piazzaemezza

la piazza dove pensare nottetempo

23 ottobre 2014

il fondo

di Giorgio Ghiotti
30.giu 2014

Non abbiate paura – Allan Gurganus - Playground (2014), pp. 125, euro 12

Raccontare le strade che conducono alla gioia vuol dire raccontare le loro deviazioni. È da quelle deviazioni che prende forma Non abbiate paura, il nuovo bellissimo romanzo di Allan Gurganus. Nonabbiatepaura è il soprannome di una ragazzina figlia di borghesi in vacanza al lago, lui funzionario di banca lei moglie e madre perfetta a godere del sole sul motoscafo del migliore amico del marito; ma è anche il ritornello che i personaggi di questo libro ripetono ossessivamente nelle loro vite per evitare il disastro – si tratti di quello stesso motoscafo che nelle acque di un lago del North Carolina decapita il padre di Nonabbiatepaura, o della recita di Natale causa di imbarazzo e vergogna. È proprio da quell’incidente al lago, da quel trauma iniziale che ha avvio il racconto della vita straordinariamente normale di Nonabbiatepaura, quattordicenne oggetto di consolazione e antidoto al dolore, poi quindicenne in una nuova scuola lontana dalla piccola cittadina natale per fuggire le voci dello scandalo, dopo ancora moglie annoiata di un promettente medico, donna che riempie le sue giornate studiando letteratura russa e prendendo parte a circoli di lettura, infine madre di due bambine amate come delle giovani amiche.
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il tema

26.set 2014

hypnos

di Jacqueline Risset

dormire con l’ignoto

Da qualche giorno si muove – passaggi lenti, quasi impercettibili, da una parete all’altra, movimenti ovattati di un nuotatore che preferisce rimanere sconosciuto, anonimo, gesti da danzatore notturno, da esperto topo d’albergo. Mi abita un acrobata discreto che vuol farsi dimenticare, fondersi con i mobili della sua dimora.

All’improvviso, un calcio tirato con abilità, un calcio stizzoso, furbo, come una strizzata d’occhio – in fondo, l’unica strizzata d’occhio che gli sia consentita. “Mi stavi dimenticando… Ma io sono qui, sempre piú vicino. Mi preparo. Arrivo”.

Già da qualche tempo la sua presenza mi era segnalata in modo chiaro dal nuovo tipo di sonno al quale mi introduceva. Esistono senza dubbio tante forme di sonno quante possono essere le piante di un giardino: i sonni pesanti, quelli leggeri, quelli impercettibili, quelli interrotti, quelli inaccessibili; i sonni estivi, oppressi dal sole o ombrosi, attraversati da aliti

di vento; gli intensi sonni invernali, che mormorano come un fuoco; i sonni di fatica e i sonni di energia… Quello era di una specie sconosciuta. Arrivava all’improvviso, ma con grande dolcezza – una dolcezza d’ala – e mi portava subito molto lontano, in una sostanza porosa e calma, tutta circondata d’aria. Il bambino invisibile mi faceva cosí entrare nel suo sonno, che io bevevo come un latte.
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trivagazioni

