piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo

20 maggio 2013

il fondo

di David Riondino
01.mag 2013

(crisi politiche, modelli familiari e tormenti dell’adolescenza)

Il sabato 27
di questo aprile stentato
ai diciassette minuti
delle ore diciassette
nasceva targato Letta
il primo governo Grillo,
straordinario gioiello
generato nella crisi
che fu lungamente atteso
e finalmente scintilla.

Non fu semplice arrivare
a questo nuovo miracolo:
c’erano diversi ostacoli
difficili da superare.
Grillo dovette schivare
il governo con Bersani:
e poi mozzargli le mani
negando il voto su Prodi,
per poi consegnarlo ai noti
manipoli dalemiani.

Ridotta a lettera morta
l’ipotesi di dovere
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il tema

08.mag 2013

-4

In concorso Vetrina della Libreria Fahrenheit 451  – Campo de’ Fiori 44 00186 Roma  06 687 593 0

piazzaemezza continua a ospitare le più belle vetrine delle librerie, una alla volta. leggi il resto >>

streghe

di Laura Fidaleo
02.mag 2013

per G.

Lo capirai subito che questo è un addio perché sei intelligente quando ti pare. Questi sono i soldi che hai messo nel barattolo per pagare la bolletta del gas. Tienili.

Stanotte ti ho guardato dormite tutta la notte. Non ho mai capito un tuo solo pensiero, figurati i sogni, ma c’è della scenografia nel tuo dolore. Mi sbaglio? Deve far parte della tua intangibilità.

Non ti scrivo prendi le tue cose e vattene. Sei intelligente. E poi le tue cose non ci sono. Quelle che ci sono, sono inutili. Non pensare che c’entri l’orgoglio, è inevitabile che con l’umiliazione c’entri l’orgoglio.
Ho tirato giù dai tarocchi tre carte per te, al posto tuo. Te le lascio sotto alle arance, devi leggere da sinistra verso destra. Così sono uscite. Poi mangiale. Le arance.

Si sceglie, perciò non impazzire per quello che non è. Non ci pensare. Tutto è come deve essere.
Ti voglio bene.
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appena svegli


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risponde Mary Barbara Tolusso

Credo che prima di interrogarsi sul realismo, inteso quale possibilità di riprodurre un mondo reale tramite la scrittura, sia necessario riformulare i termini in cui si dà la realtà: che cosa è “realtà” per chi la scrive, prima ancora che per gli altri. Leggendo il pamphlet “Il realismo è l’impossibile” di Walter Siti è stata questa la mia domanda: cosa intende per realtà uno scrittore?

Realtà e scrittura sono legate tra loro dalla dimensione del simbolico. Quello che, immagino, ogni autore tenta di fare è inventarsi un nuovo rapporto con la quotidianità, un rapporto che la rinnovi, che offra la possibilità di appropriarsene, di appropriarci di cose e di eventi, restando inevitabilmente consapevoli che tutto questo, se pure accade, rimane un mistero, quanto meno nel modo in cui accade. Motivo per cui, pur volendo afferrare molto, quello che si riesce a trattenere è sempre molto poco. Lo spiega bene Mario Luzi in “Vero e verso” lì dove il poeta insiste sul senso di vacanza che attanaglia ogni autore rispetto al mondo. Non è molto diverso da ciò che Siti dice a proposito di una realtà che non può che apparire “deformata” o ridotta, persino magica, richiamando l’esempio di un giovane Dickens che guarda la scritta di un bar sulla porta a vetri e ne coglie la dicitura al contrario, particolare in grado di evocargli la sua giovinezza per tutta la vita. Capovolgere, far collassare, deformare o far implodere, sono le uniche possibilità che quel reale impossibile da riprodurre ci restituisce.
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vox populi


il racconto

di Giacomo Verri
La prima festa di Liberazione, quella del 1945, fu come la prima domenica concessa da Dio agli uomini. Festa altissima e piena di gioia. Ma con una malinconia albeggiante per un che di straordinario finito lì, per sempre. Io lo seppi quando andammo a Grignasco e sparammo sui fascisti che fuggivano con le facce rosa da conigli spelati e si facevano ammazzare senza reagire. Ne abbiamo tolti dal mondo diciotto, quella volta lì. Poi in piazza, a Borgosesia, c’era un’aria completa e odorosa che non la vedi neppure per la Madonna a maggio: le donne grembiulate mollavano a metà quante faccende avevano, le case si vuotavano, mentre gli uomini ancora col novantuno, ma per celia, passavano le maniche di portici ridendo.