”), quasi che poesia, arte e filosofia se ne stessero in attesa, separate e accessibili, da qualche parte? O che, piuttosto, come suggerisce Humphrey Bogart alla fine del Falcone maltese, che veramente spirituale e poetica è la consapevolezza che le cose e i fatti cui siamo irrevocabilmente consegnati sono, come la statuetta del falco, soltanto “la materia di cui sono fatti i nostri sogni”? Che, nel nostro errare fra i fatti e le cose, non dobbiamo smarrire il ricordo di quel punto di intensità (spirituale, cioè evanescente e sottile) che decide ogni volta del nostro desiderio e della nostra forma di vita?

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appena svegli

appena svegli di Chiara Valerio

Roma. Esterno giorno. Martedì, passando per Piazza Mazzini, mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che recitava, lettere nere su bianco perla, “Perché piangere due volte?” sotto, in un corpo del testo appena più minuto, “funerali completi a partire da 99* euro” e più sotto ancora, in un corpo del testo minutissimo “*Tan 9,88% Tag 12,62 salvo approvazione NEOS FINANCE SPA”. Per avere un funerale completo mi basta dunque rinunciare al cinema dieci volte, che in una vita non è poi un grande sacrificio, anche se non ho la televisione. Specialmente se il contraltare è un bel funerale completo. Certo, non avendo un contratto a tempo indeterminato, potrei non avere accesso al finanziamento, in quel caso, sarebbe davvero umiliante, perché potrei non avere persone alle quali chiedere di fare da garante. Poi ho riso, perché la morte è sempre quella degli altri e perché mi sono ricordata di quando mia nonna, tanti anni fa, mi aveva mandato all’ufficio preposto del piccolo comune dove ancora vive a prenotarle un loculo vicino a quello di mio nonno. A destra preferibilmente. Io non pensavo che i loculi, oltre ad essere molto ambiti (“per terra è sporco”), fossero carissimi. Nonna, in ogni caso, non ne aveva fatto una questione di soldi, ma semplicemente, appunto. di posizione. Meglio a destra. Così, fatto un secondo giro della piazza per rileggere la pubblicità della grintosa agenzia di pompe funebri mi sono fermata con la moto e ho chiamato nonna, che da anni continua a risparmiare per il suo loculo prenotato. Le ho sottoposto la questione. Nonna mi ha detto che è vero che i funerali sono cari ma che non ci si mette a parlare di soldi, tanto in qualche modo si fa. In qualche modo, come ha già scritto Doroty Parker, comunque “Scusate le ceneri”. Sì, ha chiuso nonna, “Ma per terra è sporco”.

[queste righe sono state pubblicate su l'Unità, il 2 Febbraio 2012]

vox populi


il racconto

Quando mio marito Andrea mi si parò davanti in cucina, in piedi accanto alla lavastoviglie, con la polpa di fico spalmata in testa e le unghie sporche di fango, capii che non mi sbagliavo, veniva dal cimitero. Mentre lo calavano sottoterra, e io piangevo stretta fra Alice e Mia, avevo visto infatti un grande fico che si spingeva sulla bara come ad abbracciarlo, o forse sorreggerlo durante l’ultimo viaggio. Ed era pieno di frutti. Ultimo no, però, visto che quel giorno, martedì, me lo vidi davanti in cucina. Avevo il pentolino rosso in mano e stavo armeggiando da un po’ per farlo entrare in lavastoviglie, avevo spostato i bicchieri ma non c’entrava lo stesso, nemmeno un buco per infilarlo. Era mezzogiorno, circa.