di Alexandra Censi
26.set 2014

Dimitri è vecchio e si annoia. Doveva morire e non è morto, ed io dovevo vivere e invece. Invece gli orologi biologici si bloccano, impazziscono, le lancette di moltiplicano ed io e lui e la noia. I bianconigli con panciotti di velluto rubano i maledetti orologi, li rivendono al mercato nero, con il guadagno a trenta euro vanno a mignotte, la Colombo si ribalta e Dimitri, ed io, ci incastriamo nella noia. I leprotti bisestili nel tè sciolgono cocaina, o borotalco, e le rughe di Dimitri me lo rendono accettabile. La fronte gli si spezza in righe di perplessità, la possibilità del domani si spezza in un vecchio anello di pappone. I cappellai matti dal cilindro tirano fuori conigli sventrati, dallo stomaco ribaltato saltellano caramelle e questo Dimitri lo sa. Mangiamo caramelle, mangiamo conigli, il sangue è zucchero filato, lo zucchero filato è l’arteria. Cappellai matti, leprotti marzolini, bianconigli e fantasmi ci circondano. Dimitri ne fuggiva e ora non fugge più. Le braccia dei mostri si allungano intorno a lui, sono meduse, i tentacoli dei morti. I palmi aperti, i palmi chiusi sono la masturbazione del mondo e Dimitri si annoia. Magari il mondo finisse e restasse vita solo per noi due. Manda ancora indietro la schiena, nella tua posizione dei potenti senza cultura. Ero io la tua potente. Ascolta la preghiera e senza sbadigliare: fa’ che la solitudine della steppa russa si faccia largo tra noi, ancora, e mastica ancora quel tuo ciondolo d’oro leggi il resto >>

appena svegli

appena svegli di Ginevra Bompiani

L’altra sera ho visto un mio vecchio amico, professore di anglistica e di letterature comparate, saggista, studioso, insomma uno che ha dedicato ai libri la sua vita, e mentre camminavamo per la strada buia e afosa mi ha detto: “Non credo più alla letteratura”. L’ho guardato sorpresa, quasi divertita. Ma poi, con un tavolo in mezzo, mi ha spiegato. “La nostra vita, la nostra coscienza è passata tutta attraverso i libri. Ora non è più così. Non sono i libri che fanno crescere. Sono altre cose. Niente di essenziale passa più attraverso i libri”.
E ci siamo messi a ricordare quali libri avessero ‘fatto’ la nostra adolescenza, la sua, la mia, intessuta, insanguata dai romanzi che abbiamo letto.
E ho pensato: è vero, non è più così. Oggi i libri non sono più tessuto connettivo, ma a mala pena protesi, scomodi oggetti che pendono dalle mani.
I libri hanno fatto la mia vita, uno dopo l’altro, uno insieme all’altro. Eppure nemmeno per me è più così. E se non fanno più noi, che siamo composti metà di acqua e metà di carta, come pensare o sperare che siano ancora trama o fango di altre vite? Come pensare o sperare che la lettura continui a essere quella cosa straordinaria che è stata per noi, quell’avventura, quel viaggio all’estero, quella storia d’amore?
Naturalmente vedo ancora i libri intorno a me: vedo persone che passano la notte a leggere, che discutono dell’ultimo uscito, che ne scrivono e ne parlano. Che addirittura ne vivono.
Ma non ne ‘esistono’. E questo è il punto. E’ questo di cui abbiamo nostalgia e rimpianto, è questo che il libro, per farsi riconoscere, dovrebbe ridiventare: esistenza. Perché se non è più esistenza per il lettore, presto non sarà più esistenza per lo scrittore. Diventerà una cosa fra le altre, non quella forza che ti rovescia come un guanto, ma quel vento che passa, una camicia sventolata, una mano all’orecchio.



vox populi


l'inedito

di Antonio Bux
DIALOGHI CON RIO (prima parte) Vedi, Rio, il peschereccio è sdraiato sul mare. In bilico, con la fune a torcicollo. Siamo chiusi come quello. Dalla luce dell'acqua filtra una murena muovendosi fa venire fitte alla visione. C'è odore di cancrena, arriva dal rivolo di un rovo spento. Passiamo ore al mattino, negli occhi diradando sulla battigia come vuoti, alghe fetali. Tu non sai di essere finito ed io non so la fine come arrivi se da un profondo mal di schiena o da un sorriso avvolto nel piombo. So che farà male, che sarà come fumarsi una stagnola, tradendo gli altri cresciuti a pasticche. Dentro il mare barcheggia il rifiuto, la storia svanita e altri stupidi esseri facendosi a gara, ma non si salverà il porto, solo una riva. Rio, tutta questa fatica, lo sguardo incagliato alle navi, è per una sponda. È per una sponda morta, che si erode. **